Emerson Lake & Palmer – Fanfare For The Common Man, Valerio D’Onofrio

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Il progressive rock era già morto due volte nel 1977, una in modo inconsapevole, l’altra in modo freddo e calcolato. Era morto in modi e con mani differenti, prima con il colossale doppio album degli Yes del 1973 “Tales From Topographic Oceans” che con le sue quattro suite aveva portato tanto all’estremo alcuni aspetti del rock sinfonico da portare dentro di sé i semi di una inevitabile reazione (Carlo Bordone cogliendo questo aspetto lo definisce “il disco più importante della storia del punk”). Appena un anno dopo i King Crimson chiudevano la loro trilogia con “Red” e, stavolta consapevolmente con i modi da freddo intellettuale alla Fripp, decretavano la fine del prog-rock fino al punto di sciogliersi il giorno successivo la pubblicazione dell’album.

Ma se c’è stato momento esatto in cui il progressive rock ha cantato la sua fine, ha visto con precisione suo canto del cigno è stato probabilmente l’anno in cui la storia del rock ha preso una nuova direzione, il 1977. E come potevano non essere proprio gli Emerson Lake and Palmer – esponenti del progressive più barocco e magniloquente, della grandeur più sfacciata, del prog più estremo e di conseguenza più autentico – a celebrare come una messa, incuranti degli avvenimenti del mondo, le esequie di una stagione musicale passata dai trionfi alla sua inevitabile storicizzazione.

“Fanfare For The Common Man” – tratto dall’album “Works Vol.1” – figlio della stagione terminale del super-trio, contiene dentro di sé vari elementi che lo fanno assurgere a ruolo di manifesto finale di tutto quello che ha rappresentato la stagione del prog. Dal suo legame con la musica classica (è una rivisitazione della danza sinfonica del 1942 scritta dal compositore Aaron Copland), al suo anno di pubblicazione, al suo effetto magniloquente ma nostalgico da alfieri di una generazione al tramonto, fino al video storico della band che suona nell’innevato stadio Olimpico di Montréal totalmente vuoto, come a testimoniare simbolicamente un ultimo saluto. Questo è, tra tutti i video di Emerson e compagni, quello che provoca maggiore tristezza e commozione, un profondo senso di nostalgia per chi ha amato lo stile iper-progressive della band, anche in considerazione del triste commiato di Emerson del 2016.

Ci sarebbe da chiarire cosa hanno rappresentato gli Elp e soprattutto Emerson, musicista senza il quale certi aspetti da sempre appannaggio esclusivo della musica classica non avrebbero mai trovato cittadinanza nel rock. Emerson è in certo senso il simbolo più peculiare della musica prog, forse persino più di giganti come Fripp o Howe, in quanto ha incarnato in modo pressoché totale ogni pregio e difetto del genere. E incarnando così tenacemente tutti gli aspetti di magniloquenza e virtuosismo estremo, è stato anche tra i più odiati e bistrattati da chi il prog non ha mai amato (e non solo). Dalle folli dichiarazioni di Lester Bangs che descrisse col suo stile delirante ai confini del cialtronesco gli Elp come (testualmente) dei criminali di guerra, all’astio di gran parte della critica che vide nelle iperboli di Emerson e nel drumming feroce di Palmer solo un mero sfoggio di virtuosismo. Critiche che hanno sempre ferito Emerson, persona molto sensibile (a dispetto delle apparenze), tanto fragile da sentirsi inadeguato e togliersi la vita nel 2016 per una patologia alla mano destra che gli impediva di suonare. La moglie ricorda: “Era un perfezionista e il fatto di non poter suonare alla perfezione lo rendeva depresso, nervoso e ansioso. Non poteva sopportare l’idea di deludere i fan”.

“Fanfare For The Common Man” mi sembra perfetta come chiusura di un’epoca, fin dal titolo, una grande fanfara per un uomo comune, quale era in fondo – a dispetto della sua ipertrofica magniloquenza – l’amato/odiato e molto spesso incompreso Keith Emerson.

L’articolo è stato pubblicato su Ondarock, nella rubrica Jukebox

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