Tony Buddenbrok – Il sarto, Calogero Giordano

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Terza copertina del terzo disco del secondo giro, ovvero Tony Buddenbrook, “Le stesse cose ritornano”, On/Off 1998.
E’ molto complicato per me parlare di questo primo disco solista dell’ex Franti/Kina Stefano Giaccone; troppo fitto il reticolo di riferimenti e rimandi che si agitano dietro questa copertina (e queste canzoni). Un disco uscito sotto mentite spoglie con un rimando colto e straniante ad uno dei personaggi femminili principali de “I Buddenbrook” di Thomas Mann ma – attenzione!- scelto anche per l’ambigua adattabilità ed assonanza del nome proprio di un personaggio letterario “di peso” con quello di un ipotetico gestore di pizzeria italo-americano (Tony, appunto). Una mistificazione nella mistificazione, per un disco che vuole essere programmaticamente “solo un gioco di specchi” – per citare un verso da “Il Sarto”, forse la canzone più bella qui sopra – dietro cui “sparire, per prima cosa a se stessi” (cito a braccio da una vecchia intervista). Un disco iper-realista, come ai tempi venne felicemente definito da qualcuno, a partire dalla copertina stessa, misteriosa ed un po’ conturbante, che in realtà è la foto d’interno di un’antica cappelleria di Torino, memoria personale ed infantile dell’autore (questo me lo ha raccontato Giaccone stesso). I rimandi dichiarati qui sopra sono il John Cale di “Music for a New society” e la canzone d’autore, per un disco che fa un po’ da compendio di tutti i suoni attraversati da musicista “militante” e raccolti dentro una scrittura tanto colta quanto poco rassicurante, storta, tagliata da una produzione scarna e ridotta all’osso, in qualche modo “punk” (nell’accezione che “io sono punk, non un punk”).
Io questo disco, uscito nel 1998, 1999, non ho mai smesso di ascoltarlo e “sentirlo” da allora. Sta dentro la mia colonna sonora personale come qualcosa di profondamente familiare e, allo stesso tempo, necessario ed urgente; qui dentro ci sono le canzoni che vorrei scrivere io (se solo fossi in grado di suonarle, cantarle, scriverle,arrangiarle e produrle su di un disco).
Questo stato d’animo – credo condiviso da chiunque ricerchi una visione approcciandosi al lavoro intellettuale altrui – lo spiega bene il vecchio Cesare nella sua definizione di cosa sia, nel caso specifico, la letteratura…

“Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.”
(Il Mestiere di Vivere,3 dicembre 1938).

Nulla accade mai per caso, così come non casualmente il 1999 è stato l’anno in cui mi sono perso con la deliberata intenzione di non trovarmi più.
Nel terzo millennio infatti credo di esserci entrato solo con la mia ombra (quella che vedo agitarsi un po’ scomposta sul muro della solita Caverna).
Io in realtà sto ancora facendo avanti e indietro su un treno, smarrito da qualche parte.
Tra Acqui e Torino.
Forse è arrivato il momento di tornare a casa…

…una nuvola è troppo fragile
per superare una stagione
lo scolorire di una foto…

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