Franco Battiato – Il Re Del Mondo, Dalida Spunton

FRANCO-BATTIATO-L’Era-Del-Cinghiale-Bianco

Dopo quella maledetta vigilia di Natale del 1994 siamo rimasti io e lui, soli al mondo senza troppe prospettive di continuare ad avere una famiglia felice.

Mia madre se n’era andata di casa e io avevo solo tre anni, lui continuava a ripetermi che tutto si sarebbe sistemato, soprattutto la sera, quando ritornava a casa dopo dodici ore di lavoro e dava il cambio ai miei nonni.

Abitavamo in uno splendido appartamento all’ottavo piano, il grattacielo era rigorosamente sul mare, proprio sulla spiaggia, ogni tanto prendevo una scaletta e mi sporgevo da questo balcone che mi sembrava enorme, potevo sentire il sale che mi arrivava dritto in faccia – oltre che su quella enorme ferita nel cuore che si era aperta. Ero spaventata, ma avevo il mare, e avevo lui.

Mio padre era una persona magica.
Mi sussurava all’orecchio che i fiori parlavano e facevamo lunghe passeggiate in riva al mare parlando del fatto che io arrivavo da un altro pianeta.
Lui lo chiamava ” il pianeta nero “.

Col passare del tempo ci trasferimmo in una casa nel cuore delle marche in campagna aperta, lasciandoci alle spalle la casa al mare, lui aveva deciso che io non avrei più sofferto così tanto coltivando goffamente questo ingenuo sogno.

Questa casa bellissima in cima ad una collina aveva un giardino enorme che mia nonna curava meticolosamente e con moltissimo amore, mio nonno aveva uno studio di registrazione in soffitta che divideva con il mio angolo gioco.

Lui aveva una stanza tutta per sè, dove solo lui aveva il privilegio di entrare.
Un giorno decise dopo i miei continui lamenti di farmi provare un esperienza unica: Ascoltare la musica in camera sua.

Ora, io ho da sempre una pessima memoria, ma quella volta, quella volta in cui io entrai per la prima volta in camera sua, non riesco ancora ad oggi a dimenticarla.

C’era un impianto audio mozzafiato, un blocco di Pioneer immenso : Audiocassette, piatto vinile, sintonizzatore, amplificatore.. era incredibile.
E poi lei, una parete intera di vinili e libri. Pareva un sogno, ero piccola, avrò avuto otto o nove anni e lui mi disse : – “Oggi ti faccio ascoltare la musica come piace a me” (ovvero ad un volume allucinante).

Tirò fuori da questa immensa parete “Pollution” di Franco Battiato (se state pensando che era da folli non vi biasimo, mio padre era un pazzo, far ascoltare ad una bambina di nove anni un disco del genere è da pazzi, da incoscienti, o semplicemente da uno che aveva una grande aspettativa nella propria figlia).

Così passammo la Domenica pomeriggio ad ascoltare dischi, musica di ogni tipo, da Battiato ai Beatles passando per i Rolling Stones.

Da quel giorno niente fu come prima, diventai avida e volevo sempre entrare dentro quella stanza per ascoltare qualcosa di nuovo, di strano, di rock, di elettronica, qualcosa che mi facesse battere il cuore, qualcosa che non capivo ma che mi si stava attaccando addosso smodatamente.

LE CANZONI – LA MUSICA

Non so se è corretto dire che le canzoni mi hanno salvato la vita, in quasi tutti i miei periodi bui – e ce ne sono stati moltissimi – preferivo il rumore del mare o il silenzio.

Ma è doveroso dire che se non avessi avuto ad intercalare quei momenti, altri attimi in cui mi concentravo sulle canzoni, sarei finita male già da piccola.

Il tempo passava, e adesso, finalmente ogni volta che volevo, potevo entrare nella ” camera della musica “, lui mi aveva dato le chiavi.
Persino mio nonno che era cantante e ogni giorno aveva a che fare la nostra amata dea non le aveva, io sì.
Io ero diventata grande, ora sarei stata più responsabile, e avrei messo mano dove nessun’altro poteva senza rovinare niente di quell’incanto.

È bello uscire fuori dal proprio personaggio e capire che la vita tutto sommato ti sta andando bene, poi arriva sempre un momento cruciale di questo nostro grande film in cui tutti gli spettatori rimangono col fiato sul collo perché – anche se non è ancora successo nulla – si sa che prima o poi le cose andranno in malora, fa parte della commedia.

Mia nonna (che è stata mia mamma sino a quando non ha deciso di lasciare la vita terrena) muore, e la famiglia presto si sgretola, io e lui traslochiamo, lasciamo quella splendida casa in mezzo al verde per andare in città, in paese.

Ci portiamo dietro tutto, compresa la “camera della musica”.

Il cuore di anno in anno si appesantiva sempre di più, quindi ogni domenica prendevamo la sua macchina e andavamo al mare, per cercare di farci tornare addosso il sale e anche un po’ di spensieratezza, naturalmente ascoltando ad un volume esagerato la musica con i finestrini abbassati (la macchina con l’aria condizionata costava troppo).

Insieme al vento che mi accarezzava i capelli facendoli scivolare sul mio viso di tredicenne c’era l’altro lui.

Franco Battiato, grande fissazione e culto di mio padre da sempre, insieme ai suoi svariati miti di occulto ed energia ultraterrena.

Nel lettore girava “L’Era Del Cinghiale Bianco” .
– “Lo senti? Il maestro? Si deve fare così, si deve osare con coscienza, la vita è composta da fasi, lui ne ha avute parecchie, ha vinto più volte, e come al solito riuscirà anche nei suoi prossimi lavori ad arrivare a tutti “.

Naturalmente anche se io ero quasi del tutto inconsapevole di cosa mi stesse parlando stava facendo riferimento alla fine del periodo sperimentale in musica del buon Franco, finito con “L’Egitto Prima Delle Sabbie”.

Mio padre sapeva tutto di Franco, io, con qualche piccolo dubbio adolescenziale prendevo spunto qua e là cercando di capire i suoi testi, tatuandomeli addosso ( oppure scrivendo con la bamboletta sul mio specchio in cameretta -TI SEI MAI CHIESTO QUALE FUNZIONE HAI ? ).

Non mi convinceva molto quel disco, ero abituata a tutt’altro, e poi, dopo tutti i cambiamenti che avevo già dovuto subire, ero restia alla mutazione.

Ma ad un certo punto parte una musica meravigliosa, incerta, qualcosa che mi ricordava gli album precedenti, un eco celestiale cattura ulteriormente la mia attenzione, la voce di Battiato scivola via leggera, morbida e preoccupata, mio padre si accorge, sorride soddisfatto.

Era “Il Re Del Mondo” ( citazione da un’opera del mistico esoterista francese Guénon nel 1927 intitolata come il suddetto brano ) una canzone che mi porterò sempre dentro al cuore per via di quello scatto meraviglioso di vita, il cielo era terso e stavamo raggiungendo il nostro amato mare per fare una lunga passeggiata sulla riva, io avevo il cervello in pappa ma ero felice, ero completamente dentro a questo mondo distopico raccontato in quella canzone, in più non conoscevo nemmeno l’inglese (e il giorno della fine non ti servirà l’inglese).

Era perfetto.

Sapevo che qualcosa di orribile, di nuovo, stava per succedere, ma ero cullata dalle onde del mare e da questa favola oscura, meccanica e incantevole che mi distraeva dai cattivi pensieri.

Dopo pochissimi anni lui morì, io lessi uno scritto al suo funerale, lessi qualcosa a lui, che era il mio re del mondo, e avevo in testa quel momento, con il vento in faccia, e le note che riecheggiavano in quella macchina presa a basso costo. Felice.

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