Blur – Beetlebum, Michele Benetello

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Ricordo nitidamente l’uscita di Beetlebum; nitidamente e con uno spleen di rara intensità. Ero a Londra quel giorno. Lo attendevo con ansia, con fervore quasi mistico, come un epifania che speravo spiazzante dopo l’immenso commiato di Charmless Man (a proposito, c’è mai stato qualcosa così quintessenzialmente XTC?). Così fu. Seduti al tavolo centrale di un vecchio caffè a Covent Garden, di quelli con il linoleum, l’acre aroma di candeggina, i tavoli anni Cinquanta seppiati dal classico verde lattementa e un banco dolci dagli improbabili colori, schiamazzanti finta allegria. Erano l’unica cosa davvero colorata, lì dentro. Pure noi eravamo intrisi di un grigio inequivocabile. Sbracati, infreddoliti e in silenzio, a sorseggiare svariate tazze di caffè annacquato in attesa che la città svegliasse il proprio mastodontico corpo, lanciando tetris di occhiate che potevano avere mille incastri – o forse uno solo, quello giusto – a parlare di sciocchezze per non affrontare spigolose contraddizioni e assumersi responsabilità (perché soffermarsi sulle complessità della vita quando il cuoio ecc. ecc.?). Eravamo lì dunque, alle 9 di un freddo mattino di gennaio, a rimescolare amarezze in silenzio, ignavi di quello che sarebbe accaduto di lì a poco (la morte di Billy MacKenzie, ad esempio). Un terzetto nel quale ogni partecipante avrebbe volentieri fatto a meno dell’altro. Io sicuro.

Insomma, in mezzo ad un brulicare di voci (altrui) e silenzi (nostri), assuefatti da una radio scassata seppure lesta nell’emanare canzonette sculettate da squinziette assortite, quei pochi minuti si palesarono. Lo speaker sparò fuochi d’artificio gutturali per esternare l’emozione di cotanto momento. Il fatal giorno era arrivato dunque, per tutti. Anche per noi che non riuscivamo a decrittare quel riff in guisa di slavina, piagnone e tachicardico. Che salto quantico transumare da Charmless Man a ‘questa cosa qui’, pensai. Woof… Al cambio del tempo facevano due ere geologiche, estinzione del brit pop compresa, pronto a morire in quell’esatto istante. Ammainate le vele e torniamo verso casa col bottino. Death of a Party. Mezza caffetteria si zittì, alzando la testa come nella miglior radiocronaca di Orson Welles. Facemmo altrettanto, disorientati da quel grattugiare di chitarra alla moviola, bitume armonico che non aveva più nulla dei zuccherosi saltelli acrobatici di qualche tempo prima. Yes, they’restereotypes. Una oscura cantilena psicotropa avvolta da Graham Coxon con sei nebbiose e appesantite corde. Se non si stava facendo la storia, almeno la geografia dell’impero britannico era prossima ad un mutamento.

“Mi pare un loop dei Can prodotto da Kevin Shields con il culo pieno di mercurio”. Dopo tre minuti di assoluto silenzio dissi una cosa del genere, facendo partire una delle più lunghe ed inutili filippiche dell’umana storia; filosofia spiccia per svantaggiati, incapaci di adattarsi alla realtà che li circonda(va). “Macché Can, sono i Beatles questi, dovrebbe chiamarsi Beatlesbum ‘sta roba”. “No, è krautrock al tegamino”. “Ma stai scherzando? E’ quasi psichedelia inconsapevole”. Così via per almeno tre tazze di caffè. Eravamo solo dei campagnoli piscioni malcresciuti, e Beetlebum era solo una canzone sull’eroina, zoppicante sopra alcuni accordi di chitarra; quante ne avevamo sentite nel corso degli anni? Sì, ma questa, dai. There She Goes. Again. Nel corso degli anni si parlò di un oscuro omaggio al White Album, alla devastazione emotiva di Albarn dopo la chiusura del rapporto con la Frischmann, a delle pericolose frizioni interne per portare i Blur oltre i rassicuranti siparietti Kinks(“Il prossimo disco sarà più Iggy Pop che Brit Pop” ebbe a dire Alex James interrogato a riguardo). Ma lì, in quel gennaio freddo e muscoloso Beetlebum strangolò il cromatismo di quella caffetteria d’altri tempi e tutte le speranze, mie e dell’industria discografica inglese. Mi stavo ciucciando mezza boccetta di Novalgina ogni 24 ore per contrastare una brutta infezione contratta giusto pochi giorni prima. Non era una pericolosa analogia, no. Ma non bastò. Tre sere dopo mi ritrovai disteso dentro un taxi, destinazione Marylebone Hospital, stavo urlando (in italiano) tutti i dolori trattenuti da delle cornee troppo deboli che già si immaginavano una Brexit. Il taxista mi osservò preoccupato. “Tranquillo” dissi, “I just slip away and I am gone, nothing’s wrong”.

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