Porcupine Tree – The Incident, Stefano Gallone

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A quel tempo li aspettavo a neuroni aperti, devoto alle polimorfe creazioni del signor Wilson, restando saldamente legato ad espressioni liriche e musicali che faticano a distaccarsi forzatamente da una considerazione spirituale di madre Musica.

Trascorsi notti insonni cullato dalle liturgie di cieli che si spostavano di lato. Assaporai il gusto della melodia e della sensibilità armonica più pura e semplice ma, al contempo, diretta al cuore e all’anima di lampadine e sogni stupidi. E ruggii anch’io all’unisono con i graffianti riff e gli apocalittici concetti espressi da veri e propri requiem di coscienza civile, nell’absentia di ali morte che mi trasportarono su pianeti vuoti da colonizzare combattendo apatie e schiavitù emotive generazionali.

Ma in quel momento ero di fronte a qualcosa che appariva davvero quanto di più complesso e grande l’amato Steven avesse mai potuto regalare a quest’anima sempre così instabile, sempre così speranzosa in non si sa mai bene cosa, sempre così incessantemente alla ricerca di qualcosa che parli di lei, che la prenda per mano e che le permetta di esorcizzare almeno parte dei suoi demoni quotidiani.

E allora, sai, ci si chiede: cosa succede quando una canzone si evolve talmente tanto da suddividersi in atti, diventare quasi un intero disco e, nel farlo, mantiene e amplifica la sua capacità di toccarti dentro infliggendoti la stessa rasoiata di un lampo da pochi minuti? Cinquantacinque al posto di tre o quattro, con precisione. Cosa si smuove tra le viscere della tua anima quando suoni e parole ti trasportano in un groviglio di sensazioni che non ti risultano poi così estranee?

Ad un primo approccio, non sembra essere ben chiaro a cosa possa riferirsi un titolo così semplice. “The incident” potrebbe far pensare immediatamente ad un incidente stradale più o meno grave, ed è comunque il pretesto dal quale Wilson trae dichiaratamente spunti per un discorso ben più ampio e trascendente. Con il termine “incidente”, infatti, ci si può riferire a una vastissima gamma di opzioni significanti. Quella più plausibile potrebbe essere l’ipotesi del cosiddetto “incidente di percorso”, giro di boa dell’esistenza terrena che coinvolge ogni individuo in quanto tale, nonché periodo di trapasso morale fondamentale per la maturazione di un essere umano, insieme irregolare di stati d’animo, pensieri e sensazioni ostacolanti che rendono necessario il suo superamento con qualsiasi mezzo, allo scopo di trovare, una volta per tutte, il riflesso di un’identità definitiva o quantomeno plausibile.

L’immagine di copertina, di per sé, già si impegna ad esprimere una situazione di autodifesa: porre una mano tra le proprie sembianze e un fuori campo ignoto e, proprio per questo, spaventoso, inquietante. All’ascolto, la sensazione più incredibile è quella di vedere costruirsi davanti agli occhi, specialmente tenendoli chiusi, un vero e proprio film. Anzi, una fattispecie di montaggio unico di filmini in Super 8 fatti in casa.

Ouverture “Occam’s razor”. Un unico accordo duro e oscuro, seguito da un grappolo di elettroni fluttuanti (l’elevazione è nulla senza Richard Barbieri), fa da Caronte in un mondo tutto interiore, fatto di esperienze vissute e da vivere, di prove da superare con qualsiasi risultato, di responsabilità da prendere per crescere dentro sé stessi e con sé stessi.

Inizia la sinfonia autoesaminante. “The blind house” potrebbe essere il frastuono attraverso il quale ci sembra di conoscere noi stessi e non si fa caso ai fossi e alle strade dissestate che si prestano dinanzi a noi lungo un cammino fatto di sogni e desideri da realizzare ad ogni costo. Il metronomo Gavin Harrison ricorda la tachicardia di certe situazioni post traumatiche.

“The world outside corrupts my child”, dice Steven; e condivido, per tutte le volte che ho odiato un atteggiamento, un discorso senza un senso al di là dell’espressione più ignobile di sentimenti mercificati e svenduti in saldo al primo offerente. “We resist, all this shit, so kneel submit”: per tutte le volte che ho chiesto scusa anche quando non avevo torto, per tutte le volte che, in ginocchio, ho chiesto all’aria lo scopo dei miei giorni e le finalità primarie delle mie povere gesta. Sarà giusto quello che sto facendo? Ne vale davvero la pena? È esattamente il risultato di quello che sono? Poche risposte. Quasi nessuna. “You don’t need to know their secrets, believe me”: non hai bisogno di capire perché tutti ti vedano come un estraneo per il tuo semplice desiderio di ricerca di percezioni vere e genuine, per la tua frenetica voglia di capire come stanno davvero le cose e prendere una posizione definitiva.

Anacronia. Salto indietro nel tempo. Le “Great expectations” suggerite, probabilmente, sono quelle dell’aspirazione ad una vita serena e soddisfacente, al veder realizzarsi la continua e frenetica pulsione che rende consapevoli della necessità, in determinati cuori, di lasciare una pur minima traccia di sé su questo pianeta, con il rischio di vivere una vita perennemente alla vigilia di sé stessi. Una giornata solare (“A summer day”) e una fede unidirezionale (“A useless faith”), ma comunque rassicurante, sono gli elementi basilari di un’infanzia vissuta sotto il segno di una serenità che sta per essere violata dalle difficoltà che l’esistenza riserva a chiunque si trovi nell’inevitabile condizione di crescere per forza di cose, di farsi una vita e di costruirsi un futuro, come se già la vita di per sé, il solo esistere, non bastasse a camminare sereni sulla propria strada. No. Bisogna per forza fare qualcosa, correre rischi, sudare freddo per ottenere quello che dovrebbe essere già garantito. Una costrizione alla sfida. Un affronto senza colpe.

E allora, a metà strada, ad un incrocio pericoloso, mi trovo in ginocchio e disconnesso da quello che vogliono farmi intendere come realtà, vita sociale e civile. “Kneel and disconnect and waste another year”. Non la condivido. Perché tanta severità? Perché ciò che mi circonda non sa fare altro che giudicarmi, puntarmi il dito contro ed accusarmi di assenteismo per scelte reputate astratte ed inconsistenti? Sto solo seguendo quello che credo di essere. Tutto qui.

Non resta altro che tracciare una linea (“Drawing the line”) tra me e ciò che mi odia senza motivo, ciò che mi guarda dall’alto verso il basso con un ghigno di disprezzo. La traccio con l’orgoglio di chi non aspetta altro se non il momento di tirare le somme a proprio favore (“And I have my pride”). Staremo a vedere.

Ma ecco che sono nel bel mezzo dell’incrocio. Senza semafori né vigili urbani. In mezzo a due strade che si incrociano lacerandosi e sanguinando. Nel bel mezzo di automobilisti incalliti che vogliono raggiungere a tutta velocità traguardi che nemmeno loro vedono ma di cui conoscono l’esistenza quasi solo per sentito dire. Il mio incidente è questo: non sono capace di attraversare la strada trafficata. Troppe auto. Troppo frastuono. Troppi clacson caotici. Troppa fretta di portare a termine compiti e guadagnare stime e gratificazioni. La mia attenzione, però, è attirata da un ammasso di rottami poco distante lungo il mio orizzonte: un grave scontro su una delle due strade ha distrutto diverse automobili. Qualcuno non prestava attenzione, andava troppo veloce e si è fatto male seriamente. Qualcuno non ce l’ha fatta. Mi guardo intorno e mi perdo. Resto fermo nel mezzo dell’incrocio e aspetto chissà cosa. E io? Sto prestando sufficientemente attenzione pur vivendo di sogni? Devo continuare a guardarmi intorno o devo rivolgere lo sguardo dentro di me per capire cosa sta succedendo?

Anacronia nell’anacronia. Provo un profondo senso di nostalgia per tempi in cui tutto questo non aveva senso, non era necessario. Ripenso, in sincronia con Steven, alle possibilità di fuga che poteva darmi il semplice vagare lungo i binari di un treno alla stazione in pieno inverno, all’imbrunire, sotto un cielo plumbeo e attraverso quell’aria sottile e graffiante che solo gli inverni più cupi e solitari possono fornire sia ad un volto da screpolare che a un’anima da raffreddare nel fuoco dei suoi pensieri e delle sue indecisioni.

Ritorno all’incrocio. Il tempo vola: è l’unica cosa certa che si conosce di questa esistenza passeggera (“Time flies”). Bisogna cogliere tutto quello che il tempo porta con sé, al di là di ogni necessità individuale, al di là di ogni modesta e sincera presunzione (“But after a while you realize that time flies, and the best thing you can do is take whatever comes to you”).

Ritorno al presente, al tema iniziale, con una valida variazione armonica dovuta alla consapevolezza del fatto che non si può sempre ottenere precisamente quello che si vuole. Bisogna sapersi accontentare delle sfumature (“Degree zero of liberty”). Ma fa male vedere i propri sogni svanire, vedere crollare tutto quello che era stato archiviato sotto la voce “certezza”, sentire venir meno i pochi riferimenti costruiti e utilizzati come base per costruire il futuro desiderato. È un eterno ritorno. Non c’è partita. Se la fortuna non viene mai da sola, allora nessun essere umano possiede le forze necessarie per costruire una propria dimora al riparo dalle fredde correnti degli inverni morali? Lievi fraseggi cercano di accarezzare un’anima schiacciata dal peso delle inevitabili responsabilità.

Un solo ed unico grido riecheggia nelle ritornanti melodie: qualcuno mi dia qualcosa in cui credere, adesso; qualcosa che mi faccia capire se sono ancora in grado di amare i tasselli che compongono la vita in cui mi hanno scaraventato (“Give me somethng new, please…something I can love”). Sto cercando, con tutte le forze che mi restano, di sciogliere il trauma di un desiderio portante mai raggiunto e soddisfatto. Sto provando – ad un costo molto alto – a scegliere una direzione da intraprendere in mezzo a quell’incrocio.

Scopro che l’uomo dell’incidente sono io. Sono ancora me stesso o una parte di me è deflagrata per salvare quello che resta della sua anima?

Impazzisco. Piango. Urlo. Impreco. Mi raffreddo. Crollo. Odio.

Quello che ho sempre cercato di essere e quello che sono effettivamente sono due facce della stessa medaglia che vanno in controtempo e si divorano l’una con l’altra per manie di sopraffazione (“Circle of manias”). Provo disgusto per tutto ciò che mi ha sempre ostacolato e continua ad ostacolarmi nel tentativo di realizzazione dei miei sogni più semplici. “Ci ho fatto il callo”, come si suol dire. La rabbia mi acceca. Non so davvero cosa fare più di quanto già fatto per vivere una vita di aspirazioni plausibili. Le vedo crollare. Ci sono mille alternative ma, ora, vedo soltanto buio al di fuori della mia finestra. Svengo.

Riapro gli occhi come ridestato da un sogno. Scorgo una leggera lacrima sulla mia guancia destra. Assaporo la sua essenza salina prima di sospirare e rimanere fermo, supino sul pavimento freddo. L’eccessiva rabbia ha divorato tutte le mie forze residue e mi ha lasciato qui, inerte, a prendere coscienza di quello che, in sostanza, sono.

Guido un carro funebre (“I drive the hearse”) accompagnato da arpeggi ed armonie che fanno da ninna nanna a desideri che so di non aver comunque mai lasciato spegnere completamente. Ma riesco soltanto a starmene in disparte, in silenzio, preda dei miei pensieri e di un avvenire da ricostruire (“And silence is another way of say what I wanna say”). Preferisco mentire a me stesso pur di non cadere nel profondo della convinzione che mi vuole come pedina di una scacchiera globale alla quale molti altri hanno accettato di prendere parte senza troppe titubanze (“And lying is another way of hoping it will go away”). E cercherò di fare in modo che l’aspirazione troppo presto liquefatta non sia più al centro dei miei sbagli. Ho imparato la lezione: sono io che guido il carro funebre per l’uomo schiacciato dalle lamiere dell’incidente (“When I’m down I drive the hearse”).

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