John Tilbury – Improvisation, Girolamo De Simone

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Foto: Andy Newcombe, lic. CC 2.0 (flickr) – Post Editing: Ambulance Songs

John Tilbury è un musicista anomalo. Potrei definirlo Tonkunstler, alla Andor Foldes. Cioè un “artista del suono”, come pochissimi altri pianisti sopravvissuti alla mania dattilo-digitale del nostro secolo. Già nel lontano 1989 egli parlava di Morton Feldman disegnando una linea esegetica cristallina: Feldman – Cardew. Il secondo, Cornelius, scriveva delle trasparenti composizioni di Feldman riferendosi ad una luce fioca, alla quale i nostri occhi, abbagliati da canonici sfavillii, devono abituarsi prima di cogliere sfumature significative. Oggi forse non si ha nemmeno il tempo di ascoltare un cd normalizzato; figuriamoci quando mai avremo la possibilità di abituare l’orecchio a cogliere sfumature che si susseguono in fasce di minima ampiezza, dal fruscio al cicaleggio degli oscillatori. Eppure, leggendo quello che scriveva Cornelius Cardew potremmo ricrederci, e per una volta osare un impiego del tempo volto alla ricerca di suoni più labili e tenui: “Per Feldman i suoni si riverberano all’infinito, senza mai perdersi completamente, la loro risonanza muta man mano che essi svaniscono o, piuttosto, essi non svaniscono ma recedono dal nostro orecchio, delicatamente, perché la delicatezza è irresistibile, poiché un’insidiosa invasione dei nostri sensi è più efficace di un attacco frontale. e i nostri orecchi, nello sforzo di afferrare la musica diventano più sensibili, più preparati a percepire il mondo sonoro nel quale ha sede la musica di Feldman”. Suoni che indietreggiano! E la linea rossa passa per quello che invece Feldman a sua volta ricorda del geniale recensore: “Cornelius suonava la mia musica meravigliosamente e ha scritto cose bellissime a proposito delle mie prime opere”. Una stringa di senso ulteriore va da John Cage a Morton Feldman, da questi a Cornelius Cardew (lo splendido nome echeggia racconti di E.T.A. Hoffmann), grande pianista, poi illustre divulgatore di musica nuova, strana, semplice ma ardita, pensata e suonata per/nelle fabbriche. La linea infine approda a John Tilbury. Per tutti, non in egual misura, la lontananza dalle accademie musicali, dalla musica ‘ufficiale’, da quelli che vengono definiti come “i mostruosi edifici seriali concepiti a Darmstadt durante gli anni Cinquanta”. E giù strali contro un certo modo di suonare, quello politicamente corretto, quello che articola e fraseggia soltanto nel modo riconosciuto ed apprezzato nei Teatri Ufficiali. Nulla a che vedere, dunque, con le metodiche anomalie di Giuseppe Chiari! Quel fraseggio ufficiale legge e dà sensi univoci, riesce a decodificare soltanto Stockhausen e Boulez. Tilbury apprezza invece Cardew e Tudor, altro grande interprete “da polpastrello”, grande reinventore della non-musica di Cage. Pronuncia una irrinunciabile verità: la necessità di intendere il “virtuosismo” come distante anni luce dal “meschino parapiglia digitale” (Barthes), come cosa che invece riguarda la “virtù di estrarre dal pianoforte sonorità straordinarie”. Per questo Tilbury è un artista del suono, Tonkunstler. Si rivolge all’oriente, allo stesso modo degli altri grandi eroi dell’Eterna ghirlanda appena citata (la stringa Cage-Feldman…), e cita tecniche cinesi di ‘vibrato’, dove a vibrave veramente, aggiungo io, non è naturalmente la corda (cosa meccanicamente impossibile) ma l’interprete. Smettiamo dunque di suonare come scimmiette ammaestrate, e prendiamo a modello il detto taoista che ha ispirato i due “John”: “La musica più grande ha le note più tenui”.

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