Minor Threat – Filler, Massimiliano Speri

Minor Threat

Già, “cosa mi era successo”?
Stavo esagerando, “non ero più lo stesso”. O così mi pareva.
A ripensarci adesso, fatico a discernere quanto ci fosse di attendibile e quanto di vittimistico in quella constatazione. Ma che importanza ha, in fin dei conti?
Quello che importa fu il prodigioso effetto-molla risultante, manco mi fossi scagliato con una fionda a un chilometro da me.

Il quadro che mi ero figurato era più o meno questo: se avessi continuato a farmi del male in quel modo, sarei finito maluccio. Colpo di scena, la cosa non mi andava affatto a genio. Fino a qualche mese prima mi sarei lasciato sfumare senza troppe remore: ero pur sempre uno sciocco provinciale nichilista, diamine. Il panorama però stava mutando, me lo sentivo: la fase autodistruttiva stava sgocciolando via con quella sudatissima maturità, era giunto il momento di rimettere insieme i pezzi.

Col cazzo, però, che sarei uscito di scena senza orchestra in trionfo. Se di scelta drastica doveva trattarsi, che fosse urlata di gola. Non si cambia casacca senza un solido apparato concettuale alle spalle. Bel problemone: tutti i miei idoli erano dei kamikaze chimici mica da ridere. Dove lo andavo a pescare un riferimento abbastanza positivo da darmi carica in quel solenne slancio autopulente?

Stavo tralasciando qualcosa: loro. Li avevo conosciuti tempo addietro sfogliando uno dei miei adorati dizionarioni rock (per il cyberspazio continuavo a nutrire una fiera diffidenza), e la sintonia fu istantanea. Mi intrigava non poco quella faccenda della filosofia propositiva, anche solo perché la sentivo lontana da tutto quanto fossi sempre stato. Rabbia, potenza e coscienza erano le stesse del punk che amavo, ma invertite di segno: invece di demolire, si ricostruiva, alla faccia della disperazione che quella copertina folgorante sembrava evocare.

La musica fece il resto: un rincorrersi a perdifiato, furibondo da tramortire, sovrastato da un ringhio afono, senza mai detonare e anzi asserragliandosi nella sua compressa cianosi. A scoppiare, semmai, fu la mia testa, e bastò quel primo brano: letale come un proiettile teleguidato che, anziché abbatterti, ti rialza in piedi. A volte sono sufficienti un minuto e trentadue secondi per metterti a soqquadro.

Se della gente riusciva a vomitare una roba simile senza prendere niente, allora c’era speranza! Anche la facce erano quelle giuste: normali ai limiti dell’anonimo, cosa che mi comunicava affidabilità. Quanto ai comandamenti, erano fin troppo facili da rispettare: il primo, perché avevo già dovuto smettere a causa di un ascesso alla gola; il secondo, perché ancora mi bruciavano certe figuracce; il terzo, perché anche volendo non si batteva mezzo chiodo. Perfetto, pensai, dove devo firmare?

Mancava ancora qualcosa, però: volevo specchiarmi nuovo. Detto fatto. I capelli li avevo già accorciati da qualche mese, dopo diciotto anni lunghi come i riccioli che mi piovevano dietro le spalle, ma non bastava: o tutto o niente, in questo ero rimasto massimalista. Dopo la deforestazione, rimaneva abbastanza terra per piantare un nuovo look: chiodo, anfibi, t-shirt o felpa a seconda della stagione, ma nere tutto l’anno. Cos’altro poteva servire a un adolescente bisognoso di lucidità? Giusto una cosa: un corpo efficiente. Eternamente disprezzata in quanto compromesso con il mondo dei “sani”, la ginnastica diventò una prassi quotidiana, a cui aggrapparmi per non impazzire.

E così, l’efebo un po’ effeminato che ero sempre stato (e che in seguito tornai a essere) si ritrovò tramutato in un improbabile pseudo-skinhead con il passo svelto, lo sguardo torvo e i nervi a fior di pelle. La cosa mi divertiva da matti, e non solo per l’ovvia fascinazione verso l’estetica militaresca. Rompere le palle, quando nasci in una città che ti toglie l’aria, è un imperativo morale: se prima mi impiastricciavo di eye liner e smalto per scandalizzare i conservatori, i tempi erano maturi per scioccare i progressisti con un po’ di sano criptofascismo. E poi, un molle freakkettone mi aveva appena soffiato la ragazza: diventare la sua perfetta nemesi era doveroso.

Mandare al diavolo tutto: lui, lei, il gruppo, il liceo, la città. Senza integralismi, però: la scommessa sarebbe stata essere rigorosi senza prevaricare l’altro partito. Perché le crociate le avevo sempre detestate, ma soprattutto perché era risaltata fuori la faccenda situazionista della rivoluzione nella vita quotidiana, e mi era chiaro che quella cosa dovesse riguardare me e solo me.

Durò più o meno un anno, terminato il quale reputai concluso l’esperimento. Col senno di poi, la decisione di seppellire l’ascia fu matura e consapevole come la volontà di concedermi quella leva elettrizzante, per tornare in contatto con me stesso e guardare la realtà ad occhi spalancati. Magari per scoprire che, con certe cose, ci si poteva anche divertire, senza per forza strafare e pretendere troppo da quel momentaneo piacere.

Nel frattempo, mi ero trasferito in una grande città. Inutile puntualizzarlo, il periodo sfascione che credevo di aver sconfitto doveva semmai ancora iniziare. Sempre con la testa, però. Non un grammo di filler, nella mia testa.

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