Claudio Lolli – La Giacca, Mauro Pompei

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L’ho sempre cantata, lungo le età, gli umori, le differenti interpretazioni, le infinite pieghe attraverso cui ho spinto quelle parole. In realtà ho sempre cantato Claudio Lolli, ho sempre nuotato in quell’impasto di tristezza folle e senza via d’uscita e quei morsi, quegli strappi improvvisi di gioia e rivoluzione. Certo Ho visto anche gli zingari felici, Borghesia, Aspettando Godot, Anna di Francia, Quanto amore, Io ti racconto. Certo tutte quelle parole e molte altre hanno accompagnato la mia adolescenza e i miei anni di formazione, una colonna sonora depressiva e spietata. Ma La giacca ha sempre rappresentato qualcosa che mi vestiva meglio, che mi faceva stare comodo. Se a 18 anni storpiavo volutamente il ritornello e “non sarò mai così fregato come tuo padre” diventava “mio padre” dai 30 anni la canto come ninna nanna alle mie figlie, con il piacere di ascoltarla ricantatada loro, con quel misto di orgoglio e disperazione che si prova quando senti di aver passato un testimone bello ma doloroso. Perché ho sempre creduto a quel bisogno/dovere di rischiare il fallimento, di osareil fondo cercando una qualche forma di autenticità, nella vita, nell’amore. E ho fallito tante volte, innumerevoli volte, faccio fatica a metterle in fila tutte. Ho pensato anche che fosse insensato “andare fino in fondo, in fondo a tutto, in fondo a noi, in fondo agli argini del mondo”. Eppure oggi che la mia giaccaè effettivamente quella di un disgraziato, continuo a credere che, nonostante tutto, non sono poi così fregato se posso cantarla ancora una volta a chi, ora, amo, a chi, ora, stringe le sue mani con le mie negli stessi guanti.

Bisogna andare, fino in fondo,
in fondo a tutto in fondo a noi,
in fondo agli argini del mondo, alla paura che mi fai.
Fino in fondo alle tue cosce, ai miei timori alle tue angosce.
Fino in fondo alla pianura, all’orizzonte della città.
In fondo dove non troveremo nemmeno un’ombra per riposarci,
in fondo dove sarà fatica, sarà sudore l’esser sincero, i
n fondo dove tutto è coperto sotto lo stesso mantello nero.
E se domani la mia giacca sarà,
la giacca di un disgraziato,
non sarò mai così fregato come tuo padre.
Bisogna andare sempre avanti, anche se noi non siamo in tanti,
anzi davvero siam solo in due, le mani mie, le mani tue,
devono stare sempre vicine,
devono avere gli stessi guanti e non paura là
sul confine di fare l’ultimo passo in avanti.
Bisogna andare incontro a tutti quelli che oggi come noi,
voglion rischiare d’esser distrutti piuttosto di ritrovarsi
poi, in una famiglia senza persone, come tra i muri di una prigione.
E se domani la mia giacca sarà,
la giacca di un disgraziato,
non sarò mai così fregato come tuo padre.
Bisogna vincere la morte, quella che non si fa vedere,
che viene senza far rumore, che non si fa aprir le porte,
che non fa mai vestir di nero tutti i parenti
all’ospedale,
che non ha mai camere ardenti, nè cerimonie, nè funerali.
Quella nascosta nella tua noia, nella mia noia,
nelle parole che ci diciamo senza capire nemmeno quel che vogliamo
dire, quella che come un regista
esperto ci mette in scena nel suo deserto.
E se domani la mia giacca sarà,
la giacca di un disgraziato,
non sarò mai così fregato come tuo padre.

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