Diaframma – L’Amore Segue I Passi Di Un Cane Vagabondo, Salvatore Amenta

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Dopo l’esilio da Roma, due anni e mezzo di relazione stabile, la più stabile fra le sporadiche avute in giro per l’Italia, lontano da casa, una convivenza finita male e un ritorno di fiamma basata sulla carne, sulle corna e sulla sfiducia durato un altro paio di anni, delle attività imprenditoriali fallite e un altro paio di relazioni amorose malate e banali degne del peggior tal dei tali, inizia la mia ulteriore fuga verso Catania, città che ha tirato fuori il peggio di me, pagando ancora lo scotto di certa impulsività e marciume che mi rendeva vivo, o presunto tale, quando in realtà ero solo un burattino nelle mani della merda.
Di musica ne macinai parecchia, con il lusso di poter assistere a qualche concerto nella zona, e poter finalmente dare una forma concreta a molte delle canzoni che lasciavo sotto le lenzuola insudiciate: questo quando non ero intento a smerciare gettoni in luoghi da malaffare, rischiando ben più di qualche pugno sul grugno, o qualche altra interazione sociale e viaggio di non più di tre giorni giusto per svuotare stomaco, cervello e membra varie e avariate.
Anni in cui una falsa relazione basata su una letteratura mediocre da emofiliaci anemici mi ha permesso di conoscere, e rovinare l’esistenza per un buon lasso di tempo, dell’unico essere vivente degno di calpestare con le suo suole il pianeta e che ha permesso al mio vecchio “me” di morire in pace e rinascere.
Di quegli anni e di quella musica, tanta, tantissima, mi viene in mente “l’amore segue i passi di un cane vagabondo” de i Diaframma, con un Fiumani ormai padre padrone della sua creatura, una creatura che, a dispetto di altri gruppi verso cui il legame è più intenso, mi ha insegnato che si può far musica per i propri cazzi, sboccata e poetica, scarna e scarsa, stonata o vigorosa, l’importante è fare.
Di Catania mi rimane il ricordo dei miei amici più intimi, della convivenza con loro, delle discussioni sul cinema e le battute sulla letteratura russa, sulle incomprensioni e litigi tipici di chi non ne vuole sapere di dover crescere e la fine di tutto. Ero non studente universitario fra studenti e inquilini prossimi alla laurea, ero un non giovane fra menti brillanti e alternativi che non sapevano di esserlo, le migliori menti della mia non generazione logorate non dalle droghe ma dai farmaci e dalla necessità di doversi inserire nella società.
Tutti noi lasciammo la casa e le nostre vite per nuove o vecchie ragioni, io mi preparavo a sputare nuovamente sangue e merda filtrata dai denti verso “Milano”, perché quando vai al nord, in qualunque città tu possa trasferirti, per tutti sarà sempre e comunque verso Milano.
Amore, se vuoi mangiare fallo con le mani, fossi in te non mi riguardarei.

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