Judee Sill – Til Dreams Come True, Giuliano Delli Paoli

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Lean your head over and have no fear
Hope springs eternal to all ears that hear
Lay down your longing and dry yourtears
Your sparks hall be honored, your heart’s being steered
“Til Dreams Come True”, Judee Sill

A volte capita di ritrovarsi disorientati in un punto preciso della propria esistenza. Le coordinate smarrite, gli amori infranti, gli umori sballati: tutto appare diverso. Anche il dado sbalza fuori dal tavolo, cade a terra e segna uno. Sono fermate della vita da ricordare davanti a una trappista belga, tra una risata e l’altra. E una canzone. Quella che ti ha salvato la vita. O perlomeno quella che hai ascoltato a lungo, chiuso in camera o a passeggio per la tua città nelle calde notti d’estate, quando la gente è al mare e i particolari che credevi perduti lasciano cadere il proprio velo, mostrando una bellezza inedita agli occhi.
E’ il 2006, anno di grazia per l’Italia pallonara. Lo Stivale è sempre più nelle mani di Harvey Dent e meno in quelle di Topo Gigio. L’estate è alle porte, gli scandali calcistici si susseguono uno dietro l’altro e bere un caffè è impresa dannatamente ardua. Le tiritere da bar dello sport scocciano in fretta.Non conviene fermarsi a “ragionare”. La gente mormora cose inutili, mentre la crisi è un concetto che appartiene ancora ai libri di storia. Giusto qualche mese dopo, la Lehman Brothers e Bugo curveranno lo spazio-tempo, ritrovandosi incredibilmente l’una accanto all’altro. Intanto, i Mastella sghignazzano in parlamento, tra un f(r)assino e un ulivo fradicio. E all’Università professori in sovrappeso litigano vivacemente per un fottuto esame. “Questa cattedra è mia” dirà l’uno, mentre l’altro sbotta e minaccia. Così, non puoi che ritrovarti confuso,(dis)perso in quello che sembra un mare magnum dell’inutile. Un bordello espanso, dal quale è duro uscirne vivi e felici. Ma le sorprese spesso sono dietro l’angolo. Ed è un “banalissimo” megastore ad assumere le sembianze del monoptero che cercavo.E’ la mitica Fnac del quartiere Vomero, a Napoli. Nel 2006, questo luogo a suo modo “magico” acquista lemme lemme un significato davvero importante per il sottoscritto, oltre a incarnare la prova definitiva di quanto il capitalismo possa ancora scaldarsi con il calore residuo della cultura – tuttavia, chiuderà qualche anno dopo, sconfitta dal mercato “liquido”. La gente in quel periodo compra ancora i Cd e le offerte non mancano. Le ore libere delle domeniche pomeriggio assumono per me un valore nuovo. Fanculo il calcio malato e corrotto. Fanculo i bar all’aperto e i circoli degli amici (degli amici). Fanculo tutto. C’è una sola strada da percorrere, ed è quella che mi porta nel cuore di uno dei quartieri storicamente più borghesi della città. E’ proprio in uno di questi pomeriggi alternativi – come li definiranno simpaticamente alcuni miei amici ludopatici, fermi come cozze allo scoglio dinanzi al monitor di una slot machine – che accade il miracolo. Dopo aver sbirciato come un forsennato tra caterve di dischi, scopro all’improvviso un cofanetto insolito. E’ riposto in un cassetto del megastore, all’interno di uno di quei ripostigli segreti a cui puoi accedere solo se conosci il commesso di turno. Sulla copertina c’è il volto stilizzato di una donna dall’espressione incerta. Non è il sorriso enigmatico di una nuova Monna Lisa, bensì uno sguardo parimenti denso di gioia e infinita tristezza. Al suo interno, c’è un libretto che racconta la sua storia, tra foto rare di famiglia e ricordi di esibizioni dal vivo solitarie e poco fortunate. Conosco già la musica di quella donna. Il suo nome è Judee Sill. Conosco l’omonimo esordio e pure il successivo: “Heart Food”. Però questo mi manca. Il titolo è chilometrico ma affascinante: “Dreams Come True: Hi • I Love You Right Heartily Here • New Songs”. E’ un album mai stampato con alcune canzoni in svariate versioni e demo strumentali, ed è il frutto di un’operazione curata da un certo Jim O’Rourke, dunque la garanzia è assoluta. Decido di comprarlo dopo circa tre nanosecondi. Il rientro a casa è febbrile. Nulla può fermarmi. L’ascolto è immediatamente conciliante, tra momenti spediti e passaggi struggenti. Il rimando alla Mitchell è d’uopo, ma fino a un certo punto.Nelle parole e nella musica della sfortunata cantautrice di Oakland – morta per overdose nel 1979, circa cinque anni dopo la stesura del suddetto disco perduto – trapela una sofferenza inimmaginabile. Un dolore, il suo, intimamente connesso al mancato successo. Quando arrivo alla traccia numero otto che chiude il primo dei tre dischi, accade quello che molti definirebbero l’illuminazione, la discesa dello spirito santo, il miracolo irripetibile e via discorrendo. Resto immobile, spengo la luce e alzo il volume. Non è una canzone come le altre. L’attacco è nucleare. Devasta gli atomi della mia coscienza. Li frantuma e li assembla, dando vita a una nuova materia. Le mie ghiandole lacrimali, fino a quel momento arrugginite come i cancelli di una chiesa sconsacrata,si riattivano improvvisamente e contro la mia volontà. C’è qualcosa che non va. Oppure è l’esatto contrario: dopo lustri e lustri di emozioni sfibrate e mancate connessioni dell’io, ho forse ritrovato qualcosa in cui credere per davvero. Ho forse ritrovato me stesso. Ed è successo per puro caso. Il dolore e la musica a volte ti salvano la vita alla stessa maniera, in un amplesso magico. Un esorcismo insolito che libera e ti pone dinanzi a quello che avresti sempre voluto e che non hai mai saputo stringere forte.

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