Nick Cave – Higgs Boson Blues, Stefano Gallone

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Notte fonda. Quasi le quattro, dicono i numeri rossi qui di fianco.
Anche stavolta ho dimenticato di regalare un po’ di sano fiume giallo all’amico Ginori, che dimora nella toletta proprio qui accanto alla mia stanza, prima di sbattermi sul materasso lercio dalle lenzuola stantie.
Una volta sceso dal letto a mo’ di primo uomo sulla Luna, brancolante nel buio di questa stramaledetta topaia abitata da tre eterni disoccupati neolaureati in scienze delle cavità anali, non ho neanche il tempo di cominciare ad annaffiare la ceramica giallognola opaca che già me ne sto per capitombolare lungo lungo nella vasca senza mattonelle, perché qualche stronzo, qua dentro, deve lasciare ben steso per terra (precisamente proprio nel mezzo metro di spazio che separa la porta dalla vasca) l’apposito grande tappeto assorbente utile ad uscire dalla doccia senza formare una versione indoor del lago di Bracciano.

Non saprei descrivere al dettaglio questo particolare frangente spazio-temporale, ma credo proprio di aver liquidato il mio momentaneo istinto di conservazione con una semplice constatazione: quale testamento potrò mai abbozzare, io, se non ho una ceppa di niente sulla prepagata travestita da carta di credito e se non ho praticamente nessuno – al di là delle consuete dinamiche legislative – a cui decidere di voler lasciare il nulla nel suo corrispettivo monetario? Al massimo chi vorrà potrà prendersi dischi, libri e dvd per rivenderli a mezzo centesimo su qualche bancarella posta nella zona di Porta Portese che più di altre puzza di piscio. O tra la muffa di tutto questo proliferare di mercatini metropolitani dove la gente comune rivende anche nonni e trisavoli. Certo, un cofanettone in vinile triplo di “Timothy’s monster” dei Motorpsycho, una prima stampa originale di “Uncle meat” dei Mothers di Frank Zappa o una copia originale del libro di Michael Bamberger su M. Night Shyamalan, che soltanto io posseggo in Italia in quanto mai tradotto, non potrà mai sognarsi di avere un briciolo di comprensione estimatrice da parte di nessuno. Ma, se non altro, libereremmo comunque un bel po’ di spazio sugli scaffali di compensato in favore dell’inquilino che mi subentrerà, malgrado la mia convinzione esistenziale mantenga il suo perno fondamentale sull’ineluttabile inutilità del lasciare qualunque cosa tra le mani di una civiltà in cui, su Youtube, i sottotitoli dell’intervista-messaggio ai posteri di Bertrand Russell vengono coperti da un banner pubblicitario di Fendi alla domanda “cosa pensa varrebbe la pena dire a quella generazione?”.

Non si fa attendere all’appuntamento la nemesi del mio amico cervelletto: e se mi ammazzassi per davvero? L’unica considerazione sulla quale mi sto ancora soffermando un attimo – mentre scrollo l’amico, qui – ha come protagonista ciò che resta della mia famiglia. Nessuno la prenderebbe bene. O meglio: nessuno capirebbe davvero. Magari qualcuno ci proverebbe ma finirebbe troppo presto per soccombere alle dinamiche psicotiche provinciali basate sulla certezza di aver subito un torto, un tradimento, un calcio tra le palle dopo aver speso una vita intera a compiere sacrifici per me e per chi come me. E pensare che io, invece, avrei anche un pizzico di diritto nel sentirmi come il capitano di una squadra che ha lottato fino all’ultimo centesimo di secondo per uno scudetto sudato e ricercato a denti stretti ma perso per un canestro allo scadere, raggiunto a terra dall’inossidabilità del gesto più sacro che l’avversario possa dedicargli prima di andare a festeggiare l’impossibile. E invece per loro no. Per loro, io, dovrei puntare solo alla salvezza. Sempre e solo alla salvezza. E quanto più comoda possibile.
Io volevo solo ammirare la balena come lo Jànos di Béla Tarr, non mettermi al riparo dalla catastrofe imminente provocata da un gigantesco corpo morto. Volevo semplicemente starmene seduto davanti alla macchina da scrivere, pronto a caricare il primo foglio bianco mentre le idee preparano le munizioni per dichiararsi guerra prima di invocare le mani a supporto. Avrei voluto vivere semplicemente di questo, sapendo di avere, magari, da qualche parte nel mondo, qualcuno disposto a leggermi, ad ascoltarmi o anche solo a lasciarsi guardare dritto negli occhi per qualche minuto. Ma le cose non sono andate così. Prima è arrivato Microsoft Office, poi il demente di turno a volermi convincere delle sue verità universali in soli centoquaranta caratteri. Come non detto. Alzo le mani. Anzi, tolgo il disturbo. Senza palle, magari, ma tolgo proprio il disturbo.
Vedremo. Ora facciamo che torno in camera e provo a fare finta di dormire.

Questo corpo e questo spazio non sono miei. Lo sono mai stati? Non li sento. Sono in viaggio al di fuori di qualcosa. Non è il mio corpo, non è questa stanza. È l’Universo. Ma c’è una strada sterrata che percorro sempre dritto senza mai arrivare da nessuna parte. D’improvviso, la strada sterrata diventa un viale pieno di cipressi ai lati. All’orizzonte, solo un eterno punto di fuga. Questi cipressi cominciano a prendere fuoco uno dopo l’altro – in verità a coppie: uno di qua, l’altro di là – man mano che oltrepasso la linea immaginaria che la loro distanza laterale proietta sul percorso. Per un attimo non vedo assolutamente nulla. Poi una parte di cielo oscuro si sposta di lato. Percepisco un campo di girasoli correre sulla mia destra, mentre dall’altra sponda proviene un suono strano. Non è proprio una melodia. Anzi, forse lo è ma è tumefatta, estranea. Eppure posso distinguerla e portarla con me. Fa molto caldo e io non ho addosso neanche la pelle. D’un tratto non mi curo più del fatto che non ci sia un punto d’arrivo all’orizzonte. Non mi volto ma è come se avessi occhi di altre dimensioni anche sulla nuca. Così vedo la scia di una sagoma umana associata ad un’altra non umana la cui appartenenza ignoro deliberatamente. È ciò che gli serve per intonare quel suono? Fa davvero molto caldo e capisco che quella figura sono io. È così che ci si ritrova nel proprio buco nero? Oltrepasso un piccolo ruscello di assenzio. Forse gli ho appena chiesto qualcosa che già non ricordo più. Comincio a sentire le forze non fisiche venire meno. Il fuoco sugli alberi del viale si è spento e le chiome sono incredibilmente intatte. Ma la strada sterrata comincia a cedere e da alcune crepe fuoriesce una strana melma rosso cremisi. La strada assume il colore delle mie lenzuola, comprensive di macchie da decubito. Tutto comincia a sfasciarsi, resta intatto solo l’orizzonte ignoto e inconoscibile. E io non emetto un suono, né un gemito, tantomeno un lamento. Dalle crepe in terra fuoriescono mani umane prive di gesto alcuno. L’eco di un tuono lontano risuona indistinguibile da un altrove non meglio ipotizzabile. Sto crollando assieme al viale e tutto ciò che resta in piedi, intorno, è un orizzonte indefinito. Sento il battito di più cuori. Sto crollando. L’orizzonte ignoto mi sopravvive. Eppure, forse, c’era qualcuno, lì.
Crollo. Mi scompongo.
Poi la notte si dissolve.
Bianco.

Questo soffitto incrostato sarà sempre troppo bianco, per me.

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