Officina Zoè – Don Pizzica, Cristiano Bracali

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SANGUE VIVO

Italo 9915 che al momento presente viaggia con 45’ di ritardo.
Guardo dal finestrino il paesaggio che corre.

Penso a un amico e a un ricordo di me, un giovane montanaro, cresciuto sugli Appennini pistoiesi. Poco sapevo ancora della città in cui da poco vivevo per fare l’università. Troppo grande essa rispetto al paesello dove sono cresciuto e troppo stretta Firenze alla vista, nel confronto con Monte Gennaio, il guardiano del cielo e della terra, da cui piccola vedevo laggiù quella città. Firenze era ancora un sogno, un sogno di rinascimento coccolato tra viti olivi cipressi. Un sogno conservato ingenuo, come una fotografia, proveniente dagli arcani dalla mia gioventù, chissà come chissà perché. E io ero li, troppo piccolo e troppo grande per capirne il senso, in un contrasto erede dell’adolescenza, in quella città puttana che sembrava volermi estirpare dalla mia fotografica zona di confort.
Era un tardo pomeriggio di maggio. Gli odori, la luce, aria sulla pelle, dopo l’inverno, tutto si mischiava, a tal punto che in una tentazione oppiacea quasi dimenticavo…. quella montagna e la radice del possente faggio che l’abitava. Ma resistevo. Stringevo forte.
Il caso credo, mi portò in una corte, di una delle tante case della città. Era attorniata da portici con archi, colonne e pavimentato da poco, tutto in pietra, nessuno sfarzo, solo grigia pietra fatta corte in una romanica concezione.
Poca gente, un gruppetto dei tanti che suonava in quel tardo pomeriggio. Non ricordo con chi bevvi un bicchiere di buon vino rosso. Ricordo bene quel che accadde dopo. Ancora non sapevo che quella corte romanico fiorentina era invece un varco temporale, uno squarcio sanguinante sull’anima, un portale magico, nel quale entrai e mai più feci ritorno.
I musicisti suonavano una musica chiamata rumore di fondo, nessuno li ascoltava. Però una figura prese il mio sguardo mentre probabilmente sorseggiavo le ultime gocce di vino. Era una giovane donna che ballava a piedi nudi. Faticai per accorgermi che era bellissima e in quel tempo durato chissà quanto, pure lei vide me, forse perché gli sembrai l’unico interessato a quel che accadeva. Si avvicinò e senza nulla dire, mi invitò a togliere scarpe e calzini. La pietra era ancora calda, i profumi ancora vividi. Iniziò allora un pezzo, il rumore di fondo divenne volume, poi musica e in breve danza. Il ceppo di faggio divenne filo d’erba al vento.
Il gruppo che suonava erano gli Officina Zoe e il pezzo si chiama Don Pizzica, scoprii poi.
Dal silenzio dei tempi una chitarra poi un organetto e a breve i tamburelli salentini. Ero già circondato dal mediterraneo e poi una vampata di calore. Quando si aggiunse la voce femminile a tranciare quella sincope che all’improvviso era emersa nella mia anima, questa già disorientata fu definitivamente trafitta come da una spada.
Circa 7 minuti di musica divennero un eternità, senza tempo, fuori dal tempo, nel tempo battente di due tamburelli. Probabilmente un solo respiro, il mio, dall’inizio alla fine e 1000 battiti di cuore esatti, quanti quelli dei tamburelli.
La canzone finì, caddi in ginocchio, avevo le lacrime agli occhi, una percezione profonda e non ero più io. Non sarei più stato lo stesso. In quell’attimo liminare in cui la musica finì, nacqui io. Nacqui a piedi nudi, sanguinando e in lacrime. La ferita era al cuore e il SANGUE VIVO. Era dolore vivido, ma ineffabilmente era gioia all’ennesima potenza. Tutto in un’attimo, in un punto dello spazio senza tempo. Eterno. Da quel momento l’eterno fu parte di me, aveva i profumi di bosco e di muschio, di mare e salsedine. Era sole ed era sangue.
Era La Vita.

Tutt’ora piango, al pensiero o ascoltando quel pezzo. Anche su questo Italo 9915 in ritardo, con la mia vicina di posto che spippola al cellulare, ignara credo della mia stessa esistenza. Ma non importa, la vita non cesserà mai ed è una danza battente. In India si dice che Shiva battendo sul suo tamburo, crea la vita, la vita è lo stesso battito. E Shiva è invincibile.

Qui c’è la pizzica che batte sul tamburo e La Vita da noi si chiama Zoe.

Quando finirò di respirare se qualcuno si ricorderà di me, che metta questa canzone. Se ci saranno dei presenti che l’ascoltino e possibilmente ridano pensando al bischero che ero. In quell’attimo il mio spirito libero sarà.

(“Don Pizzica – Officina Zoe” è tratto dal film e album “Sangue Vivo”, 2000, in memoria di Pino Zimba)

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