PJ Harvey – Horses In My Dreams, Stefano Solventi

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Non credo che una canzone mi abbia mai realmente salvato. C’è stato un tempo in cui ne ero assolutamente convinto, e pensavo lo stesso di certi film, di certi libri, dell’arte in genere. Oggi la penso diversamente. Sono convinto che me la sarei cavata lo stesso, canzoni o meno. Anche se, naturalmente, sarebbe stato diverso. In generale, da appassionato di rock, credo che il rock mi abbia salvato: da una vita senza rock, soprattutto. Da una vita senza l’angolazione, le connessioni, la generosità e la durezza, il senso di euforia e mistero, il coraggio e l’istinto per le sfumature, l’attitudine ad oltrepassare, la mancanza di riguardo e prudenza, la tenerezza smisurata di cui il rock è capace, che il rock è disposto a consegnarti in comode porzioni, disco dopo disco, canzone dopo canzone.
A ben vedere quindi potrei eleggere a canzone salvifica quella che da ragazzino mi ha folgorato, convincendomi che seguendo le sue tracce avrei imboccato il giusto sentiero, facendo di me quella specie di “prisoner of rock’n’roll” che poi, bene o male, sono diventato. Tuttavia, c’è un problema: questa canzone non esiste. Per quanto scavi, soppesi e rifletta, non riesco a individuarla. Ovvero, non ne trovo una soltanto ma molte, frammenti di un puzzle che si è composto una tessera alla volta, per approssimazioni e bagliori, finché non ho iniziato a scorgere il quadro d’insieme, vasto, frastagliato e assai intrigante.

No, non la trovo, porca miseria, quella canzone. Devo allora ripiegare su altro, che poi è ciò che avrei dovuto fare fin da subito, evitando ‘sto preambolo da vecchio trombone: ripiegare cioè su una delle non poche volte che una canzone mi ha dato una mano. Una grossa mano. Come accadde, ad esempio, alla fine del 2000. Fu un momento duro per me e mia moglie. Non sto a fare la cronaca, vi bastino gli ingredienti: una gravidanza finita male dopo otto mesi travagliati, il futuro di colpo trasformato in una cappa grigia, la fitta al cuore per ogni carrozzina o passeggino incontrati per strada, un rimorso insensato a divorare i nervi giorno dopo giorno dopo giorno, e via discorrendo. Sì, furono davvero giorni difficili. Rassicuravo tutti sulla mia anzi nostra tranquillità, ma in realtà galleggiavo a stento nella merda più nera. Nessun dottore si sentiva di garantire che avremmo potuto riprovarci con buone prospettive di riuscita. Masticavo rabbia e frustrazione, ero una bestemmia silenziosa fornito di testa, braccia e gambe pesanti. Timbravo il cartellino, salutavo gli amici e rotolavo a fine giornata dove ad attendermi trovavo una sempre più solida rassegnazione.
In quei giorni capii che c’è un meccanismo necessario dentro ognuno di noi. In genere tendiamo a non tenerlo nella dovuta considerazione, a dimenticarcene, salvo quando smette di funzionare: è quel meccanismo che ti convince, ragionevolmente o no, che sei destinato a un qualche tipo di felicità. Sempre. Che tu abbia quindici o novant’anni, che tu sia ricco o povero, libero o schiacciato dalle circostanze. E io, ecco, iniziavo a pensare che dentro di me qualcosa si fosse inceppato. Il meccanismo non dava più segni di vita. Morto. Kaputt.
Stordito dagli eventi, lasciai passare un po’ di giorni prima di comprare Stories From The City, Stories From The Sea, il quinto album di PJ Harvey. La adoravo, ma quel disco uscì proprio nei giorni peggiori. Più avanti, quando finalmente ebbi voglia di farlo girare nello stereo, capii perché molti si erano lamentati della presunta “svolta commerciale” di Polly Jean. Eppure, lo trovai fin dal primo ascolto intenso, ispirato, soprattutto coeso attorno ad alcuni temi abbastanza nitidi, a partire dalla Grande Città (New York) sullo sfondo, nella quale la ragazza del Dorset sembrava smarrirsi e ritrovarsi di continuo.
Ci vollero più ascolti però perché scattasse qualcosa nei confronti di una canzone in particolare, Horses In My Dreams. Sulle prime la catalogai come la più problematica e forse la meno riuscita della scaletta, rispetto alla quale suonava persino intrusa. Dopo la quadratura grezza e diretta di This Is Love, Horses In My Dreams entrava in scena come una carrozza sghemba tra le caligini di chitarra acustica e un piano mesto, arrancava su strofe visionarie ma poco fluide, poco equilibrate. Era un po’ come se la frenesia di dire avesse condotto Polly sulla strada di un quasi recitato che, sulle prime, mi parve fuori luogo e vagamente velleitario, da nipotina eterea di Patti Smith. Alle strofe seguiva un ritornello onirico che giudicai ben riuscito e piuttosto suggestivo, anche se nel complesso la canzone continuava a sembrarmi un mezzo inciampo.
Dietro l’angolo però c’era, appunto, lo scatto. Succede spesso, con certi pezzi: attendono il momento giusto, la congiunzione tra gli stati d’animo e la melodia, le armonie, i dettagli degli arrangiamenti, lo srotolarsi e concatenarsi delle parole. Canzoni del genere somigliano un po’ a un agguato. Nel caso specifico, un agguato di cavalli e sogni, di onde che si ritirano, di libertà recuperata, di un chiarimento profondo. Mi impossessai di Horses In My Dreams. In un certo senso, la brutalizzai facendola aderire alla mia cupezza, alla mia rassegnazione. “Set myself free again/I have pulled myself clear”. Decisi che quella voce si stava rivolgendo a me. Decisi che mi aveva capito. Che avevo capito.
All’epoca scrivevo recensioni su un newsgroup, il leggendario it.arti.musica.rock. Lo feci anche per questo disco, in una cameretta vuota dove avevo piazzato temporaneamente scrivania e computer, come per portare un po’ di senso in quello spazio tradito. Non fu, propriamente, scrivere: fu uno strapparsi la pelle dal cuore. Fu un vomitare tossine, un’essudazione di colpe, sincronicità e vicoli ciechi. Set myself free again.
Per una serie di circostanze troppo lunghe da spiegare, quella recensione dopo un paio di settimane fu pubblicata da un noto settimanale, Il Mucchio Selvaggio, col quale iniziai una collaborazione che sarebbe durata diciassette anni.

Oggi ho due figli. E un meccanismo, dentro, che controllo spesso.

Horses in my dreams
Like waves, like the sea
They pull out of here
They pull, they are free
Rode a horse round the world
Along the tracks of a train
Broke the record, found the gold
Set myself free again
I have pulled myself clear
I have pulled myself clear
Silent, I have pulled myself clear
Silent, I have pulled myself clear
Horses in my dreams
Like waves, like the sea
On the tracks of a train
Set myself free again
I have pulled myself clear
Silent, I have pulled myself clear
Silent, I have pulled myself clear
Silent, I have pulled myself clear

PS: Stefano Solventi ha dedicato un intero libro a PJ Harvey. Si chiama “P. J. Harvey. Musiche. Maschere. Vita”, è uscito per i tipi di Odoya nel 2009 e vi invitiamo a leggerlo per saperne di più su Polly Jean attraverso la competenza e la passione di Stefano.