Moondog – Be a Hobo, Simone Perna

gra

Lavoro da sempre fino a tarda sera e se da queste parti devi tornare a casa alle 2 (e non abiti vicino al tuo luogo di lavoro), l’assenza di mezzi pubblici notturni ti obbliga a disporne di uno tuo. Possibilmente a motore. E con la necessità di una patente di guida, si intende.
Bene: cosa succede se una sera tornando a casa da una cena con amici ti fermano e sei positivo all’alcool test? Succede che sei fottuto. Magari li per li ti senti come uno dei protagonisti di Nebraska di Bruce Springsteen. Ma, appunto, è deprimente.
Sei (6) mesi di condizionamenti, elemosine di passaggi, sistemazioni provvisorie un po’ qua e la, pseudo nomadismo e tanta, tantissima caratterialità in eccesso.

E camminate, lunghissime e sane camminate. Notturne, in mezzo al nulla di questo amabilissimimo capoluogo di provincia per lo più desertico, quasi più provincia del resto della provincia a cui è a capo. Con i pensieri che devono prendere un ordine, collocarsi, disporsi nella griglia della presunta programmazione della fetta di vita che attraversi in quel momento. Come la strada che stai percorrendo mentre sembra non finire mai.

Ma a questo punto però arriva il bello. Che in effetti, a pensarci bene, è sempre “quel” bello.
I pensieri li devi pur fottere e chiudere da qualche parte, no? E per farlo sono abituato a schiacciare play, alzare il volume ad aprire le orecchie, stavolta tappate per bene da 2 auricolari marci ma funzionali.

Mi hanno ritirato la patente a febbraio, è arrivato subito marzo, aprile è stato lungo, maggio più dolce e a giugno: BAM. Scopro una cosa che mi cambia e un po, si. Me la salva la vita. Questa cosa è scoppiettante di percussioni droniche, con scie che sussurrano in sottofondo e sembrano schiuma di mare. Schhhhhhhh……Tic/toc-tic/toc-tic/toc. Scalpiccio continuo. Ma, ecco. Armonicamente tutto suo, fluttuante e mai furioso. Sa di strade in mezzo al traffico, rumori ambientali, motori lontani, voci di passaggio, clacson.
È il suono di un uomo solo, all’angolo di 2 vie di New York. È cieco, canuto di barba e capelli lunghissimi e vestito da vichingo. E quei vestiti, come quella cosa che emette quei suoni magici che senti (si chiama trimba), li ha fatti tutti lui. Artigianalmente.

E ti dice cose semplici, immediate. Se gli presti orecchio ti porta dentro quella pulsazione continua che sembra essere miracolosomente in equilibrio in mezzo ai tuoi alti e i tuoi bassi. Ti lascia sospeso e sei in moto continuo.

Capirete bene che io da li non volli più scendere per tantissimo tempo. Moondog divenne una costante del mio vagare che si fece più leggero, accompagnando il cambio di stagione. I miei piedi tornarono nella sabbia in riva al mare, stanchi per il troppo asfalto. “Be a hobo and go with me, from hoboken to the sea”.

Ad agosto riprendo la mia patente e il primo giorno, fermo ad un semaforo nella stessa strada dove 6 mesi prima incontrai il posto di blocco, riaccendo per la prima volta l’autoradio. “Be a hobo” esce dai finestrini abbassati per il caldo. Davanti a me sfilano i pedoni in transito e due di loro sembrano voler divertirsi improvvisando una gag: lui cammina davanti a lei e lei toglie il cappello dalla testa di lui, un cappello strano a dire il vero, sembra di cartapesta ed è a tuba. Lo lancia oltre il corpo di lui che allunga una gamba e fa per riprenderlo con un piede. Di istinto mi sale il nichilismo e a voce alta penso: “Questi mo li tiro sotto”. E mentre lo dico comincio a sorridere. Sono due artisti di strada e mi accorgo che il loro è un numero studiato che include anche un momento di giocoleria. Tutto calcolato e subordinato alle tempistiche del semaforo per riuscire poi a passare col suddetto cappello a richiedere l’eventuale offerta. Lei passa, prendo al volo una moneta e la infilo nel cappello che mi sta porgendo sorridendo. Mentre si sta rivolgendo all’auto di fianco la mia per l’offerta successiva si volta di nuovo verso di me e dice: “Bella musica!” Riparto e il sorriso è diventato risata. E mi dico che va bene.

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