Neil Young & Crazy Horse – T-Bone, Mason & Dixon

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Ci sono questi due tipi fuori da un negozio di dischi. Il negozio ha chiuso da alcuni minuti. Ha spento le sue insegne assieme al vocio dei clienti che quotidianamente lo rende cosa viva, nonostante lo streaming, Spotify e YouTube. La serata è fredda, ma si avverte che sta per arrivare un principio di primavera, sempre che riesca a farsi largo tra la cappa dello smog e la frenetica indifferenza del lavoratore lombardo. I due tipi stanno – guarda caso – parlando di musica. Cosa che avrete capito dal contesto capita loro spesso… Per rispetto verso le loro famiglie, useremo dei nomi di comodo per indicarli: i nomi sono Mason e Dixon. Dixon ha la testa ovale, la logorrea dell’espatriato e l’aspetto vagamente allungato verso l’alto, ma in maniera troppo brusca per risultare una sagoma fascinosa (in un’altra vita veniva chiamato lo Spilungone), Mason è più basso ed ha la barba dell’uomo saggio, dentro è interamente rotto, ma la cartilagine di cui è per lo più composto ha finito per irrigidirsi al punto da tenere ben salda tutta l’impalcatura. Dixon ha appena riascoltato “Re-ac-tor” e dice all’amico che a suo modo di vedere si tratta di un album ingiustamente massacrato dalla critica. I due finiranno per parlare del disco in questione e in particolare di “T-Bone” ovvero la terza traccia, in cui il suo autore, il cantante canadese Neil Young, ripete per nove minuti e quindici secondi la frase “Got mashed potatoes, ain’t got no T-Bone”. Ho il purè, ma non ho la bistecca. Queste grosso modo le parole che i due si dicono:

Mason: Anche secondo me “Re-ac-tor” é ingiustamente sottovalutato. Ha una cattiva fama che gli deriva in gran parte dai famigerati nove minuti di “T-Bone” che effettivamente sono senza senso. E invece, il disco non è male, se non altro perché pezzi come “Surfer Joe”, “Shots” e “Opera Star” sono ottime canzoni e soprattutto perché il Neil Young degli anni novanta – che sarà una gran cosa! – si trova di fatto già fra queste tracce…

Dixon: Ma guarda che a me “T-Bone” piace tantissimo! Anzi, assieme a “Shots” è il pezzo che preferisco dell’album. E’ una canzone sconclusionata, ma sincera e dunque quintessenzialmente younghiana. Poi lo sai, no… la frase che ripete per tutto il brano faceva parte di un esercizio che faceva a quel tempo con il figlio – poverino – nato cerebroleso.

Mason: Sì, ma allora se devo cercare l’iper-younghianesimo mi riascolto “Trans” disco che era e resta davvero brutto, ma che mi commuove sempre con tutto quel vocoder e i synth che altro non erano che tentativi di penetrare la disabilità del figlio e mettersi in contatto con lui. E poi mi piacciono gli estremi: adoro quando Neil, pur auto-sabotandosi, riesce comunque a spargere la sua polvere magica!

Dixon: In “Trans” Neil si sabota alla grande, ma in “Re-ac-tor” il boicottaggio è più sottile, in quanto viene utilizzata l’usuale grammatica rock, ma portata talmente all’eccesso da finire per essere svuotata di senso. Neil non è mai stato certo un intellettuale, ma se ci pensi “T-Bone” ha un che di avanguardistico: da un lato la ripetizione meccanica e lobotomizzata del riff e della ritmica, dall’altro la ripetizione altrettanto alienata della medesima frase senza senso. Il tutto sovrastato dall’anima selvaggia del Cavallo Pazzo che non viene mai meno ed è incarnata dall’incessante fraseggiare della chitarra solista. Il risultato è qualcosa che gente come Lou Reed avrebbe fatto in maniera più consapevole, ma a cui Neil arriva come al solito di pancia e con il fine di esprimere il malessere suo e del figlio. E inoltre: quella frase reiterata sul cibo utilizzata per esprimere disagio non ti ricorda i Radiohead di “Everything In Its Right Place”?

Mason: Quando Thom Yorke ripete incessantemente “yesterday I woke up sucking a lemon”?

Dixon: Esatto…

Mason: Mah… accomunarle mi sembra un tantino forzato…

Dixon: Sono due brani che parlano di alienazione, utilizzando in maniera ripetuta una frase sul cibo. Ora, io non credo certo che Thom Yorke avesse in mente “T-Bone” quando ha scritto il suo pezzo… Però è come se la stessa intuizione di Thom, Neil l’avesse avuta molti anni prima…

Mason: Non lo so… queste similitudini mi sembrano operazioni intellettuali che cercano affinità a tutti i costi per dimostrare un ragionamento. Il proprio.

Dixon: Forse è così, però è innegabile riscontrare il fatto che due artisti diversissimi per formazione ed esiti artistici hanno avuto la medesima intuizione per dire (più o meno) la stessa cosa…

Gli occhi di Dixon si illuminano di una luce che Mason ha imparato a temere: “Ecco che parte la turbo-logorrea”. Mason incassa ben bene la testa nella cartilagine del collo e si prepara per assorbire il corpo.

Dixon: … e questo ci porta a pensare che vi è un terreno comune, se vuoi un’idea collettiva insita negli uomini… sia in quelli nati in Canada come Neil che in quelli cresciuti ad Oxford come Thom: l’uomo spogliato di qualunque intelligenza ritorna al proprio livello basico e si produce in considerazioni sul cibo che ne tradiscono l’apatico imbarbarimento.

Mason: Tutto vero, ma il fatto che dicano la stessa cosa é opinione del tutto soggettiva. Presente per lo più esclusivamente nella tua testa.

Dixon: Ma si può sostenere senza forzature che entrambi i pezzi abbiano a che fare con l’alienazione dell’uomo e che entrambi ne parlino attraverso la metafora del cibo. Nel pezzo dei Radiohead il tema è chiaro se tieni anche conto del disco in cui la canzone è contenuta… Per “Re-ac-tor”, sappiamo che Neil registra il disco nei ritagli di tempo. E’ interamente preso dall’assistenza che sta dando al figlio. Cosa davvero commendevole, ma che sicuramente non doveva essere semplice: immagina la frustrazione di seguire un figlio disabile, il cercare di comunicare con lui, ma più spesso finire per scontrarsi con il muro del suo handicap. Immagina l’amore che si rafforza nella cura, ma che sgretola la persona che sei per costruirne un’altra (forse) più forte, la sensazione di deriva verso la medesima alienazione che si respira tra le mura dell’istituto che accoglie tuo figlio. Poi stacchi per andare a lavorare e il tuo lavoro è il rock n’ roll. Attacchi stanco il jack all’ampli e ti piazzi davanti al microfono. Neil doveva sentirsi totalmente svuotato come quando in “Borrowed tune” si era quasi accasciato sul piano, biascicando di aver rubato la melodia ai Rolling Stones “perché troppo devastato per scriverne una” e, quando attacca il primo riff furioso che prende forma tra le sue mani, le prime parole che gli vengono in mente sono quelle che ha ripetuto al proprio ragazzo per tutto il pomeriggio. E, come quel pomeriggio, anche in sala Neil le ripete fino allo sfinimento, ricreando in musica il vicolo cieco in cui lui e il piccolo sono stati rinchiusi dal destino infame. E lo sfonda perché – manco a dirlo – il rock n’ roll sta lì apposta per salvarti la vita!

Mason: …

Dixon:…

Mason: …

Dixon: Comunque, se qualcuno mi dicesse cosa vuol dire amare davvero la musica, gli risponderei: “Ragazzo, amare davvero la musica vuol dire parlare con passione per un’ora, davanti un negozio di dischi chiuso, di un canadese mezzo matto con la chitarra che ripete per nove minuti e quindici secondi che ha il purè, ma non ha la carne”.

Mason: Parole sante, Dixon.

Dixon: Dovremmo metterle in firma al nostro blog…

Mason: Quelle oppure “Got mashed potatoes, ain’t got no T-Bone”

Dixon: Amen.

www.lalineamasondixon.wordpress.com

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