Talk Talk – After The Flood, Matteo Luceri

1200x630bb.jpg

Che strano. Due ore fa sono uscito per fare la spesa. Sulla strada per casa, in macchina collego all’aux dello stereo il telefono, in cui ieri ho piazzato un bel po’ di mp3. Metto l’ultimo Massimo Volume, si sente uno schifo e mi chiedo se la colpa sia dell’impianto o del bitrate. Parcheggio sotto casa, controllo ed ecco: 192kbps. Su slsk non avevo trovato di meglio. Cerco al volo qualcosa da ascoltare per controprova e faccio partire After The Flood, che oltre ad essermi procurato con attenzione al minimo sindacale di 320, è un pezzo tecnicamente molto ben registrato in studio. Il pezzo fa parte del mio disco preferito che, realizzo nel mentre, non ascoltavo da un anno o due.

Il mio disco preferito di sempre, senza rivali. Il disco che mi sono sempre chiesto come facesse a non essere uno dei dischi preferiti di chiunque abbia una minima sensibilità musicale. Mi metto a scrivere un messaggio, passano un paio di minuti, finisco di scrivere il messaggio. Che palle, ho 4 buste della spesa e un amplificatore da 20 kg da portare su casa. Scrollo il facebook del cazzo, passano un altro paio di minuti. C’è qualcosa che mi trattiene in macchina. E’ una musica che sto riscoprendo dopo tanti mesi. Penso: “Adesso ci faccio un post, sul facebook del cazzo. Ci scrivo che nonostante non ascolti più almeno un paio di volte a settimana Laughing Stock come ho fatto per quasi una decina d’anni, quel senso di magia resta incontrastato e non mi lascia mai.” Salgo su con le buste, sistemo la roba in frigo, apro il cazzo di facebook e leggo la notizia.

Mark Hollis ha fatto parte della mia vita, senza se e senza ma. Continuerà a farne parte per sempre, fortunatamente. Ogni volta che qualcuno mi ha chiesto “Qual è il tuo disco preferito?” la mia risposta è stata sempre la stessa e otto volte su dieci non sapevano proprio de che stavo a parla’. E lì partivo col solito pippone: “Te lo ricordi quel gruppo di (canticchiando) IT’S MY LIFE TA-TA-TA-TA-TATAAAA DON’T YOU FORGEEET” destando stupore nell’interlocutore che, se conosceva un minimo i miei gusti, restava spiazzato. Il pippone proseguiva col racconto di una band in controtendenza rispetto alla “naturale” evoluzione di una band di successo. “Hai visto di solito come va, no? Tutti partono al massimo della spontaneità e poi major, vendite etc.; i Talk Talk no, fecero il contrario”.

A volte seguivano degli scarsissimi tentativi di spiegare a parole il genere del disco e lì erano cazzi. Insomma, due cose di musica le so, almeno per quanto riguarda il macrocosmo pop-rock. Una terminologia di base la conosco. Ma per Laughing Stock, Spirit Of Eden e l’ultimo a suo nome io non sono mai riuscito a spiegarmi. Come è generalmente etichettato, avrei potuto dire post-rock? Sì, teoricamente più che calzante, come genere che si avvale di una strumentazione rock classica destrutturando il rock stesso. Ma quando dici post-rock alla gente vengono in mente i Mogwai, i This Will Destroy You, nel migliore dei case i GYBE e non ci siamo proprio. Citare il jazz, secondo me il calderone più accostabile non tanto a SOE ma quantomeno a LS e MH, avrebbe mandato ancor di più fuori strada l’inesperto. Insomma, non ho mai avuto il piacere di condividere l’amore per quei dischi. Apprezzamento sì, ma niente di più. Voi l’avete fatto tra di voi con i vostri VU & Nico, Ok Computer, Loveless, Unknown Pleasures e altri centomila. Io no, e questo mi è sempre mancato, per i dischi dei TT e quelli degli altri miei amori storici: i Massimo Volume, David Sylvian, Scott Walker e qualche altro. E tranne i primi, tutti praticamente inattivi dal vivo. A qualcuno recentemente avevo detto che ‘sta sfiga non mi andava giù e che avrei pagato -e pagherei, soprattutto per Scott- cifre astronomiche per un loro concerto. Ho detto “Pare che Hollis abbia smesso e adesso si limiti solo alle produzioni di altri. Ma se io metto insieme 100 pazzi che tirano fuori tre piotte a testa, ti pare che rifiuterebbe? Gli facciamo fare l’home concert!”

Dio solo sa quante volte ho googlato alla ricerca di cose simili a quei tre dischi. Ci ho passato gli anni, sul cazzo di internet, a cercare e ho trovato anche cose belle. Ma mai ‘sta grande miniera ed è stata una dannazione, amici miei, credetemi. Ti piace il punk, il beat, il prog? Alè, buona infinita ricerca. Il mio genere preferito non c’è sui fottuti saggi, sulle webzine e le riviste. Il mio genere preferito è quello di Laughing Stock. Che faccio? Mi passo al setaccio tutta l’ECM, Kranky, Impulse? Lo sto ancora facendo. Poche, pochissime soddisfazioni negli anni. Hex, va bene. Rustic Houses degli Hood, ok. Le grandi patetiche RICOPIONATURE stile These New Puritans. Qualche bel vago ricordo dai Necks, da Melanie De Biasio, dai Supersilent, ma vabbè. Qualche bellissimo caso isolato come i LAM. Ma lì finisce.

Per quanto riguarda la musica che avrei voluto suonare, Mark mi ha rovinato la carriera. Sono rimasto inattivo per anni andando alla ricerca, senza il minimo successo, di musicisti con i quali accostarsi MINIMAMENTE anche solo all’attitudine (perchè tecnicamente per me sarebbe stato impossibile) dei Talk Talk della seconda era. Anche lì vani tentativi di spiegare la frase che riporto in firma: “Una nota è meglio di due e nessuna è meglio di una”. Per chi non lo sapeva, è dello stronzo che se n’è appena andato. Vai a spiegare le pause al batterista e al chitarrista. Vai a spiegare l’impareggiabile sfruttamento del silenzio. Spiega il concetto di attacco e rilascio. Vai, vai… Spiega, spiega… Finisci come me, col basso tenuto nello sgabuzzino per 5 anni e tirato fuori solo per suonare tutt’altra roba.

Un paio di anni fa pensai ad una cosa per la prima volta e di tanto in tanto, nel tempo, il pensiero ha fatto capolino nella testa. “Non è mai morto nessuno delle persone molto vicine a me. Chissà che sensazione sarà, quando accadrà”. E pensavo anche a quei pochi artisti che amo davvero, erano ancora tutti vivi. Poco più di un mese fa è successo, improvvisamente, col parente a cui tenevo di più, genitori esclusi. Ho conosciuto quella sensazione. Ora succede con l’artista più importante della mia vita, ma sento che sarà più lieve, ovviamente. Grazie a quei cosi tondi con la base che riflette la luce. Death is not the end. Addio, Mark.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...