Charlotte Gainsbourg – Me And Jane Doe, Filippo Ricci

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Alcune canzoni ti colpiscono al cuore dalla prima parola e ti stendono al suolo, spesso smascherando un lato che sapevi di avere ma che prima non riuscivi ad intravedere ed esprimere. Aprono e ti mostrano un cassetto nascosto e noi, per non dimenticarcene, lo riempiamo con un ricordo indelebile. Il verso iniziale di “Me and Jane Doe” racchiude più o meno la mia visione della vita, in maniera leggermente più poetica di come saprei descriverla: If I had my way / I’d cross the desert to the sea / Learn to speak in tongues something / That makes sense to you and me. Se riuscissi a trovare la mia strada / attraverserei il deserto verso il mare / imparando a comunicare qualcosa / che abbia senso per me e per te. Esprimere se stessi e la propria identità, la difficoltà nel comunicare e farsi capire, la distanza fra le persone, gli opposti che si presentano in forma di deserto e di mare, la voglia di superare, in qualche modo, le avversità e allo stesso tempo una sorta di inettitudine nell’affrontarle. Da piccolo desideravo un cane: ero figlio unico e, ogni volta che vedevo questi pelosi animali scodinzolare e abbaiare nella piazzetta sotto casa mia, chiedevo ripetutamente a mio padre di prenderne uno. Ben arrivò nell’estate del 2004, l’estate più fredda di tutta la mia vita e fu un uragano che spazzò via tutte le nuvole dal mio cielo grigio. Non stava fermo un attimo, saltava come fosse ad un concerto dei Daft Punk, correva alla velocità degli assoli di Kirk Hammet e quando si mangiava la coda sembrava aver venduto l’anima al miglior Mick Jagger d’annata. Aveva un solo scopo nella vita: mangiare tutto quello che gli passava vicino. Una volta vennero a trovarmi a casa 5 amici di Milano, tutti esaltati dalla prospettiva di trascorrere un paio di giorni al mare. Arrivarono in tarda serata e la mattina dopo mio padre ci aveva fatto trovare dei caldi cornetti appena sfornati. Dopo aver imbandito la tavola per la colazione, i miei amici mi chiesero di uscire fuori dal balcone per vedere il mare. Il tempo di un rapido sguardo all’azzurro dell’Adriatico e rientrati in casa trovammo Ben con lo sguardo compiaciuto e soddisfatto, la lingua che si leccava i lunghi baffi da beagle e la felicità stampata negli occhi. Ben aveva come suprema divinità il cibo e non credo di aver visto altre persone così dedite e fedeli alla propria religione. L’ultima estate che trascorsi con Ben era quella del 2012, prima della mia partenza per la Svezia. I ricordi di quell’anno si sovrappongono rapidi e sfuggenti, ma basta la cassa iniziale di “Me and Jane Doe” a riportarmi sul lungomare con Ben al mio fianco. Non me ne voglia la sensuale cantante francese ma, per me la canzone, contenuta nello splendido album “Irm”, avrà per sempre un titolo diverso e sarà “Me and Ben”. Charlotte Gainsbourg, figlia dello chansonnier Serge, intona una lenta cantilena dalle tonalità folkeggianti e l’arrangiamento è così ricco da creare livelli e prospettive sovrapposte: nacchere, chitarra acustica, melodica, banjo, marimba dipingono un perfetto quadretto bucolico in cui l’unico protagonista non può che essere un cane, felice di scorrazzare in lungo e in largo alla ricerca di qualcosa di nuovo da mangiare.

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