Brian Eno – I’ll Come Running, Dixon

Giacomo Caragnini fa il sindacalista della CGIL.

Un tempo essere un sindacalista della CGIL era una di quelle cose verso cui ci si schierava subito: o eri naturalmente a favore o venivi colto da un senso di antipatia, se non di insofferenza vera e propria. Oggi, credo la gente accolga questo ruolo con una certa indifferenza.

Per quanto mi riguarda, a me Giacomo Caragnini ha sempre fatto simpatia. E questo non tanto per il suo ruolo all’interno della CGIL, quanto perché mi è sempre parso un animo gentile, sempre disponibile a spiegare le cose e a discutere senza mai perdere la calma.

Negli ultimi tempi però l’ho visto un po’ stanco… Gli occhi sempre più infossati nelle orbite, come se da mesi non gli riuscisse di dormire bene.

Dimenticavo di dire che una delle ragioni per cui sono sempre andato d’accordo con Giacomo Caragnini è che anche lui, come il sottoscritto, è un grande appassionato di musica. Ha qualche anno più di me: quelli che bastano per essersi vissuto gli anni settanta in diretta. Ma, a differenza di tutti gli italiani di quegli anni, non ama il prog o i cantautori accompagnati dalla PFM. Questo perché Giacomo è stato prima un glam boy, poi un “avvertito” del kraut-rock e infine un new-waver in tempo reale e non come tutti noi giovinastri – sì, lo dice anche a me che vado per i quaranta, ormai… – che ci riempiamo la bocca parlando di Pere Ubu e Tuxedomoon senza sapere davvero cosa voleva dire all’epoca mettere su il vinile di “Modern Dance” e “farsi frullare gli organi interni da “Non Alignment pact” (parole sue queste). Insomma uno che di musica ne sa e che ne aveva masticata tanta negli anni da Bowie, ai Can, ai Wall of Voodoo… anche se, c’era stato unico vero amore a cui era sempre rimasto fedele: Brian Eno.

Una sera lo incontro all’uscita da una delle sue riunioni sindacali. Escono in quattro gatti da una sede scalcagnata e triste che davvero sembra confermare le voci circa il declino del sindacato come istituzione e corpo intermedio. Ma se la riunione non sembrava essere stata molto eccitante, fuori almeno era comparsa la luna e Giacomo si fermava sempre a guardare la luna perché gli ricordava l’amore musicale di cui abbiamo appena detto.

Ci teneva a precisarlo: amore.

A Giacomo non erano certo mancate le donne nella vita: era un tipo piuttosto belloccio, eppure alla fine era rimasto solo. Semplicemente aveva perso interesse negli altri. Se lo facevi parlare, infatti, ti diceva che non era colpa di nessuno. Solo sua. Di lui che ormai non si faceva coinvolgere da niente e che – colpa sua, ancora una volta – aveva lasciato spegnere persino il sacro fuoco della politica e della lotta (qualunque cosa questo volesse dire…).

“Quanto spreco” diceva spesso, ma solo se lo facevi parlare un po’.

A volte non c’è bisogno di grandi sconvolgimenti o di drammatici avvenimenti per decretare la morte di un uomo, basta poco: un leggero, ma costante logorio. Per fortuna però aveva adottato uno stratagemma per sopravvivere a se stesso. E qui torniamo a Brian Eno, ovvero il musicista che a suo dire – cito ancora testualmente – “lo teneva in vita”, perché gli dava la forza di rinunciare a quella liberazione che altrimenti gli sarebbe sembrata la cosa più ovvia.

Eno aveva alle spalle una carriera molto prolifica, molti dischi a suo nome, oltre ad una brillante carriera da produttore… tanti dischi che sarebbe stato un peccato non ascoltare. Tanti dischi per cui valeva la pena vivere…

E dire che il primo incontro con il musicista inglese non era stato dei più felici: tutta quella musica senza melodia e ritmo, non capiva dove volesse arrivare. In breve lo aveva liquidato come noioso e lo aveva messo via. Poi, una notte in cui non riusciva a dormire e in cui – ancora parole sue – “il carico latente che lo opprimeva si era appalesato come un amico che, mesto, viene solo a fare il proprio lavoro”, ecco: in quella notte aveva rimesso su quel disco.

E così ebbe salva la vita.

Quelle note glaciali che si spandevano ovunque, senza poter essere più fermate, gli fecero chiudere la finestra che dava dieci piani più in giù. Costrinse quella musica tra le mura della sua stanza, la obbligò a fargli compagnia.

Quei brani poi crebbero dentro di lui. Li ritrovava nel soffio del vento, nel turbinio di alcune foglie, nel rumore di un treno che partiva, nelle memorie dei luoghi che aveva amato da bambino, nella luna che anche quella sera in cui lo avevo incontrato si era imbambolato a guardare.

Lo saluto e lui si scuote e mi dice con un sorriso, a mo’ di scusa, che stava canticchiandosi in testa un pezzo di Brian Eno. Gli chiedo se era poi riuscito a completarne la discografia: sapevo che si era lanciato nell’acquisto non solo di tutti i dischi a suo nome, ma anche di tutte le collaborazioni e i lavori da produttore del musicista. Mi risponde di sì o meglio che gli manca un solo disco. Gli chiedo qual è e lui mi risponde “Another green world”. Gli dico che non ci credo e che quello è, a mio modesto avviso, proprio il suo disco migliore. Gli chiedo se almeno lo ha mai ascoltato… che ne so in streaming, ad esempio. Mi risponde di no.

Come detto, i dischi di Eno lo avevano aiutato a vivere e lui li aveva comprati a poco a poco, con una perfetta strategia di autoconservazione e solo quando la disperazione lo aveva colto in maniera eccessivamente violenta. Sapeva anche che quei dischi stavano per finire e che, seppure avesse provato altro, niente era paragonabile a Eno, almeno per quello che serviva al suo scopo. Ora che la medicina cominciava a scarseggiare, cominciava ad avvertire il pericolo. Il punto della situazione infatti era questo: lui voleva vivere e gli restava un solo disco di Eno da ascoltare.

Per un po’ era bastata l’idea stessa del disco a tenerlo in vita. Gli era bastato vagheggiarne il contenuto. Pregustarne il sapore. E sperava, davvero sperava, che fosse veramente così bello come si diceva, così grande e immenso da vincere una volta per tutte il suo male.

Dopotutto, non sarebbe fantastico se i dischi potessero davvero salvare una vita. Se una canzone servisse a tale scopo. Chi lo sa, magari ci riuscirà “I’ll come running”: nel momento in cui Brian canta “vedrai un giorno questi sogni ti spingeranno oltre la mia porta e io correrò ad allacciarti le scarpe, correrò ad allacciarti le scarpe”. Chi lo sa… forse è possibile riconciliarsi con la vita proprio tramite quella sciocca, bambinesca e premurosa frase.

“Correrò ad allacciarti le scarpe”, mentre tutto intorno trionfano coretti e chitarre fluorescenti e pianoforti rotolanti e un senso di gioia che non riesce a fare a meno di una malinconia finalmente addomesticata.

Non sarebbe fantastico?

Queste cose Giovanni non me le ha certo dette quella sera, ma fidatevi di me: erano questi i suoi pensieri.

Io avevo cercato di stemperare la situazione facendo una battuta stupida sul fatto che gli erano finiti i soldi e non poteva comprare proprio quell’ultimo disco.

Quella sera Giovanni aveva soltanto sorriso, limitandosi a dire:

“Non è per i soldi… è che presto quel disco mi servirà”.

(http://lalineamasondixon.wordpress.com)

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