The Only Ones – Another Girl Another Planet, Massimo Perolini

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Era accaduto all’improvviso, come un fiume impetuoso che irrompeva a separare la seconda media dall’anno seguente, quello in cui si sarebbero fatti i conti. D’impulso, senza un perché (o forse sì, ma non potevo saperlo) mi ritrovai catapultato in qualcosa che percepivo, pur non avendone contezza: la scuola che frequentavo era esclusivamente maschile, un istituto salesiano che sarebbe risultato fondamentale per la mia successiva formazione, da un punto di vista morale, ma che all’epoca era distante da quanto mi circondava nella più totale inconsapevolezza. Le ragazze le vedevo per strada, qualcuna la frequentavo ai giardinetti, ma erano le mie compagne di giochi d’infanzia o le compagne della scuola elementare che stavano crescendo più in fretta di me, quindi la loro trasformazione la osservavo attraverso la deformazione di una lente che non mi consentiva di accettare quella loro incipiente, prorompente femminilità “adulta”. Allo stesso tempo, vivendo nella Torino degli anni settanta, ero avvolto da una bolla di sicurezza che attutiva gli effetti delle frequenti manifestazioni, figlie di tensioni politiche, sindacali, movimentiste (che fossero anarchiche, fasciste, o più genericamente “rosse”), mentre la loro degenerazione nel terrorismo si faceva avvertire prepotentemente, allungando ombre sinistre sul cielo cittadino, mentre la droga rimaneva fortunatamente a distanza siderale dal mio ambiente, al momento (non mi avrebbe mai corteggiato personalmente, ma sarebbe arrivata, esigendo i suoi tributi in termini di vite che finivano davvero e altre perse anche se perduranti, e non capivi cosa fosse peggio: in ogni caso, tanti amici che sparivano, spesso all’improvviso). Il passaggio alla prima superiore significò la presa di coscienza di tutto ciò: le ragazze erano desiderose di manifestare quell’essenza femminile, noi maschi volevamo disperatamente scoprirla, ma a prendere il sopravvento sulle migliori intenzioni di studio era anche la consapevolezza di essere comunque “soggetti politici”, grazie alle prime assemblee studentesche, i primi consigli di classe, e la fine dell’anno scolastico mi vide respinto e desideroso di lasciarmi alle spalle il liceo classico per abbracciare il linguistico. In mezzo a questo vortice emotivo, ecco che si fece strada l’ineluttabile presenza dell’argomento principe (assieme al calcio, ça va sans dire) che all’epoca distingueva l’appartenenza a una tribù di un soggetto maschile: la musica. Fu il punk l’elemento scatenante: gli amici più grandi, quelli che gestivano il cineforum, portavano la barba, i maglioni fatti a mano e la sciarpona anche in estate, avevano cercato di tracciare una strada a suon di Prog, Canterbury e cantautori “impegnati”, non trovando un’entusiastica risposta nei brufolosi virgulti che consumavano “Never Mind The Bollocks”, erano soggiogati da raccolte quali “Punk Off!” e “Punk Collection” (la scoperta dei Buzzcocks e degli Stranglers, per la miseria!) e stravedevano per “The Clash”. Fu con quei suoni nelle orecchie che giunsi al mio secondo “primo giorno” nel settembre del 1978, stavolta in una scuola che mi avrebbe consentito di affiancare l’inglese al francese studiato nei quattro anni precedenti. Tra i nuovi compagni (e, soprattutto, compagne: e che compagne!), uno era esuberante e legato ai suoni “dei grandi” (ricordo l’imbarazzo di accompagnarlo ad acquistare “Love Beach” di Emerson, Lake & Palmer, per non dire dello sconcerto all’ascolto…), mentre il più schivo aveva sempre in cartella qualche singolo che gli regalava il fratello, invidiatissimo studente in quel di Londra. Quando gli chiesi di prestarmene qualcuno, lui se ne arrivò il giorno seguente con una cinquina di robe mai sentite prima: uno era di un gruppo dal nome pretenzioso, The Only Ones, Gli Unici, ma divenne subito lampante che avessero tutte le ragioni di chiamarsi così. Appena la puntina cominciò a leggere i primi solchi, mi sentii proiettato in un territorio alieno: attacco di chitarra nervosa, in crescendo, una sferzata di energia data da una batteria che entra assieme a una seconda chitarra, insinuante una melodia che si conficca nel cervello per non uscirne più. Il cantato era sostenuto da una voce “malata”ma comunque affascinante e declamante parole che, per il poco che potevo afferrare al tempo, apparentemente si sposavano perfettamente con quello che mi stava accadendo, essendo esperto assoluto di turbamento da sguardo: quello, a mio parere, il senso di quel “viaggio spaziale nel mio sangue”, che mi riportava alla rivoluzione che mescolava il mio quando scambiavo una furtiva occhiata con una ragazza che mi aveva colpito (ovvero tutte, all’incirca). A completare il tutto, un assolo che ancora oggi mi dà brividi indescrivibili e quel finale: secco, deciso, senza fronzoli. Non riuscivo ad andare oltre, rimettevo ossessivamente da capo quella canzone (credo di aver ascoltato il lato B anni dopo, quando venne inserito nella ristampa in cd rimasterizzata), finché mi decisi ad uscire per andare a cercare l’LP e qualche informazione sulla band, della quale nessun conoscente pareva sapere qualcosa. Come poteva essere possibile? Una canzone simile! Eppure, nessuno dei miei referenti musicali dell’epoca pareva essere rimasto colpito da quel brano, anzi: ne detestavano la cadenza, la voce, definivano l’assolo “troppo conciso”, aggiungendo che ricordavano “canzonette alla Creedence”, parole che allora non mi dicevano molto, ma che mi facevano capire che avrei dovuto scappare da quella cerchia: detestavo gli E,L&P, gli Yes, non apprezzavo il resto della compagnia (eccezion fatta per King Crimson e Van Der Graaf Generator, per i quali nutrivo –e nutro- grandissima ammirazione) e vivevo quella musica pomposa come una prigione: gli Only Ones furono una sorta di via di fuga. Scoprii che la critica, su quel brano che immaginavo letteralmente dedicato a una ragazza, parlava invece di riferimenti all’eroina, la droga con la quale all’epoca Peter Perrett flirtava non poco. Eppure, quando corsi a casa con la mia copia sotto il braccio e, messo sul piatto il padellone, ebbi un’ulteriore epifania: quel sax, quella chitarra retrò, il ritmo indolente, romanticismo a piene mani, ed era solo l’inizio di un album stratosferico: a me bastava, quello , come lo sarebbero stati quelli di altri romanticoni del calibro di Willy DeVille o Elliott Murpy, tutte scoperte coeve, per non parlare di Bruce Springsteen e Van Morrison che avrebbero monopolizzato gli ascolti fino alla rivelazione del Bowie di “Lodger” e i Talking Heads di “Remain In Light”, ovvero lo sfondamento delle barriere, la sorpresa del funk, del reggae… Fino a quel momento, quello era il MIO disco. Anni dopo, leggendo un’intervista nella quale gli veniva chiesto di parlare apertamente del significato del testo di quel singolo (che AllMusic descrive come “Probabilmente il più grande singolo rock mai realizzato”), Perrett asserì che era effettivamente riferito a una ragazza che aveva incrociato, dichiarando di essere stato molto più dipendente dalle donne che dalle droghe, in quegli anni, ma che le letture di quelle parole potevano essere molteplici. Sia come sia: quella canzone mi cambiò la vita, quell’album parve promettermi che ad ogni svolta della vita avrei potuto essere sorpreso da un personaggio, una canzone, un disco che mi avrebbero riempito il cuore, la mente, fatto fremere il corpo, assorbendomi totalmente e regalandomi uno spazio protetto nel quale rifugiarmi in caso di bisogno. Una promessa mantenuta.

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