Franti – Acqua Di Luna, Guido Rossetti

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Un bel modo di rimanere vivi

da “Franti – Perché era lì. Antistorie da una band non classificata”,
Cani Bastardi (Nautilus Autoproduzioni, 2014)

Poche cose possono essere afose ed opprimenti come la provincia piemontese a metà degli anni ’80.
Impazzisco a cercare una fuga mentale da un mondo squallido che sta iniziando , in massa, a vergognarsi di essere stato “impegnato” fino a pochi anni prima.
Le tettone di Tini’ Cansino da una parte e il faccione di Bettino Craxi dall’altra, mi ricordano che sono un quasi ventenne non negli anni di piombo ma in quelli del riflusso, l’onda di merda che ti arriva al labbro inferiore e guai ad aprire la bocca…
L’arroganza borghese che ritorna a volume alto e la maleodorante presenza dei preti, sozzo cancro del nostro mondo, chiudono alle mie spalle il cancello della mediocrità e lo fanno a doppia mandata.
Arriva la televisione “commerciale” , nuovo simbolo della libertà di questi anni (…) e ci anestetizza col suo nulla circondante : il nulla pingue di Umberto Smaila, il nulla idiota di Faletti-Pistarino, il nulla tumorale della democrazia cristiana e della juve, la vecchia immancabile puttana che si accompagna sempre alle fregole borghesi e all’anestesia di massa.
Ci sono dei momenti in cui avrei solo voglia di sparare e di gridare “porcoddio” per le strade, a scuola, coi parenti…

A casa, per fortuna, ho due fratelli maggiori.
Intendiamoci, di loro potrei fare a meno, a volte, anzi pagherei per questo, ma hanno una montagna di vinili e questo è un motivo piu’ che sufficiente per tollerare la loro presenza.
C’è di tutto lì dentro: ci sono gruppi dai colori arcobaleno che cantano nenie acustiche insopportabili di un periodo che non mi appartiene, ci sono imitazioni di imitazioni di grandi cantautori, ci sono gruppi prog ormai troppo prog per risultare credibili ma ci sono anche dischi autentici, sudati, “sacri”, dischi che sprigionano sudore e sangue, midollo e rabbia e lotta, bestemmie, morte, scosse pelviche, scosse di terremoto!!!
È quello che mi serve.
Alcuni dischi mi strappano il cuore, i primi tre dei Doors, i vinili dei Jethro Tull dal 69 al 77, i classicissimi Deep Purple, le angosce virtuose dei Van Der Graaf Generator…

….ma manca ancora qualcosa, ci vuole più rabbia. Rabbia consapevole ma non misurata, libertà selvaggia, voglia di cambiare , per usare una espressione abusata di un tempo che fu.
Il primo disco a cui dedico una bestemmia carica di entusiasmo è “Arbeit Macht Frei” degli Area.
Lì dentro c’è proprio quello sclero intellettuale, quel vigore, quella autenticità del messaggio, in culo a tutti meccanismi commerciali che già allora mi stavano inconsapevolmente sui coglioni proprio come i preti e i carabinieri!

Lo conosco a memoria, lo divoro, lo consumo, lo giro agli amici (con poco successo).
È un grande passo avanti, sento che non sono più solo ; la testa è fuori dall’acqua.
Voglio mettere anche le caviglie all’asciutto e decido di “passare dall’altra parte della barricata” e di comprare un basso elettrico. Lo compro da un ottimo bassista dark e, manco a farlo apposta, entro in contatto con un gruppo di dark con i quali non ho un bel cazzo da spartire ma che mi stanno simpatici.
Cercano un bassista e mi arruolano nonostante io sappia suonare il basso come so ballare il liscio o cucinare il cinghiale.
È un buon inizio.

Qualche mese dopo realizzo che le quattro corde sono diverse tra loro e sono dignitosamente in grado di accompagnare le tristezze esistenziali di un giovane simil Robert Smith valligiano.
È la primavera del 1986 e proprio qui, a Pinerolo, illustre orifizio anale del mondo, ci sarebbe da suonare di pomeriggio in un mega concertone autogestito in cui, alla sera, suoneranno dei gruppi “famosi” di Torino.
Due di quei gruppi saranno tra le stelle polari di tutta la mia vita: Nerorgasmo e , ovviamente, Franti.
Facciamo la nostra suonata di pomeriggio, senza infamia e senza lode. La ricordo con tenerezza come molte delle cose di quel tempo.

La botta, però, mi arriva la sera.
In quel panorama di creste, spille, jeans strappati, birre e birre e birre e tipi, finalmente,poco da provincia piemontese, arriva sul palco un gruppo che di punk, in senso estetico, non ha una bella minchia di niente!
Intorno si respira un’aria di profondo rispetto…
Il pogo lascia il passo ad un ascolto consapevole, le birre vengono momentaneamente riposte nelle loro fondine, il tipo dall’aria fusissima che mi basculava accanto fino a cinque minuti prima sembra un leone addomesticato. Nessuno lo ha riempito di calmanti ; è la potenza dolce ma ferma delle parole dei testi dei Franti.
Resto un po’ colpito dal quietarsi del casino e dal fatto che queste persone così in apparenza diverse, vibrino in modo uguale.

Qualche decennio dopo realizzerò con molto disincantato dolore che quelle stesse persone sono “cresciute” in modo diverso ma questa è una deriva lacerante e forse inevitabile di una certa tipologia dell’animo umano.
Correndo dietro a questa selvaggia associazione di idee Franti-centrica, non posso non ricordare che molti degli intransigenti “compagni” di quegli anni, anarchici o comunisti, che hanno fatto le pulci al mondo su testi, musiche, vestiti, alimentazione e così via, oggi sono ingegneri, liberi professionisti o “capetti” di ditte multinazionali…
È proprio vero che verso la quarantina, -spesso-non sempre-ma molto spesso-, si diventa coglioni borghesi come quelli che si combattevano vent’anni fa o giù di lì.
Io non lo sono diventato e sono sicuro che Franti ne sarebbe fiero!

Tornando al concerto ricordo che al termine della serata le mie certezze “musicali” presero una botta pari a quella provata poco tempo prima scoprendo gli Area.
Mi procuro, allora era possibile senza passare dalle grinfie dei collezionisti, “Il giardino delle quindici pietre”, il masterpiece dei gruppi italiani di sempre e inizio a “sezionarlo”, sia la parte nera coi solchi e il suono che la copertina e la parte scritta coi testi e tutto quanto.
Scopro che non c’è bisogno di essere Guccini o Lolli per dire qualcosa di davvero sensato, in italiano…mi cade l’occhio su quella frase allora difficile da decifrare :

«L’autoproduzione e l’autogestione come strumenti per la comunicazione e le esperienze antagoniste, Blu Bus Records»
Che cazzo di roba è? L’auto che??…e cos’è sto Blu bus???
Quella frase sarà lo spunto di molti pensieri ma soprattutto di molta “roba concreta” fatta proprio con quelle parole li’ e quelle modalità, negli anni a seguire.
Ciò che mi stupisce molto è che questi qua non suonano musica “punk”, non sono vestiti “da punk”, non fanno i classici due-tre accordi di molti gruppi punk ma il loro midollo spinale emana punk fino al profondo della sua sezione!
Fenomenale.
E la cosa ancora più fenomenale e che, proprio come i punk, non c’entrano un bel cazzo col mondo “riformista” che c’è lì fuori…
Anche loro sono “fuori dal recinto delle mucche”, quello con la corrente a 12 volt.
Misteri della capacità di espressione umana!

La cosa figa di ascoltare quel tipo di cose è anche che nella provincia piatta, odorante merda di mucca liquida e molle, non c’è nulla di simile. Se vuoi andare in parrocchia, alla sede della dc o dei partiti riformisti o al cineforum, allora puoi farlo anche in provincia ma se vuoi calarti nelle arterie della mente quella musica così figa, con quell’attitudine così figa DEVI andare a Torino.
…Partire con la A112 Abarth da tamarro alla volta di Torino, non ci sono alternative.
Altrimenti vai a ballare con le canzoni di “Mixage”…

E allora che Torino sia. Fino ad allora per i rozzi provinciali cresciuti a pane e normalità, Torino è fondamentalmente la città dove l’icona del male, la giuve di merda, ruba e danneggia un simbolo del bene, il Toro.
Io nasco “minoranza”, allora come oggi ho il dono di stare dalla parte dell’1 %, qualsiasi attività io svolga, per cui non parteggio certamente per la merda nero-bianca ma neanche per i granata, nonostante i miei genitori lo siano entrambi.
Io sono dell’Inter fatto che, dalle mie parti, è un po’ come essere affetti da albinismo o avere l’hobby del bird-watching.
I discorsi calcistici dei miei coetanei, negli anni ’80, sono tutti del tipo “gobbi ladri di merda, andate a Mirafiori a leccare il culo agli agnelli “……….” granata sfigati, pensate al vostro aereo e andate affanculo, rosicate perdenti ecc ecc” (i discorsi dei gobbi non hanno avuto, nei decenni, nessun upgrade).
Questo dualismo, curiosamente, è stato tangibile da allora ad oggi nell’underground nostrano. I personaggi più spessi ma più autentici del punk, in senso culturale, sono sempre stati calcisticamente agnostici o granata, comunque antigobbi. I finti e successivamente “rinnegati” perlopiu’ gobbi.
Sarà pure un caso ma è così…
Alle cene dei “lions”, “zonta” o simile materiale umano da gulag, non troverai ex punk granata ma troverai fior di gobbi che ti diranno “che coglione che ero da giovane “………….” ma quanto mi sono divertito, però…”, “eeeeeeeeee…guarda com’ero pirla in questa foto…ah ah ah “.
Per non trovarli, comunque, basta non andarci o andarci imbottiti di tritolo!
Nella piramide umana Paolo Pulici è punk, Bettega è un borghese del cazzo; basta come esempio?

Torino non era solo schermaglia calcistica, ovviamente. Era , in maniera incredibile, impronta, odore, direi PUZZA di fiat.
Ecco un altro derby della grigia città di Gianduja.
Da una parte i fedeli, in senso proprio religioso, della fabbrica degli agnelli (non riesco proprio a scriverlo maiuscolo).
Quelli che “meno male che gli agnelli hanno portato lavoro e benessere…bisognerebbe fargli un monumento!”.
Dall’altra parte, logicamente, comunisti, anarchici, libertari in genere che li vedrebbero bene nel basamento di un monumento, Io sono sempre stato tra questi!
Non ho mai sopportato la deferenza idiota, il bigottismo sociale, la sindrome dello zerbino che si è manifestata verso quei cancerosi maiali riveriti.
È stato un errore specistico…non si trattava di ovini ma di suini…sarebbe bastato accorgersene in tempo!
Nella motor-city piemontese il tanfo della fiat è stato, è e, temo, sarà sempre il tratto dominante.
Forse solo i fans della “sacrasindone”, (altro prodotto tipico sabaudo) hanno emanato la stessa bontà falsa e pelosa.
Per recarmi in quella mecca della musica e della contraddizione devo pupparmi quaranta km ad andare e altrettanti a tornare.
Prendere o lasciare!
All’epoca , senza autostrade o superstrade, si tratta di percorrere la merdosissima statale 23, una strada larga come la cabina di un confessionale, piena di pullman e auto di vecchietti di campagna, già ubriachi alle otto di sera che la percorrono ai trenta all’ora!

Uno dei motivi per cui un ventenne degli anni ’80 va fino a Torino in treno o con quelle strade di merda si chiama “Rock ‘n’ folk”. E’ un negozio “alternativo” ( allora il termine era usato e sensato) dove si puo’ trovare punk, metal, new wave o musica giustappunto “alternativa” in una cornice umana notevole.
Crocchi di metallari, crestati, mods e altro popolano la piccola via Viotti dove il negozio è situato.
A quel negozio devo molto, ci ho comprato proprio roba di Franti, Negazione, Contrazione e altri vinili storici che manco ricordo.
Gran posto, gran pomeriggi e grande senso di avventura nella “grande città”.

Tu prova a passare dai trattori alla mole antonelliana e vedi se non ti gira la testa!

Da Rock ‘ n’ folk ricordo di avere messo le mani sulle prime fanzine della mia vita. Mi maledico per averle perse quasi tutte negli innumerevoli traslochi della mia vita. Mi ricordo che ce n’era una chiamata “Punkaminazione”, di quella ne ho ancora una copia da qualche parte.
Da questi fogli assemblati autenticamente da spiriti autentici, ere geologiche lontane dal “copia e incolla” scopro che puoi scrivere del cazzo che ti pare, anche in modo molto piacevole da leggere e che puoi organizzare attività senza che siano organizzate da partiti, associazioni o simili. Non è un salto da poco per chi ha sempre pensato che la delega sia irrinunciabile come il massaggio periodico del proprio pisello.

Da quelle lettura, da quell’humus rimango impressionato dal fatto che Franti non ama definirsi una band, un gruppo, un complesso o così via ma bensì un “collettivo” e per giunta aperto.
Io che come hobby di ventenne, memorizzo le formazioni dell’Inter o le line-up dei grandi gruppi dei seventies, strabuzzo gli occhi davanti al fatto che un combo musicale possa avere una formazione variabile. Un’altra barrierona mentale si schioda come fosse un trave di legno durante una alluvione.

E poi ‘sta storia delle “A” cerchiate…all’inizio non capisco di che si tratti poi, anche grazie ai fratelli maggiori, apprendo che l’anarchia non è “il disordine” come sosteneva quella testa di cazzo di parroco negli anni del catechismo ma è probabilmente la forma di ordine umano più vera e più completa. E’ il rispetto naturale che intercorre tra persone sensibili che non hanno l’ambizione di incularsi l’un l’altro.
Un altro bel salto…
E da li’ si va in biblioteca a cercare i primi testi su quella cosa così strana.
Per fortuna poi l’occupazione di “El Paso”, a fine 1987, sarà fantastica e utilissima anche in quel senso ma questa sarebbe un’altra bellissima storia.
La scoperta dell’anarchismo è comunque sugli stessi binari della scoperta di Franti, su questo non ci sono dubbi e mi accompagnerà per tutti gli anni passati in fabbrica e anche dopo.

Una cosa che mi è sempre piaciuto dei Franti è che mi hanno permesso di fare dei figuroni da “personaggio colto” in svariate situazioni.
In fabbrica, a inizio anni ’90, era stupendo iniziare i volantini contro “il padrone” e le sue funzionalissime rotelline di cigielle-cisl-will con frasi tipo :”il sole scalderà gli ultimi piani ma nei reparti c’è disperazione”, “poco sole, pochi giochi e non c’è un cazzo da scherzare !!!” e giu’ commenti del tipo “va’ che cazzo di frase…ma come ti vengono?”
E poi vuoi mettere il delirio di schiaffare in bacheca tutte le nostre ( giuste, assolutamente giuste ) considerazioni arrabbiate firmate con “Individualità anarchiche”, “Metalmeccanici Comunisti-libertari” o simili.
Tutta farina del loro sacco che avevamo preso a prestito e che attirava comunque l’attenzione di quello stanco mucchio, un tempo “selvaggio” che erano i metalmeccanici di venti, ventidue anni fa, stanchi cazzi ormai non piu’ turgidi, imbarazzanti nelle loro tute blu blandite da dieci anni di “riflusso”
A queste semicitazioni e a quel periodo così contraddittorio in cui ci si sentiva come i Navajos nelle riserve o i panda in estinzione, in cerca di una improbabile riproduzione in cattività, si accompagnava una vorace scoperta del pensiero anarchico.
Arriva un momento nella vita di noi “salmoni-bipedi”, masochiste teste di cazzo che si ostinano a ricercare la sorgente inesistente di un fiume che in realtà è una cascata, in cui la falce e martello a volte ti calza stretta e il tuo modo per portare le branchie oltre la merda senza che questa ti riempia i polmoni è tatuarsi nel cervello un “senza servi niente padroni” che funge al tempo stesso da salvagente e da paracadute.

Di questo tempo, già così calante e sfortunato, ho mille percezioni retroattive ; odori, volti, suoni, sapori, sollecitazioni, odio e mille altre ancora che si associano quasi automaticamente con la sensazione di cemento-cemento-cemento-cemento che è il timbro indelebile della “Detroit de noantri”, la marcia Torino in cui l’asfalto era ed è fetente come spalmato di bitumi merdosi, certamente prodotti dalla marcissima fiat dei marcissimi agnelli, loro e la loro gobba di merda, allegoria perfetta di una società stringente, ottusa, cattiva ed arrogante.
Frantianamente mi dichiaro “in direzione ostinata e contraria”!

Scriversi, descriversi, riscriversi, a tanto tempo di distanza è un esercizio ingenuamente doloroso, interessante, divertente ma è certamente un rilevatore dei cambiamenti.
Certo, il tema sei tu stesso e , per una volta, non ti scrivono gli altri con le loro aspettative nelle quali non ti riconoscerai mai , ma il cambiamento emerge in tutta la sua inarrestabile potenza.
Ripensi a dei luoghi e ti accorgi che sono “altri” rispetto ad allora…è il progresso, baby…ripensi a delle facce e le vedi come allora anche se sai che è una tua personale e generosa rivisitazione e questo vale per tutte le tue galassie personali. L’antagonismo, il mainstream, la parola “alternativo” e tutti i pianetini che orbitano attorno alla tua testa.
Tutto è stato frullato da giorni che sono passati coi loro sedimenti, i loro detriti, scorie, scarti, chiamali come vuoi.
Ha un senso? Non lo so, non ho una risposta né mi pare così importante. Resta un bagaglio di emozioni che, come le canzoni, vanno comunicate fino in fondo.
Se a qualcuno interesseranno, sarà un bel modo di rimanere vivi.

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