Prodigy – No Good, Gaille Falloppio

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Quando vidi per la prima (e unica) volta Keith Flint iniziare a dimenarsi e agitare la testa come un posseduto sulle prime note di Breathe stavo per prendere la mia ottava birra ad un festival polacco dove ero andato da solo.
Era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere: di solito avevo sempre sentito il bisogno di fare gruppo, di avere qualcuno a fianco. Ragazze, amici, gente a caso. Questa volta invece niente. Le gambe erano partite prima della testa.

I don’t need nobody

Era stata una voce dal nulla? Non lo so.
Forse avrà contribuito l’aver passato i giorni precedenti in una specie di campeggio in mezzo ai boschi, a sorvegliare e organizzare giochi per una cinquantina di bimbi polacchi. Durante le notti, in mezzo all’umido del lago Sulenczyno, nella mia baracca di legno ripensavo alla mia infanzia, arrivando poi alla consueta domanda finale: “che cazzo ci faccio qui?”

Fughe all’estero ne abbiamo? Sembra la vaga risposta della nostra “jilted generation”…
“Vado un anno a Londra a lavare i piatti e poi boh…vediamo”.

Io invece avevo scelto la Polonia. Pensa te…
Là per un anno ho seguito un progetto di volontariato che in qualche maniera mi ha preparato al mio lavoro attuale e a lasciare la mia ragazza. Non chiedetemi come, ma interagivo abbastanza bene con quei bambini che ovviamente parlavano solo la loro lingua del cazzo piena di zeta

Ma torniamo a quel concerto.
Prima di quel momento non me li ero ascoltati neanche troppo i Prodigy, li credevo un gruppo appartenente ad una generazione di tossici ormai passata. E con quella generazione avevo avuto un incontro ravvicinato e formativo quando credo era uscito da poco The Fat Of The Land: 1997 pieno.
Ero davanti alla scuola media di paese con mia madre e vidi queste belve che si ciondolavano e facevano richieste strane alla fornaia con delle voci grattatissime. Mi facevano paura, ma al tempo stesso mi incuriosivano. Seppi qualche tempo dopo che in quei giorni verso Casale di Pari, in mezzo al nulla più totale, era stato organizzato un gigantesco rave illegale.
Quella paura mista a curiosità si era automaticamente trasferita anche sui Prodigy.

Gli anni sono passati, quella cultura forse è morta del tutto e di quei ciondolanti punkabbestia ormai se ne trovano pochi in giro.
I Prodigy però restano, come resta questo pezzo. Perciò l’esperienza di vederli lì, da solo, lontano da tutti, con una devastante fiammata alla testa (forse al pari di quei tossici) e con il sole polacco di fine giugno che sorgeva da dietro il palco alle 3 del mattino mentre partiva questo pezzo, mi ha fatto sentire parte di quella generazione di sbandati ricercatori di emozioni sintetiche.

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