Bruce Springsteen – I’m On Fire, Salvatore Setola

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Mi innamorai di nuovo del calcio una notte di fine maggio. In tv davano la finale di Champions League. A Istanbul stava per cominciare il secondo tempo di Milan – Liverpool, poco più di una formalità visto che la prima frazione di gioco si era conclusa sul tre a zero per i rossoneri. Non guardavo una partita da tre anni, ma quella sera non avevo un bel cazzo da fare e – un po’ per spirito antiberlusconiano, un po’ per empatia verso chi è costretto a rimontare una situazione disperata – mi misi a tifare gli scousers. Fu la sera in cui capii che tra la merda e la gloria, a volte, ci passano appena sei minuti. Che il pallone è una metafora della vita, dove l’imponderabile regna sovrano e qualsiasi cosa è possibile se hai fede. Fu anche la sera che conobbi il mio eroe calcistico definitivo. Steven Gerrard. Fu lui a dare avvio a una rimonta epica, che si completò ai calci di rigore con Jazry Dudek – portiere di rara scarsezza – asceso per una notte al rango di mistico polacco al fianco di Santa Faustina Kowalska e pochissimi eletti.
Fu Gerrard l’anima di quella rimonta. Centrocampista imperioso, capitano impavido. Un eroe, però, non lo scegli per la perfezione o il coraggio. Ogni vero eroe è anche un vero uomo, con un fallimento o un rimpianto che si porterà nella tomba. Un eroe, lo scegli per la tua stessa debolezza. O al limite perché sai che per nulla al mondo ti tradirà. La verità è che anche gli eroi sbagliano, fanno cazzate, esattamente come noialtri stronzi qualunque.Gli eroi veri, alla stregua dei Geni di cui parlava Carmelo Bene, fanno quel che possono, non quel che vogliono o vorrebbero. Mi fu chiaro un pomeriggio di inizio maggio, nove anni dopo Istanbul. Il Liverpool buttò alle ortiche un titolo che la sua gente attendeva da venticinque anni. Lo stesso insostenibile tempo che era passato dalla tragedia di Hilsborough, lo stadio di Sheffield dove avevano perso la vita novantasei reds tra cui proprio un cugino di Gerrard. Sembrava quasi che il destino stesse incastrando gli ultimi pezzi di un puzzle incredibile. Quattordici giorni prima – nell’anniversario di quella immane tragedia – due ragazzini avevano steso il Manchester City ad Anfield, consegnando nelle mani del Liverpool la tremolante responsabilità delle proprie ambizioni. Bastava non perdere in casa col Chelsea – ormai fuori dai giochi – ed era praticamente fatta. Se una sera di maggio di nove anni anni prima avevo capito che dalla merda alla gloria ci passano appena sei minuti, un pomeriggio di maggio di nove anni dopo capii invece che per fare il percorso inverso basta meno di un attimo. Nei secondi finali del primo tempo, Gerrard – proprio lui – scivolò da ultimo uomo con la palla tra i piedi. Demba Ba si involò solitario verso la porta, segnando il gol che il Liverpool – mi fu chiaro da subito – non avrebbe più rimontato. Mentre guardavo l’attaccante del Chelsea puntare la porta, il tempo si dilatò come in un ralenti di Sam Peckinpah ed ebbi la netta sensazione che lì non stesse andando a puttane solo il sogno del titolo ma molto, molto altro. L’illusione di un amore impossibile, la chimera di una carriera accademica nella quale in fondo nemmeno mi riconoscevo, la presunzione capitale di essere infallibile.
La vita non va sempre come a Istanbul. Un bel giorno ti mette di fronte al tuo fottuto cazzo di Demba Ba e, chiunque tu sia – fossi anche il centrocampista inglese più forte della storia – non puoi fare altro che guardare quel nero grosso, veloce e potente demolire tutti i castelli che avevi, con perizia certosina, costruito per aria.
La faccia di Gerrard, che, mentre tenta di riprendere goffamente l’equilibrio perduto, guarda impotente accadere l’irreparabile, non la dimenticherò mai. È la faccia che immagino abbia Stephen Malkmus dei Pavement ogni volta che ascolto “Here”. La canzone di quando devi dire addio a un sogno. “Mi ero vestito per il successo, ma il successo non è mai arrivato”. Pensavi di aver acciuffato la felicità per i capelli, ti eri preparato al meglio, tipo quando una ragazza che ti piace accetta il tuo invito. Ma poi – prima di passarla a prendere – lei ti dà buca. Ecco, in quel genere di momenti partono i Pavement: il battito rallenta, la chitarra implode. Chi l’ha provata almeno una volta nella vita sa che la rassegnazione ha esattamente quel suono e quelle parole. “Everything’ sending here”. Tutto sta finendo qui. La realtà che ti viene a sbattere addosso come un treno dell’alta velocità, lasciando desideri e aspirazioni sotto le rotaie.
C’è però un’altra canzone che ancor di più mi ricorda la faccia di Gerrard. È l’espressione che indossa Springsteen alla fine del video di “I’m On Fire”, in cui interpreta la parte di un meccanico folgorato da una misteriosa e sensuale donna vestita di bianco, piombata in officina per regolare dei problemini alla sua Ford Thunderbird. Insieme al gingillo automobilistico, la femme fatale di cui non si vede il volto gli lascia anche un folto mazzo di chiavi, tacito invito a una notte di passione. Come a dire, se mi vuoi sai dove trovarmi. Springsteen non ci dorme la notte. È tutto un ribollire di ormoni e fantasie erotiche. Balza via dal letto e si dirige in officina. Tira fuori la Thunderbird, si mette al volante. Los Angeles semideserta davanti a lui, le luci dei lampioni alle spalle, la scia inebriante di quei tacchi stampata nei timpani. Una volta giunto all’ingresso dell’elegante villetta situata in un quartiere residenziale, guarda in alto verso la finestra. Al primo piano la luce è accesa. L’affascinante signora in bianco sarà “occupata”. Sulle prima pensa di suonare il campanello, poi desiste. Decide infine di andare via. E qui fa quella faccia. La faccia di Gerrard. Ripone le chiavi nella cassetta della posta, lascia l’automobile lì fuori e va per la sua strada.
Bruce Springsteen rassegnato è una contraddizione ontologica, un ossimoro genetico. Lui che ha scritto “Thunder Road”, una di quelle canzoni-romanzo dove il protagonista combatte per non essere l’ennesimo perdente in una città di perdenti. E allora corre. Corre sulle ali della propria immaginazione perché la realtà, a giocarci contro, fa spavento. Corre, sospinto dal soffio di una fisarmonica, accompagnato da un tappeto pianistico scoppiettante, e forse alla fine riesce addirittura a farcela, quando entra il sassofono di Clarence Clemons a elevare al cielo qualcosa di vagamente affine a un inno trionfale.
Noi comunque non lo sapremo mai se il tizio della canzone ha vinto davvero la sua sfida. Sapremo solamente che mentre lui ascolta Roy Orbison cantare per quelli che si sentono soli, lei sta danzando ed è spaventata perché non ha più l’età per credere in certe cose. Sapremo che lui è tutt’altro che un eroe, eppure le offre la possibilità di un riscatto. E non importa se quel riscatto condurrà alla Terra Promessa o sopra il cofano sudicio di una vecchia auto. Importa che lui prenda la chitarra e inizi a farla parlare. Per lei e nessun’altra. Importa che lei ci salti, su quell’auto. Per un giorno o una vita, chi se ne frega in fondo. Di un viaggio non conta la durata o la meta. Conta avere un motivo per salire, l’emozione giusta.
Se ami “Thunder Road”, vedere Springsteen rassegnato è un’ipotesi che non prendi neanche lontanamente in considerazione. Ma se è vero che ogni eroe è anche e innanzitutto un uomo, allora almeno una volta nella vita la tua faccia e la sua si sono sovrapposte. A me successe a Londra durante un capodanno trascorso in assoluta solitudine. Avevo appena stappato una bottiglia di vino di quart’ordine e mi accingevo ad accendere i fornelli, tenendo in sottofondo “The Blue Mood Of Spain”. La colonna sonora che avevo scelto dice tutto. Mentre il sussurro nottambulo di Josh Haden cantava di flebili raggi di sole e crimini da espiare, dai muri confinanti con l’altra casa giunsero i gemiti di due che stavano scopando. Li avvertii talmente vicini che ebbi la sensazione che lo stessero facendo sul tavolo della mia cucina. In quel momento mi sentii tipo l’ultima merda spiaccicata sul parabrezza di una Fiat Panda abbandonata al cimitero delle auto. Che grossomodo è lo stato d’animo di Springsteen in “I’m On Fire”. Il punto della questione è brutalmente semplice: Springsteen ha voglia di scopare. “I’ve got a bad desire”, mugola languido. Non certo con la prima che capita. Anzi. “Solo tu puoi raffreddare il mio desiderio”, canta nel finale abbandonandosi a un ululo di eccitazione che rimarrà frustrato. “I’m On Fire”, infatti, è un amplesso mai cominciato. Una delle rare canzoni di Springsteen in cui le chitarre non a caso se ne stanno accucciate in un angolo, fungendo da rockabilly da accompagnamento. La scena – in piena regola anni Ottanta – se la prende piuttosto il synth di Roy Bittan, perfetto per pennellare la sagoma di un vuoto. Voragine nello stomaco e nel cazzo. Così fu per me quel capodanno. Il cuore lasciato su un autobus diretto al sud di Londra, la pelle che premeva contro le vene e l’abbaio muto di Springsteen in “I’m On Fire”. Che era la faccia di Gerrard. Che era la mia.

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