Kendrick Lamar – The Blacker The Berry – Filippo Ricci

Front

I trascorsi adolescenziali da rockettaro (o per la precisione da britpopparo) mi avevano portato a distaccarmi fermamente dal mondo dell’hip pop. Associare la figura del rapper al ricco pappone interessato solo alle puttane era un percorso semplice e convenzionale, frutto di un giudizio pretenzioso e affrettato e parzialmente giustificato dai modelli mediatici proposti a inizio millennio. Col tempo si tende a moderare le proprie posizioni intransigenti e a scoprire che la bellezza è nella varietà e nel fascino delle contrapposizioni. Abbandonata la convinzione che al mondo potessero esistere solo gli Oasis e gruppi affini, mi sono tuffato nel mare aperto della musica, soffermandomi di volta in volta sulle diverse isole del jazz, della musica classica, del blues e del folk, alla costante ricerca di nuovi lidi e nuove spiagge assolate su cui riposarmi e da cui godere di un paesaggio sempre diverso. A volte si è trattata di una semplice fuga, altre volte di una lunga vacanza. Kendrick Lamar è stato un po’ il mio Virgilio, mi ha preso per mano e mi ha mostrato un posto diverso da quello che avevo sempre immaginato. E’ come rifiutarsi perentoriamente di visitare una città convinti che essa non faccia per noi. Ma sostanzialmente basta trovare la giusta guida per rivelarci un mondo sommerso e prima inesplorato.  La vera sorpresa avviene quando ci si ritrova su un’isola difficile da distinguere dove le contaminazioni e l’eterogeneità non permettono di apporre una facile catalogazione. In questi casi faremmo molto meglio a lasciarci andare e ammirare semplicemente lo scenario stupefacente che rimarca l’unicità del luogo. Mi sono trovato faccia a faccia con Kendrick quando vivevo a Pavia, in un periodo particolarmente fertile a livello musicale e totalmente arido a livello lavorativo. Cercavo probabilmente qualcosa di lontano e sconvolgente, qualcosa che mi facesse naufragare su un arcipelago nuovo. Prima di allora avevo ascoltato solo qualche canzone di Kendrick, di sfuggita e con poca attenzione, ma sin da subito non è scattata la classica etichetta del rapper sbruffone e strafottente. Kendrick aveva uno sguardo vero, sincero. Non riuscivo ancora a capire cosa volesse comunicarmi ma era solo questione di tempo.  The Blacker the Berry era il singolo che anticipava l’uscita del suo nuovo album. I paragoni con i grandi del passato erano pesanti come macigni (il più gettonato lo vedeva come erede di TuPac) e l’hype creatosi attorno al ragazzo di Compton era arrivato a livelli colossali. The Blacker the Berry è letteralmente un uragano in mare aperto capace di affondare stereotipi e false convinzioni e farti ritrovare sperduto e apparentemente spaesato sul bagnasciuga di un nuovo mondo. Il contesto in cui si inserisce la canzone è quello di una nazione americana ancora alle prese con le violenze razziste nei confronti della comunità afroamericana. Kendrick trasmette tutta la sua collera nei testi tanto quanto nei suoni, sporchi e ruvidi. Non c’è armonia, ma profonda dissonanza nei confronti di un mondo ingiusto e mai del tutto cresciuto. La canzone si apre con una forte affermazione in prima persona: “sono il più grande ipocrita del 2015”. Non sembra chiaro a cosa si riferisca Kendrick, anche perché subito dopo si passa dalla dimensione personale a quella generalizzata, affrontando tutti i clichè associati agli afroamericani, dai tratti somatici a quelli socioculturali. La rabbia di Kendrick è fisica, viva e reale e si percepisce in ogni singola parola scandita. Ma il finale è sconvolgente e lascia attoniti di fronte alla lucidità e alla capacità di analisi condotta da Kendrick: nonostante il tono resti sostanzialmente inalterato, a metà della terza strofa di interrompono i luoghi comune presentati sulle persone di colore e vengono riportati episodi di violenza all’interno della stessa comunità afroamericana come la guerra intestina fra le diverse gang di Compton. E quindi non importa quanto io dica quanto mi piace predicare con le Pantere, Quanto dica alla Georgia State, “Marcus Garvey ha tutte le risposte”, Quanto provi a celebrare febbraio come fosse il mio compleanno, Quanto possa mangiare anguria, pollo e bere Kool-Aid nei giorni feriali, Quanto possa saltare così in alto da beccarmi un endorsement di Michael Jordan, Quanto possa guardare i BET perché il supporto della comunità è importante. E allora perché ho pianto quando Trayvon Martin era per la strada Quando essere parte della struttura delle gang mi fa uccidere un negro più nero di me? Ipocrita!” Come in una perfetta struttura circolare, il cerchio iniziale si chiude. Ho ascoltato questa canzone in loop per mesi e To Pimp a Butterfly è stato uno dei primi vinili che ho acquistato con il mio stipendio. Sono convinto si tratti di un disco epocale e generazionale a livello mondiale. Per quanto mi riguarda senza Kendrick per me non ci sarebbero i Public Enemy, i Parliament e tutto il funk, gli A Tribe Called Quest, Andersoon .Paak e Frank Ocean. Kendrick mi ha fatto conoscere un’isola nuova che prima ignoravo, mi ha mostrato un lato inesplorato e mi ha spinto a naufragare dolcemente nelle profondità di un oceano interiore.

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