Sting – Island of Souls, Giovanni Peli

61Ly1X0S4UL._SL1400_.jpg

Una canzone ha salvato anche me. In realtà nulla mi avrebbe distrutto, perché la paura mi ha messo sempre al riparo da situazioni estreme. La paura mi ha reso indistruttibile e appeso a un filo. Ma so bene che, per molti anni, ho tutti i giorni avuto bisogno, in ogni caso, di essere salvato.
Non mi sarei buttato mai dalla finestra del liceo, né nel maleodorante fiume che attraversa la mia città borghesuccia. La notte non avrei mai sterzato contro il camion che correva nell’altra corsia, benché come un piccolo personaggio di un piccolo film, ci pensassi spesso. Un giorno decisi che la morte l’avrei aspettata, sarebbe arrivata da sola, e presto. Perché la morte arrivava tutti i giorni da qualcuno, e benché continuassi a dire che non credevo in dio e che la morte era la fine, benché dovessi recitare quella parte per risultare credibile agli occhi di alcune belle ragazze bionde, alla fine non ci credevo, e mentivo a me stesso pregando ogni sera come faceva mia nonna e accarezzando la medaglietta d’oro del battesimo che avevo al collo, che era simile, ma più brutta, a quella che aveva mio papà. Era sempre estate, a pensarci bene, quando ero ancora più piccolo e
non sapevo nulla, mi piaceva stare attaccato al papà e vedere dove andava questa striscia d’oro, era un raggio di sole caldo come il suo torace, e i raggi dal sole venivano sparati negli angoli del cielo che solo gli aviatori potevano fiutare, là sopra non ci potevo andare ma potevo seguire col dito la striscia d’oro della catenina, capire se arrivava fino ai capezzoli o no, dove arrivava l’oro? L’oro non ce l’avevano solo i ricchi, ce l’avevano attaccato alla pelle anche i poveracci come noi, al mare come tutti, dai condomini alle spiagge, noi avevamo tutto quello che non aveva Billy. Billy era vicino ad un mare diverso, e io, incapace per natura di fare avventure, ero attratto dal diverso e da tutto ciò che io non ero. Perché io non ero e avrei continuato per molto tempo a non essere. Tuttora, felice, non sono. Billy qualcosa di diverso da me l’aveva: poteva andarsene, perché non se ne andava? Billy sarebbe andato via, molto probabilmente sarebbe diventato Sting.
Noi lavorare si lavorava d’inverno, non l’estate. L’inverno mi scaldavo e diventavo un altro, crescevo e l’inverno era solo fatto per cambiare, per trasformarmi e poi vivere ancora d’estate. Sono cresciuto con la catenina e la faccia di Gesù appiccicata alla pelle, di notte pregavo di poter cantare anche io la storia di Billy senza saperne nulla di lui. Ma io dovevo cantare anche senza voce perché avevo capito che potevo essere libero di fare tutto quello che volevo, e potevo cantare perché io potevo essere anche Billy, ero un quasi Billy. Volevo cambiare e sarei cambiato, volevo smettere di essere adolescente e non diventare mai un adulto. Quindi volevo cambiare tutto senza cambiare niente. Diventare qualcosa senza  diventare niente. E decisi che potevo vivere in una scatola. Era l’unico modo di cambiare tutto senza cambiare niente. Questa scatola venne riempita di assurdità, negligenze, e tanto orgoglio, da farne una malattia. Dalla malattia dell’orgoglio non si guarisce. Chi canta lo sa. Non avevamo il cantiere navale, avevamo un capannone puzzolente a pochi chilometri da casa, ci giocavamo sempre ma papà non giocava, stava attorcigliato tra i fili di cotone, quando non c’ero si trasformava in un ragno, avrei potuto raccontare del ragno, cantare anche io di Billy, invece cantavo il mio orgoglio e la mia scatola, Billy lo si canta quando si decide di non cantare Billy. Solo molti anni dopo avrei davvero cantato del ragno e di Billy. Tutte le persone che incontravo allora venivano schiacciate dentro questa scatola d’oro, sempre più d’oro, raggi d’oro che illuminano anche il cantiere navale, se proviamo ad aggirare gli ostacoli lo vediamo con i nostri occhi azzurri. Mentre questi pensieri sfioravano anche Billy io affinavo l’arte di schiacciare le persone dentro questa scatola, questa era la mia vita. Non avevo niente di più importante, avevo pigiato tutto dentro la scatola e stavo bene, ero forte, avevo Gesù dalla mia parte ma non potevo dirlo a nessuno. Questa era la mia ostinazione, addomesticarmi e trasformarmi, adattarmi e perdermi continuamente. Ci fu una canzone che mi salvò, sì, proprio la canzone di Billy, lui voleva scappare, io non volevo scappare, lui non sapeva crogiolarsi come me, aveva voglia di fare strada, io volevo solo trasformarmi, strizzare l’occhio a me stesso, dare preoccupazioni limitate, strappare piano. La canzone di Sting mi confermò tutto, che la vita era davvero insulsa e solo il compromesso poteva farmi tirare avanti, continuando a trasformarmi e a camuffare i sentimenti. Potevo non essere nulla ed essere tutto, perché soltanto io ero così e avevo tutto il diritto di ostinarmi: nessuno poteva impedirmi di non essere me stesso, questo era l’argomento, non essere, non volere e dimostrarlo continuamente, non scappare, non strappare, o sì, strappa, ma strappa piano.
Nulla mi piaceva, se stava fuori dalla scatola, era tutto sbagliato, fuori dalla scatola le cose non filavano lisce, bisognava per forza comportarsi in un certo modo e io non volevo, i migliori uomini non erano migliori uomini per la gente che stava fuori dalla scatola, fuori dalla scatola i migliori morivano, o si ammalavano o erano considerati troppo deboli per stare al mondo. Bisognava che dentro la scatola ci fosse il mare italiano, non il mare inglese, quello italiano, che non ti fa andare davvero da nessuna parte. Un persona che ha una scatola non può sperare niente di meglio di un piccolo mare così. Dentro la scatola abbellivo i condomini e la spiaggia. C’ero io, dentro la scatola, ed ero tutto quello che volevo, volevo cambiare per tornare come prima, ogni giorno, razionale e irrazionale, puro e impuro, da bruco a farfalla a bruco. Nella scatola c’era tanta musica da ascoltare e da scrivere, da imitare senza successo, oppure da inventare di sana pianta con scarsi risultati, facendo vorticare le dita sulla chitarra, e contemporaneamente scrivere andando a capo prima, senza paura di sapere se fosse poesia: non era il tempo del confronto, quello sarebbe arrivato poi, era il tempo del talento. (C’è stata una lunga fase del confronto e dello studio, da adulto, la fase del sesso protetto, una fase che è fatta per essere abbandonata, è fatta per farci capaci di tornare finalmente indietro, all’imbarbarimento, tornare puri ma senza il talento della gioventù). Nessuno mi fermò più. Nella scatola c’era la custodia bianca di un cd, anche le scritte erano quasi bianche, non si capiva niente. In controluce si vedevano i titoli delle canzoni. Il cd cominciava con un pezzo enigmatico, era un viaggio ipnotico ma razionale, monotono ma cangiante, l’armonia era dura ma l’arrangiamento era mellifluo, ti accarezzava con un coltello affilato, la musica di Sting era essa stessa una scatola camuffata da mondo, tutto era schiacciato dentro la scatola, la vita intera con le sue contraddizioni brulicava dentro la musica di quel terzo album solista di Sting. Poi arrivava la sua voce, era perfetta ma sgraziata, maschile ma attraente come la pelle di una donna, e raccontava della peggiore tragedia possibile (per me almeno, perché avevo come Billy un papà che sgobbava duro) con una dolcezza conturbante, raccontava di gente poverissima, di un papà che aveva bisogno di aiuto, di sole oscurato. Oscurato per sempre. Il sole era fatto per essere oscurato dalla nave che cresceva come un dinosauro, vivo, che poi sarebbe morto e avrebbe mangiato tutti i ragazzi di talento in cerca d’amore. Poi sarebbe diventato un mucchio d’ossa dentro a un museo. Noi eravamo tutti vivi, nell’appartamento, non eravamo così poveri come Billy e il sole arrivava puntuale a marzo e restava tanto tempo a scaldarci i dolori, ed io ero giovane, giovanissimo. Là dalle parti di Billy si viveva una tragedia differente. Io amavo la tragedia di Billy. Sting era un fratello maggiore, o un amante, che mi raccontava quella storia, voleva essere mio fratello o il mio amante, nessuno poteva cantare di povertà e sofferenza con quelle carezze senza che le avesse scritte e inventate solo per me. Era mio, era tutto mio. E Billy dunque ero io, in un’altra città che poteva dimenticare il sole. La mia città dimenticava la purezza e il sole, questo era certo. La città puzzava, era la città degli sgobboni e del farsi furbi, degli sgobboni che diventano furbi e schiavizzano gli sgobboni che non diventano furbi.
(I risultati si vedono ora! Ora che sono adulto e la città schiavizza tutti! Lo smog ha rovinato la pelle di tutti, qualcuno ha tanti soldi e fa shopping nei negozi costosi che hanno fatto sorgere nel quartiere dei più poveri, per riabilitare la zona, dicono, ci vogliono salvare dal degrado con “laboratori” che fanno un piatto di pasta a venti euro accanto al kebabbaro!)
A quel tempo non avevamo in casa i cantieri navali ma eravamo sepolti dall’asfalto, di notte la città puzzolente non dormiva, i lavoratori davano il catrame e qualche volta noi mortali e schiavi uscivamo fuori con le braccia, tu camminavi di notte e ci vedevi fuoriuscire dal catrame molle e bollente, poi correvamo via come mostri di catrame, e andavamo dentro le nostre scatole a lavarci. La pelle veniva via insieme al catrame.  Billy sarebbe andato via da là, è certo, ma doveva lasciare il povero padre. Se ne sarebbe andato con una canzone in tre quarti, e poi avrebbe provato altri ritmi dispari, pronunciandoli fluidi e naturali, perché in ogni caso avrebbe dovuto cantare l’angoscia tranquilla, e dare carezze facendo del male, perché doveva vivere accanto agli scheletri, agli schiavi e doveva saper fare sorrisi, e dare una mano al papà.
Io come lui ero soggiogato dagli scheletri, perché questi condomini, allora, per me, erano come scheletri, e oscuravano il sole, anche il mio sole era nascosto, sentivo il calore ma non vedevo la luce. Le pareti d’osso dell’appartamento facevano rimbombare le voci, le voci erano voci di zanzare, le zanzare erano pterodattili; il mio paesaggio era diverso da quello di Billy, i miei suoni erano diversi e brutti, non erano come quelli di Sting, non sapevo nemmeno cosa volesse dire avere un suono fra le mani, non mi interessava, dovevo buttare fuori tutto, non importava come, perciò ho fatto tutto prima degli altri, senza che questo qualcosa segreto, la mia arte e quindi la mia vita, potesse diventare
davvero qualcosa… Il sesso, le poesie… ho fatto tutto prima…
…e ora sono vuoto, il mio corpo è invecchiato ma è rimasto uguale, dentro sono vecchissimo e fuori sono uguale a sempre, cammino nascondendo tutto, e dentro i segreti rimbombano, perché sono pelle e ossa, sono dimagrito tantissimo, e anche i pensieri sono piccole ossa, tra di loro cozzano e tutto rimbomba, perché mentre seguivo l’insegnamento privato di Sting mi sono svuotato, farneticando su carta, digitando sulla tastiera di vecchi computer ingombranti, come se stessi toccando le pelle di tutte le ragazze bionde con piccoli seni e fianchi larghi, con braccia flessuose e colli da leccare, non potevo aspettare e commentavo e condividevo i miei sfoghi maldestri con lingue affascinanti ma inaccessibili, la mia giovane inesperienza che mi avrebbe accompagnato per sempre. Anche ora che, girandomi di scatto, sono diventato adulto e padre, Island of soul mi ipnotizza… passano le prime strofe ipnotiche…
…e dopo l’ipnosi, ecco il sole, e la grazia, al centro della canzone, il sole venuto da lontano, forse attraverso una breccia aperta all’improvviso, una breccia nella nave, nella scatola, nel condominio, perché non si deve morire, non dobbiamo stare al buio, non è concesso. Avremo sempre lo spazio per essere liberi dentro la nostra scatola, in quei secondi siamo nudi, e ci piace, siamo biondi, avrei sicuramente voluto essere biondo, avere attorno soltanto biondi, e di certo nessun uomo, dovevano tutte essere belle ragazze bionde. Bisognava che il mondo attorno avesse gli occhi azzurri e che di certo Sting fosse una donna.
Billy e io danzavamo stretti e capivamo che potevamo amarci, così, quando non ero occupato a scrivere cose che nessuno avrebbe né capito né apprezzato, restavo a immaginare un altro corpo guardandomi nudo allo specchio, finché ero certo di essere diventato due corpi… eppure inventavo anche malattie, effetti collaterali, deliri ipnagogici, tutto fuorché benessere, perché il papà di Billy non avrebbe potuto sopravvivere a lungo e la luce arrivava solo per pochi minuti al  giorno: dobbiamo danzare nella tragedia e fare qualche vocalizzo stupido, ma farlo sembrare importante, pesante, vitale. Può anche condurre a un tragico finale. E se invece questo finale non fosse tragico, e raggiungeremo davvero l’isola delle anime?
E dopo tutto questo danzare, torna l’ipnosi sensuale delle ultime strofe e dimentico di avere un obiettivo, qui su questa terra come nell’altrove. Il nostro corpo non avrebbe mai potuto descrivere la nostra anima, serviva un linguaggio, nessuno l’avrebbe decifrato ma ne valeva la pena. L’ho trovato. Gli anni sono passati e Billy spesso è venuto a trovarmi, a scrivere in bianco su un foglio bianco, e io traducevo.
Qualche volta diceva: “Bravo Gio, questo è il sogno che ho fatto stanotte: tuo papà usciva dalla fabbrica illeso, nonostante tutto fosse ostinatamente contro di lui, contro di lui erano i furbi, i ricchi, i politici, i professori, tutti… camminava insieme a mio papà, che saltellava tutto allegro, e tutti eravamo pronti per andare nell’Isola delle anime dove avremmo cantato la nostra tranquilla angoscia.
Se le cose non fossero andate così nessuno avrebbe mai capito di che pasta siete fatti, voi, qui, sgobboni del nord, col vostro clima protetto dalle montagne, in queste scatole protette dai sorrisi e dall’amore di una famiglia di operai, non hai bisogno di ribellarti, devi soli ostinarti, e sarai sempre libero.”
Billy era un caro amico, un amante, ma non lo baciavo e lui era comunque contento e mi faceva conoscere ragazze bionde e io scappavo continuamente da casa, tornando puntuale a pranzo e a cena.
Il giorno bestemmiavo schiacciando il sole dentro nella scatola, la notte pregavo perché la poesia non finisse mai.

L’ISOLA DELLE ANIME
(traduzione di Federica Cremaschi)

Billy nacque in prossimità del cantiere navale
Primo figlio di un figlio di un rivettatore
E Billy cresceva mentre la nave allungava la sua ombra
La grande carena oscurava la luce del sole
E sei giorni alla settimana guardava il suo povero padre
Un lavoratore vivere come uno schiavo
Beveva ogni sera e sognava un futuro
Di soldi che non avrebbe mai messo da parte
E Billy piangeva quando pensava al futuro
Presto arrivò il giorno in cui la bottiglia fu rotta
Vararono la grande nave in mare
Sentì che sarebbe stato abbandonato su una riva desolata
Ad un futuro da cui voleva disperatamente fuggire
Che altro c’era per il figlio di un costruttore di navi?
Una nuova nave da costruire, nuovo lavoro da fare
Un giorno sognò la nave nel mondo
Avrebbe portato suo padre e lui
In un posto in cui non sarebbero mai stati trovati
In un posto lontano da questa città
Prigionieri nella gabbia della nave scheletro
Tutti gli operai erano appesi come mosche
Accecati dal bagliore della luce all’acetilene
Un lavoratore lavora finché l’industria non muore
E Billy piangeva quando pensava al futuro
Un giorno quello che chiamano infortunio sul lavoro
Schiantò coloro a cui non si poteva perdonare
Portarono a casa il padre di Billy in ambulanza
Un orologio d’ottone, un assegno, forse tre settimane di vita
E che altro c’era per il figlio di un rivettatore?
Una nuova nave da costruire, nuovo lavoro da fare
Quella notte, sognò la nave nel mondo
Avrebbe portato suo padre e lui
In un posto in cui non sarebbero mai stati trovati
In un posto lontano da questa città
Una nave di Newcastle senza carbone
Avrebbero navigato verso l’isola delle anime

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...