Davide Van De Sfroos – Pulenta E Galèna Frègia, Cristiano Bracali

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La finestra la sbàtt i all, ma la sà che po’ mea na’ via

Ero piccolo quando l’ho sentita la prima volta.

Sempre ero piccolo quando un emozione mi ha avvolto e portato verso l’eterno attaccato ad una stella del cielo.

Le stelle c’erano prima ed esisteranno dopo, sempre li.

Noi no.

Organizzavamo -noi- a quel tempo un festival di musica popolare sull’appennino pistoiese, ci piaceva l’idea che l’Italia -una- fosse in realtà un grande insieme di suoni e di lingue che convivevano e ancora non si conoscevano bene. Abituate a tempi più duri, avessero tenuto nascosto quello scrigno prezioso, le loro radici, l’essenza, il loro cuore. Io mi dilettavo da provinciale, che non riusciva per limitatezza ad uscire dal confine immaginario dell’Italia, a immaginarmi che questo festival potesse in qualche modo far vivere nei suoi tre giorni questo spirito. Speravo nella magia dell’incontro, sognavo che con un po’ di vino e un fuoco acceso le persone presenti potessero finalmente vedersi e aiutarsi a vedersi. Dare un senso a quella spinta del cuore che ti fa sentire legato a una terra e da li guardare il mondo.

Ci vergognamo -noi- a riconoscersi legati.

E allora per abbracciare questo legame c’era bisogno di gridare “Appennino Libero!”: libertà. Avevamo bisogno di sentirsi liberi… di sentirsi legati. Alla nostra terra ad una tradizione che va scomparendo, liberi da stereotipi, anche solo per tre giorni.

Il ricordo di questa libertà, seppure già ero adulto, è oggi come un ricordo d’infanzia, innocente, puro e immutabile. E così per questa canzone che per la prima volta li sentii. Si chiama “Pulenta e Galena Fregia”, scritta da Davide Van De Sfroos, un Comasco che scrive canzoni nel suo dialetto lombardo.

In quell’occasione la musicava un gruppo toscano che si chiamava L’Apprendista Bardo, cantato da una voce femminile anch’essa toscana che s’improvvisava lombarda. In quell’occasione il gruppo aggiunse sud alla canzone con tamburelli. Subito ho percepito delicatezza, coglievo poche parole da quel dialetto. Parole semplici con parole diverse.

I dialetti italiani hanno il pregio di assomigliare ad una parola italiana, ma non sono uguali. Mi è successo ascoltando questa canzone, che la parola Nustalgia, in mezzo a parole che non capivo bene, tornasse ad essere La Nostalgia, quella vera, perché liberata dal senso comune, dall’uso comune che la riempie di significato impoverendola. In fin dei conti la Nostalgia è un emozione e non ha parole, forse non ha neanche significato. E’ bastato cambiare di poco forma perché uscisse la sostanza. Nel dialetto la nostalgia è tornata libera.

Ci sono canzoni che non finisci mai di scoprire. Per qualche ineffabile motivo ti catturano e continuano a dispiegarsi, ad ogni ascolto, aggiungendo un pezzetto e sollevandoti da quello stato di consuetudine che è la vita. Difficile non piangere in quell’emozione unica che è gioia e dolore assieme. Ecco, complice il dialetto, questa canzone legata ad un momento esatto, ad una fotografia, ha continuato per me a rivelarsi negli anni.

Poi oltre a questo vedo non vedo del dialetto, questa canzone è cosparsa di elementi semplici come una candela, una finestra, il vento o una sedia, che di per se non cercano di spiegare i nostri moti, il nostro ego, sono diversi, sono altro da noi. Sono cose. Senz’anima. D’improvviso diventano magicamente la metafora perfetta di un frangente, di un attimo di quell’essenza che si chiama “la nostra anima”.

ascolta il vento che picchia alla porta, ha in testa una nuvola e in braccio una sporta (borsa)

e dice che ha dentro un bel regal, ma credo sia il solito temporal”

“E la candela non sta mai ferma,  la si muove come la memoria e anche il ragno sulla balaustra, ricama il quadro della sua storia”

“La finestra sbatte le ali,  ma lo sa che non può andar via e le stelle hanno la faccia lustra, come gli occhi della nostalgia”

Queste sopra sono una mezza traduzione di attimi della canzone. Non posso spiegarvela, mi fermo qui, ma vi auguro di conoscerla.

E poi non so…. se leggendo quanto sopra, adesso, giunti alla fine, sentite che manca un finale allora va bene.

La finestra sbatte le ali ma lo sa che non può andar via…….

La prima volta che l’ho ascoltata…

 

 

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