The Church – Under the Milky Way, Ettore Craca

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Wish I knew what you were looking for
Might have known what you would find

29 Novembre 1989

Ho preso il treno da Vicenza, da studente pendolare ne prendo tanti di treni, sono sempre treni in direzione Venezia, ma oggi no. Oggi sono partito dal binario 3 e non dal 2, in direzione opposta verso Milano.
Non sono solo in questa giornata di nebbia gelata, mi accompagna Marco.
Marco ha due anni più di me, ci siamo conosciuti al liceo, lui ripeteva l’anno, era una gran bella testa ma aveva qualche problema con l’autorità scolastica.
Mi introdusse per primo a Dylan, ai Led Zeppelin, ai Pink Floyd, ai King Crimson, a Hendrix, a Lou Reed, ai Gong, a Zappa, agli Area, a Tom Waits, al Folk Britannico, al Jazz Rock, al rock psichedelico californiano.
Due anni in più sono tanti a quell’età.
E’ stata la mia guida musicale, e non solo musicale, negli anni in cui il mio cervello era alla ricerca furiosa di stimoli.
Senza di lui chissà se e quando sarei arrivato a tante cose.
In tasca abbiamo i biglietti per il concerto dei Waterboys all’Orfeo.
Entrambi siamo rimasti ammaliati da quell’incantesimo sonoro che si chiama “Fisherman’s Blues” e vogliamo toccare con mano la sostanza reale di quel disco straordinario.
Sulla fanzine “Fire” ho letto cronache estasiate di Davide Sapienza in merito alla resa live dei ragazzi acquatici e non potevo certo lasciarmi scappare l’occasione.
Viaggiare con la musica nelle orecchie è una delle rivoluzioni che da pochi anni, per bontà della Sony corporation, ci e’ concessa, ed è un’esperienza che, la prima volta che ho potuto saggiarla, mi ha dato letteralmente i brividi.
Dare una colonna sonora non solo mentale ad ogni momento della propria giornata è qualcosa che pochi anni fa era inimmaginabile.
Marco ha con se una cassetta con Fisherman’s da un lato e dall’altro un disco di un gruppo di cui ho letto molto bene sulla rivista Velvet e di cui conosco solo un brano intercettato su Videomusic, un brano che mi ha colpito ma che, vai a sapere perché, non mi ha spinto ad approfondire.
Il disco sul secondo lato della C90 si intitola “Heyday,” il gruppo si chiama The Church.
Il walkman fa partire il nastro e in quello scompartimento marrone dai vetri bisunti di fronte a visi ignoti mi avvolge una ragnatela di suoni cristallini di chitarre su un tappeto in crescendo di tamburi che fa salire la tensione sempre di più, una tensione che si scioglie di schianto con l’entrata dei bassi e soprattutto della voce di velluto del cantante.
Dalle nostre parti si dice “vara… i penotti”, vale a dire “guarda… ho la pelle d’oca”. Eccola lì.
E’ emozione purissima quella che si innesca di fronte ad un’epifania che sancirà da subito un legame indissolubile con i quattro australiani.
Restando in ambito liturgico: un vero e proprio battesimo.

“Heyday” da quel giorno mi entra sottopelle, lo assorbo in ogni dettaglio, i testi visionari di Steve Kilbey sono mandati a memoria, ogni brano disegna nella mia testa i contorni di un viaggio immaginario.
Ma ne voglio di più.
Non mi basta.
Ho bisogno di rinforzare la fede in questa Chiesa e l’acquisto in vinile di “Starfish”, uscito nello stesso ’88 che ci ha donato “Fisherman’s blues”, “Nothing’s Shocking” dei Jane’s Addiction e “Green” dei Rem, è un passaggio obbligato e inevitabile.

Il passo desertico di “Destination” è già una benedizione entusiasmante ma è “Under the Milky Way” ad impartirmi l’eucaristia, quel brano che già attraverso la televisione era giunto ad orecchie, le mie, evidentemente non abbastanza ricettive.
Questa volta nulla mi frena dal seguire senza remore né titubanze la traccia della via lattea.

I think about the loveless fascination
Under the Milky Way tonight

1990

E’ l’ultimo anno di studi universitari, ancora non so quanto ma mi rendo conto che in breve tempo le cose cambieranno in modo sostanziale.
“Under the Milky Way” non mi stanca mai, mi ossessiona gioiosamente, imparo a suonarla, me la canto in autobus, in treno, sul vaporetto, studiando, leggendo, giocando a calcio. Le attribuisco significati tutti miei, me la sento come un vestito che mi sta perfettamente ma che mi veste dentro invece che fuori.
Come un faro di luce stellare dentro la mente ed il cuore.

And it’s something quite peculiar
Something shimmering and white

Vivo una specie di simbiosi con Steve Kilbey, quando firmo il registro di accesso della biblioteca mi firmo con il suo nome.
Entro nel silenzio di quelle stanze dai soffitti alti con le tende chiuse, tra gli scaffali pieni di volumi polverosi, stanze piene di ragazzi che ci provano oppure fingono di provarci.

Lower the curtain down all right
I got no time for private consultation

Tento di concentrarmi sul volume di diritto fallimentare ma …è un fallimento. Quella chitarra acustica mi risuona dentro, quella voce sinuosa mi ipnotizza proiettandomi in una dimensione parallela dove non c’e’ vincolo o senso del dovere che mi possa contenere.

Leads you here despite your destination
Under the Milky Way tonight

L’inizio dell’ultimo decennio del secolo lo vivo nel culto fedele della Chiesa d’Australia.
il tour di “Gold Afternoon Fix” mi da l’occasione di prendere un altro treno per Milano per assistere alla celebrazione che avrà luogo al leggendario Rolling Stone.
Questa volta parto da solo.
Mi fermerò in città l’intero giorno, tutto trascorso con le cuffie del walkman a volume tale da azzerare il baccano del mondo esterno, perdendomi per le strade di una città piena di gente che nella sua frenesia non fa rumore;
i cui passi, i cui sguardi, i cui gesti hanno il suono delle chitarre di “Starfish”, di “Blurred Crusade”, di “Heyday”.
Una citta’ che e’ una cattedrale che si svuota pian piano, mentre il crepuscolo mi accompagna verso il luogo dove si svolgera’ il rito, sotto la via lattea stanotte.

Sometimes when this place gets kind of empty
Sound of their breath fades with the light

Stavo per lasciare quel periodo della vita in cui si è in sospeso.
Quella fase che ancora pare lasciare aperte opportunità, strade, scelte.
La fine degli studi era questione di qualche mese, avrebbe poi seguito l’anno di servizio civile, prima dell’entrata mani e piedi in un mondo di responsabilità e preoccupazioni molto diverse che in qualche modo avrebbero ristretto il mio campo visivo.
Non sapevo quanto ma lo intuivo.
Era quel momento in cui non ne puoi più di stare sui libri e vuoi chiudere per passare definitivamente ad altro ma allo stesso tempo hai timore e senti qualcosa alla bocca dello stomaco, qualcosa che ti trattiene dal portare a termine quello che devi fare.
La paura di chiudere una porta che non potrai più riaprire.
E cosi galleggi, traccheggi, ondeggi
… prima di mollare del tutto gli ormeggi.
.
I Church sono stati quel momento.
“Under the Milky Way” e’ stata quel galleggiamento.

Wish I knew what I was looking for
Might have known what I would find

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