Genesis – Carpet Crawlers, Ettore Craca

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The carpet crawlers heed their callers
We’ve got to get in to get out

Uno degli esercizi più costanti in cui la mia mente si perde nei momenti di ozio è la ricerca del “Momento”.

Già, “il momento”, quello in cui nella vita di ognuno  qualcosa scatta, quello in cui arriva la chiamata e, che tu ne sia consapevole o meno, si innesca quella che sarà la fiamma che non ti abbandonerà per tutto il tuo percorso.

Potrebbe essere l’amore per la montagna, l’aeromodellismo, il tifo sportivo, la danza, la delinquenza, l’impegno politico, o come è avvenuto al sottoscritto: la musica.

Quando quella chiamata è arrivata nel mio caso non sono riuscito a tutt’oggi a individuarlo con precisione.

I primi momenti con un 45 giri in mano documentati da fotografiesono addirittura precedenti al compimento dei 3 anni, i momenti di diletto dietro un mangiadischi armato di un astuccio con tutti i 45 giri dei miei genitori appena più tardi di due o tre anni.

Posso ricordare agevolmente le battaglie con i soldatini in cameretta accompagnati da degna colonna sonora: alternativamente  “Una notte sul monte calvo” di Mussorgskji e il “Concerto n 2” di Rachmaninoff che riempivano i due lati dell’unico 33 giri di musica classica che mi era stato concesso dai miei tra quelli della loro collezione.

Ancora la mente acciuffa brandelli di memoria del mangiacassette portatile bianco e nero (nemmeno registrava si poteva solo riprodurre) con le sue cassette di contorno: Santo e Johnny, Fausto Papetti e uno strabiliante “Il meglio dei Beatles” che mi vide perdere la testa per un’ estate dietro “Can’t buy me love” e “I Should have known better”

Poi i flash della memoria mi portano a quando avevo circa 10 anni e al “buono per un 45 giri” del negozio di dischi Ranieri di Bari che Babbo Natale regalava a me e ai miei cugini e che andavamo a sceglierci con cura in negozio il giorno dopo Santo Stefano quando riapriva. Ho ricordi nitidi e vagamente imbarazzati di aver scelto cose come: Viola Valentino, Riccardo Fogli, Dee D. Jackson, i Rockets, i Pooh. Qualcuno di questè ancora negli scaffali (i Rockets di sicuro dato che stravedevo per le loro crape argentate forse prevedendo l’alopecia nel mio futuro).

Il primo incontro con il rock arriva tra i 12 e i 13 anni ed è sicuramente da quelle parti che va rintracciato lo scoccare di quella scintilla. La mancetta paterna in quella fase si sposta progressivamente dalle tasche del tabaccaio (per le figurine) e del giornalaio (per i fumetti di Tex e Zagor) per orientarsi verso le tasche dei tre rivenditori di dischi in città: Gianni Beni, La Casa del Disco e Saggio Centro Musica.

Il budget ridotto consente solo 45 giri e, del resto, anche la mia conoscenza è talmente limitata che seguo quello che propongono le classifiche di vendita italiche nel 78-79 ma dirigendomi convinto sulla strada del pop rock anglosassone preferibilmente proposto da gruppi perchè…: ehi i Beatles erano un gruppo!

Si susseguono uno via l’altro: The logical song e Goodbye Stranger dei Supertramp (scoperti a casa di un compagno di classe il cui fratello maggiore aveva “Breakfast in America”), Dont’ bring me down degli ELO, I was made for lovin you dei KISS, Whatever you Want degli Status Quo, Follow you Follow me dei Genesis.

Il primo 33 arriva nel ‘79 e, chissà perchè, ad attirarmi è la copertina funerea di The Long Run degli Eagles che ancora è lì nello scaffale con la sua bella indicazione sulla sleeve interna dell’anno e del negozio di acquisto (Casa del Disco per la cronaca autobiografica) e di fianco un piccolo riassunto numerico, redatto posteriormente di qualche mese, degli acquisti fatti fino a quel momento suddivisi per negozio di provenienza. Non è certo un capolavoro The Long Run ma comunque appunto in qualche modo una pietra miliare per la mia vicenda.

Il virus è iniettato e a quel punto che fai… non vuoi anche tu cimentarti con l’idea di un gruppo rock?

Si parte con due amici di scuola una chitarra elettrica e due chitarre acustiche, di cui una, la mia, forzata ad indossare le corde del basso “sinchè morte del manico non sopravvenga”. Ed una batteria di fustini suonata da mio fratello. Prove in casa per il piacere dei genitori. Nome del complesso (come si diceva allora): Star….no meglio Spitfire…no meglio di tutti WARLOCK, e WARLOCK sia.

Le prove presupponevano un concerto, e l’audience entusiasta non poteva che essere costituita dai genitori e dalla sorella degli amici coinvolti. Tripudio di applausi dalle madri, qualche gesto di impazienza dai padri.

Tutto questo excursus per portarmi al primo vero amore musicale totalizzante della mia vicenda: i GENESIS.

Non molto originale, me ne rendo conto, ma sic est.

Peraltro ovviamente non parto con i dischi unanimemente considerati i capolavori della band britannica.

A 13 -14 anni appunto seguo le classifiche e ho appena iniziato ad acquistare Ciao 2001, insomma, non si puo’pretendere.

I 33 giri che acquistosono le nuove uscite strombazzate sui giornali: Making Movies dei Dire Straits, Get the Knack degli Knack, In through the out door dei Led Zeppelin, Women and Children First dei Van Halen, ZenyattaMondatta dei Police. La bocca è buona e si accontenta anche con poco.

E così arriva in casa DUKE, probabilmente con il senno di poi l’ultimo titolo dignitoso della discografia dei Genesis, e mi entra dritto nel cuore portandomi, come e’ normale avvenga quando cupido scocca le sue frecce, a ricercare l’intera discografia sul Ciao 2001 per proiettarmi quindi dritto su di loro nelle spedizioni successive dai pusher di vinile.

La redazione del settimanale che mi guida nell’esplorazione della mia nuova passionee’ letteralmente persa (fin troppo probabilmente) per la band inglese, primo fra tutti quell’Armando Gallo che ne scrisse la prima biografia.

In breve tempo acquisisco tutte le informazioni che mi servono per procedere nella scoperta a partire dall’esistenza di un periodo pre ed uno post Gabriel.

Arrivano a casa Foxtrot, Live, Abacab (sigh!) e Seconds Out. Ed è da quest’ultimo che, in particolare, Carpet Crawl, o per meglio dire The Carpet Crawlers come da versione originale (vai a capire il perchè del cambio di titolo), mi folgora.

Mi strugge quel suo andamento in progressivo crescendo che parte pacato, quasi fossero piccole onde di un mare appena increspato, per gonfiarsi progressivamente  con l’aggiungersi impercettibile uno dopo l’altro di tutti gli strumenti in una sorta di processione solenne fino a raggiungere un finale ipnotico che vorrei non finisse mai.

Alla versione di The Lamb Lies down on Broadway arrivo poco dopo e scopro che il brano ha un’intro che non viene proposta nella versione live di Seconds Out, un intro bella ma funzionale al racconto del complesso e visionario testo, in realtà effettivamente una parte a sè del brano vero e proprio che i Genesis capitanati da Collins decisero di tagliare.

Primavera 1980

Sono al terzo anno di liceo, in classe più d’uno condivide con me la passione per i Genesis, non però il mio guru musicale  Marco che li snobba dall’alto dei suoi due anni di differenza. Il che me li fa apprezzare e difendere ancora di più.

E’ il 1982, l’anno in cui peraltro Gabriel già disegna il futuro con il suo quarto album.

In primavera per la prima volta si presenta l’occasione di passare un weekend con vari compagni di classe a Venezia nell’appartamento di proprietà dei genitori di una cara amica. Incrocio le dita che i miei non si mettano di traverso e fortunatamente, raccolte tutte le informazioni del caso, il dado è tratto. Posso essere anch’io della partita.

Si parte in treno, un bel gruppo di 7/8  traragazzi e ragazze. Entusiasmo alle stelle quando si arriva a Venezia S.Lucia e inizia la scarpinata lungo il percorso che si snoda per le calli prevedendo anche un attraversamento in gondola del Canal Grande. Nel cuore la leggerezza e la gioia del sentirsi per la prima volta arbitri di se stessi.

L’appartamento è in alto, al terzo piano, da raggiungere rigorosamente a piedi. E’ piccolo, solo due stanze ed un ambiente soggiorno-cucina oltre al bagno, ma ci sembra una reggia.

Ci siamo portati i sacchi a pelo e ci staremo tutti a costo di dormire per terra.

Per me è la prima notte fuori senza adulti. Ho 15 anni e mezzo.

Through the door a harvest feast is lit by candlelight
Its the bottom of a staircase that spirals out of sight

La musica non manca, ci siamo portati la scorta di cassette ed un piccolo “ghetto blaster”: Led Zeppelin, Simon and Garfunkel, Genesis, Pink Floyd, Crosby Still Nash & Young. Il classic rock impera, il punk rock non è arrivato in classe mia e tanto meno la new wave, i Police sono la cosa più attuale  condivisa da tutti. I Ramones, i Clash e i Talking Heads sono già nel mio bagaglio ma non sono ancora patrimonio comune

Dopo aver fatto la spesa e preparato la cena si mangia in fretta per poi uscire nella silenziosa notte veneziana in direzione Piazza San Marco. La città sull’acqua di notte è un incantesimo. La mancanza di rumore è un elemento altrettanto essenziale al fascino di Venezia quanto le mille suggestioni che si presentano agli occhi. Sono i nostri scherzi e la nostra allegria a spezzare in parte la magia ma  la fiamma dei 16 anni  non si può placare, sarebbe un delitto.

Piazza San Marco è stupefacente, non è la prima volta per me, ma è la prima in abito serale e non può che lasciare senza fiato.

Sotto i portici ci fermiamo ad ascoltare un gruppo di ragazzi più grandi di noi con le chitarre. Ci sediamo sui gradini come loro, che tra un Cat Stevens, un Neil young di Harvest, una WishyouWere Here, infilano in sequenza Afterglow e The Carpet Crawlers a due voci. E il loro canto si confonde nella mia testa con quello di Gabriel e Collins nelle calli immerse nella notte.

E’ un momento perfetto. Un Perfect Circle lo definirebbero i R.E.M.

Da allora ogni volta che parte The Carpet crawlers sono a Venezia nella primavera dell’ 82.

The crawlers cover the floor in the red ochre corridor
For my second sight of people, they’ve more life blood than before

Estate 1980

Seconds Out e The Lamb lies down on broadway sono in heavy rotation sul mio registratore portatile (i walkman sono ancora il futuro) e sono in viaggio in camper con la mia famiglia in Spagna. Nella cuccetta mi metto il registratore vicino le orecchie e nei lunghi trasferimenti mi lascio cullare dalle canzoni rock raccolte scrupolosamente in una quindicina di cassette.

La musica come accompagnamento al viaggio deve essere qualcosa di innato nell’uomo, per me vedere il paesaggio scorrere accompagnato dal suono di musica che scelgo è una continua fonte di fantasie e suggestioni. E’ qualcosa che non mi abbandonerà mai.

Ci fermiamo a Valencia per una notte, il campeggio si trova di fronte alla spiaggia, solo una strada a dividerli.

Dopo la cena serale all’aperto, tutti e cinque sotto il tendalino del camper avverto i miei che all’alba vorrei soddisfare un desiderio, vorrei raggiungere la spiaggia e vedere il sole sorgere portandomi dietro il registratore. Nulla osta per fortuna.

Alle cinque quando tutti dormono sguscio fuori dal camper cercando di fare meno rumore possibile, il campeggio è silenzioso, mi avvio verso la spiaggia.

Non c’è nessuno, mi rendo conto con delusione che il sole non sorgerà sul mare ma alle mie spalle, ma fa nulla, mi accontento.

Attendo il momento giusto, quando avverto che le prime luci  stanno per riversarsi sulla spiaggia. Accendo il registratore, me lo porto all’orecchio.

La canzone è pronta, ho portato la cassetta al punto giusto la sera prima.

I raggi toccano la sabbia…

There’s only one direction in the faces that I see
Its upward to the ceiling, where the chamber’s said to be
Like the forest fight for sunlight, that takes root in every tree
They are pulled up by the magnet, believing they are free

Le emozioni legate alla prima volta restano inchiodate al tuo cervello e nulla le fa sbiadire.

There’s no hiding in my memory
There’s no room to avoid

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