Biglietto per l’Inferno – Il Nevare, Alessandro Giovannelli

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Quella volta, a Valmadrera.

Il tempo era ancora mite, quasi estivo, ma lassù era solito fare le bizze, specialmente di pomeriggio. Era il 2007. Direi il settembre. Non proprio i primi del mese. Per la seconda volta nella mia vita, ma a distanza di molto tempo dalla prima, mi ritrovavo a viaggiare da solo. Zaino in spalla e via, alla volta di un minuscolo pallino sulla mappa della Lombardia: Valmadrera. In cerca di qualcosa.

Avevo terminato da poco una storia durata più di tre anni e nel tempo nuovo che stavo vivendo fece il suo prepotente ritorno un vecchio cd che proveniva da una stagione differente della mia esistenza, apparentemente più lontana dei cinque o sei anni reali. Mi pareva proprio un’altra vita quella in cui conobbi il Biglietto per l’Inferno, una band della sterminata scena del prog italiano degli anni ’70, proveniente dalle parti di Lecco. La figura carismatica del Biglietto era il cantante/flautista Claudio Canali. Da Molteno, ma Valmadrera fu la prima “casa” di un’anima senza fissa dimora. Sfrontato, con una voce hard rock ed una presenza scenica dirompente, oltraggiosa. I testi del disco rivelano una personalità difficile, inquieta, un giovane uomo alle prese con mille dubbi ed un rapporto problematico con la morale, in particolare quella cattolica.

Valmadrera, zaino in spalla. Settembre 2007. I pomeriggi erano grigi e umidi. Fu quel cd a portarmi lì, anche se non capivo ancora perché. Stavo cercando qualcosa, ma quel qualcosa faticava a prendere forma e finivo per cercarlo negli orizzonti, tra le montagne solcate da profonde valli. In quel peregrinare un po’ sconclusionato mi ritrovai all’Abbazia di San Pietro al Monte. Non la dimenticherò mai: mi apparve maestosa dalla sua posizione dominante, seppure adagiata tra le montagne, e mi incuteva una sorta di soggezione. Veniva giù una pioggerellina fina che, a differenza del “nevare” del Biglietto, bagnava eccome la terra. Le tonalità oscure di un pomeriggio che preannunciava l’arrivo dell’autunno esaltavano l’imponenza di quelle mura secolari. E poi, il giorno seguente, il panorama mozzafiato dal Monte Barro su Valmadrera e Lecco. Ancora, chiudendo gli occhi, vedo nitidamente, laggiù, la forma del Lago di Como, ogni sua insenatura.

Quei luoghi che stavo visitando per la prima volta, i profili lontani dei crinali, i cieli che alternavano un azzurro terso alle tonalità fosche di nuvole pesanti: tutto cominciava ad assumere un senso. Anche la mia ricerca. Era come se quei luoghi e quella musica servissero a mettere insieme i tasselli di un mosaico. A restituire il giusto valore ad un tempo della mia vita che avevo chiuso troppo frettolosamente in un cassetto. Proprio dalla sommità del Monte Barro, con la cuffia nelle orecchie, ascoltando “Il Nevare” ed osservando il panorama sul Lago di Como, compresi per quale ragione mi trovavo lì. Cosa aveva portato Claudio Canali, anni prima, tra le montagne della Garfagnana, in un eremo benedettino, dove ha trascorso in pace, da monaco, il resto dei suoi giorni? In un lungo viaggio interiore, ma anche in un rapporto “fisico” coi luoghi, attraverso terre lontane, qualcosa, forse proprio nella natura, nella vastità degli spazi che il mondo ci offre, aveva fatto scoccare in lui una scintilla.

Ora era tutto chiaro: non ero lì per trovare qualcosa, ma per iniziare a cercare. La straordinaria potenza di quei posti mi aveva perfino suggerito che cosa.

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