Eugenio Finardi – Musica Ribelle, Ettore Craca

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Partiamo da Azzurro.

Non dal colore, dal programma televisivo.

Azzurro è stata una manifestazione canora nata dalla mente di Vittorio Salvetti,  patron della musica leggera italiana per decenni. Era uno show televisivo strutturato come gara canora a squadre, nato sull’onda dell’entusiasmo per i mondiali del 1982 in Spagna, quelli dell’urlo di Tardelli e della partita a carte tra Pertini Bearzot Zoff e Causio, quelli del “Tricampeones do mundo!”, che mio fratello si premurò di scrivere su un cartello tricolore appiccicato sulla finestra in fondo del camper con cui ci accingevamo, con tutta la famiglia, a partire per la Spagna.

Azzurro era teletrasmesso in diretta e si svolgeva al Teatro Petruzzelli della mia città natale, Bari, e che con alterne fortune sarebbe durato per tutti gli anni 80.  E’ la seconda edizione, quella del 1983, quella che in qualche modo si e’ meritata il posto in un piccolo cluster della mia mente anche 36 anni dopo.

Le squadre, dai nomi assurdamente improbabili (Pantera arancio? Scoiattolo Beige?? Canguro Lilla??? Cavallo Verde????) erano costituite da un pantheon di nomi che metteva a confronto, secondo criteri vagamente intuibili, l’easy listening nazional popolare di scuola sanremese (Umberto Tozzi, Fausto Leali, Tiziana Rivale…) l’allure intellettuale vagamente wave (Alice, Garbo, Camerini, Battiato, il Ruggeri post punk…), le cariatidi degli anni sessanta (Bongusto, Di Capri, Tessuto, Califano…), il pop piu’ becero (Miguel Bose’, Scialpi, Christian, Sammy Barbot..), protagonisti degli anni settanta che cercavano chi piu’ chi meno di riciclarsi o di ritrovarsi (Nada, Banco,  Fossati,  Graziani, Bertoli…addirittura Lolli) e gli immancabili ospiti internazionali di matrice quanto mai diversificata anch’essi partecipanti alla gara uno per squadra  (Peter Tosh, Men at Work, Laura Branigan, Malcolm Mc Laren, i Freur).

A rivedere il parterre dei partecipanti davvero c’era da baciarsi le mani, riflettendo sulla desolazione attuale, a pensare che in televisione comunque anche le istanze più audaci della nuova musica italiana ricevessero la propria quota di spazio.

In questo senso la squadra che più “osava” nel 1983 era il temibile Orso Giallo guidata da due capitani indiscutibilmente carismatici Vasco Rossi (che stava letteralmente decollando sull’onda di Bollicine) ed Eugenio Finardi (che stava tentando, dopo  essere stato tra i i protagonisti dei festival di Re Nudo e un icona della sinistra extraparlamentare, di assumere una nuova identità più vicina alla “nuova onda” post punk). Ma l’Orso giallo regalava altre sorprese: l’iconoclasta Faust’o in primis, l’Ivan Cattaneo di Italian graffiati emerso sull’onda di Mr Fantasy, l’ex Kandeggina Gang Jo Squillo che proponeva la sua provocatoria “Violentami”, il mai abbastanza ricordato Alberto Fortis ma soprattutto, davvero sorprendente dopo tutta questa “modernita’” …Toto Cutugno che, come il proverbiale cavolo a merenda, proponeva il pezzo per cui in tutto l’est europeo e nel continente sudamericano verrà ricordato per sempre: “L’Italiano”.

Per la cronaca in quel 1983,che avrebbe a breve visto in Italia il primo governo a guida Socialista in gradodi segnare in modo radicale i decenni successivi, le giurie diedero la vittoriaalla Farfalla Rosa  capitanata da Nada e Alice e con il superospite Battiato, che in quegli anni era il vero “fenomeno”, in tutti i sensi.

L’Orso Giallo finì in una metà classifica senza infamia e senza lode. Troppa audacia forse, nonostante Toto.

Ma in qualche modo à in quel momento di televisione nazionalpopolareche in quell’esterofilo senza se e senza ma che ero in quei primi anni di consapevolezza musicalesi incastonarono dentro due sentimenti simili ma contrapposti per i due capitani della squadra: la presa didistanza dal personaggio Vasco Rossi che sarebbe poi sfociata in un progressivo crescente fastidio, l’affinità con il personaggio Eugenio Finardi che mi conquisto’ con “Le ragazze di Osaka” portandomi quindi ad esplorare anche il suo passato settantasettino.

Non ho amato tutto di Finardi, l’ho perso per vari tratti e poi ritrovato in altri momenti della vita, il suo modo di scrivere i testi non sempre mi ha convinto nel suo utilizzo insistito della rima baciata, ma se c’era un plusvalore palese in quello che scriveva è il fatto che…non le mandava a dire. Era esplicito, limpido, a tratti ingenuo, certamente mai fumoso, in un mondo cantautorale che spesso veleggiava tra il criptico e il pretenzioso.

E il suo modo di cantare era talmente viscerale e partecipe che comunque gli davo il beneficio della buonafede e lo assolvevo anche di fronte agli episodi più scialbi della sua lunga vicenda artistica.

Finardi aveva cantato in modo chiaro sin dagli esordi con la Cramps nel 1975, così chiaro che non poteva non diventare un megafono per la giovane generazione del settantasette, anni quelli in cui migliaia di ragazzi cercavano un qualche tipo di faro guida per orientarsi nella ricerca di un’ipotesi di vita, più giusta, meno inquadrata e predeterminata di quanto la società prevedesse, cercando allo stesso tempo di non cadere nelle trappole senza via di uscita dell’eroina o della lotta armata.

Anna ha 18 anni e si sente tanto sola 
Ha la faccia triste e non dice una parola
Tanto è sicura che nessuno capirebbe
E anche se capisse di certo la tradirebbe

Musica Ribelle la prima volta che la ascolti e’ un cazzotto in piena faccia, ma di quelli per cui ringrazi chi te lo ha dato perchè dentro di te sai che è quello di cui avevi bisogno.

Chissà quando è stata la prima volta che mi è giunta all’orecchio e come. Non ricordo il momento specifico ma ricordo l’emozione, quella si. Indelebile.

Era come essere divorati dentro da una vampa purificatrice in grado di cauterizzare tutto.

Il drive della sezione ritmica, Walter Calloni e Hugh Bullen, che entra come un treno e porta avanti il brano per quattro minuti e mezzo senza cedimenti è potente e nervoso. Una delle cose migliori mai registrate in Italia. E su questo bolide in corsa Finardi snocciola la storia di una insoddisfazione crescente che matura in una cameretta come tante.

E la sera in camera prima di dormire 
Legge di amori e di tutte le avventure
Dentro nei libri che qualcun altro scrive
Che sogna la notte, ma di giorno poi non vive

Un insoddisfazione che è quella con cui ognuno, prima o poi tra i 13 e i 20 anni, ha dovuto fare i conti.

E la storia di Anna diventa in un attimo universale, e viene declinata e inserita in un contesto preciso,  quello di  un paese che a piccoli passi e con gran fatica si sta liberando di pastoie che lo hanno bloccato per decenni, un momento storico il cui simbolo sono le Radio Libere che invadono l’etere per decenni appannaggio esclusivo di Mamma Rai, una valvola di sfogo potente per migliaia di ragazzi alla ricerca di nuove forme espressive.

E ascolta la sua cara radio per sentire 
Un po’ di buon senso e voci piene di calore
E le strofe languide di tutti quei cantanti
Con le facce da bambini e con i loro cuori infranti 

Una storia di ordinaria frustrazione, una come tante, un archetipo che permette a tutti di ritrovarci dentro dei pezzi di sè.

Ma è quando entra l’ultimo verso della strofa che scatta qualcosa di estremamente potente, che difficilmente lascia indifferenti, come se Eugenio schiacciasse di botto il pedale dell’acceleratore:

Ma da qualche tempo è difficile scappare 
C’è qualcosa nell’aria che non si può ignorare
È dolce, ma forte e non ti molla mai
È un’onda che cresce e ti segue ovunque vai

E’ tutto dentro questi versi, semplici e diretti, ed ogni volta che arrivano, in qualsiasi luogo mi trovi ad intercettarla c’è sempre questo calore intenso ed improvviso che mi accende e sovente scivola in piccoli brividi lungo la schiena. Quel qualcosa che rende un’opera immortale dentro l’anima.

E l’onda si infrange fragorosa, quando entra l’ARP Odissey di Patrizio Fariselli come un esplosione di gioia e rivoluzione, e a quel punto devi prendere l’abbrivio e volarci dentro con la prima tavola da surf che riesci a trovare perchè altrimenti ne resterai travolto e non avrai la forza di rialzarti.

È la musica, la musica ribelle 
Che ti vibra nelle ossa 
Che ti entra nella pelle 
Che ti dice di uscire 
Che ti urla di cambiare 
Di mollare le menate 
E di metterti a lottare

Alla fine dell’inciso per un attimo ti senti un pugile suonato, la faccia rossa che ancora porta i segni della fiamma, tiri il fiato mentre ci sono tre secondi di vuoto in cui resta solo la chitarra di Eugenio e poiil il treno riparte con quei fill di batteria che si intrecciano con le onde elettriche del basso, avvinghiati e liberi, in una nuova corsa a perdifiato.

E riprende la narrazione e questa volta è proprio la tua, sei tu di cui Finardi sta parlando adesso, proprio tu quel ragazzo di 18 anni che passa in garage i sabati pomeriggio a suonare, che anche se in ritardo di un lustro o poco piu’ sugli anni raccontati nel brano, cerca la sua strada e vuole che non sia codificata, che sia un po’ diversa dalle altre che vede attorno a sè,  sei tu quel ragazzo che cercaper il suo futuro qualcosa di non scontato, previsto e predeterminato, quello che non ha ancora trovato cosa vuole ma di certo sa cosa non vuole.

Marco di dischi lui fa la collezione 
E conosce a memoria ogni nuova formazione

E intanto sogna di andare in California 
O alle porte del cosmo che stanno su in Germania 

E dice: “Qui da noi, in fondo, la musica non è male 
Quello che non reggo sono solo le parole” 
Ma poi le ritrova ogni volta che va fuori 
Dentro ai manifesti o scritte sopra i muri 

Quei muri poco prima della metà degli anni 80 parlavano ancora, anche se in modo meno aggressivo e continuativo di come avevano fatto pochi anni prima, si era in epoca di riflusso, il privato non era più politico,  tornava privato e in qualche modo ti sembrava di esserti perso qualcosa di importante, ad essere nato nel 66 invece che nel 60. Allo stesso tempo provavi anche un certo sollievo quando sentivi chi era un po’ più vecchio di te raccontare storie di amici morti per droga come il “leggendario” Cedro, figura di outsider punk vicentino dai capelli rossi che fu tra le vittime più ricordate sui muri della mia citta’ (“Cedro Vive!”), o quando ripensavi all’angoscia degli anni di piombo che avevi vissuto tutto sommato da lontano in una città di provincia ma di cui ricordavi bene i titoli sui giornali e le immagini sui Tg.

Era un momento che preparava la Milano da bere e l’orgia edonistico consumistica che, specie con il successo del network di Fininvest, avrebbe rivoluzionato in modo potente il modo di vivere e di pensare degli italiani.

E dentro di te sentivi di voler prendere le distanze da tutto questo e il rifiutare apertamente ogni contatto con il mondo delle discoteche e quello dei “paninari” era, in piccolo, il tuo modo di chiamarti fuori, fuori dal quel tempo. Il tuo modo di vivere quella chiamata alle armi, di restare per quanto riuscivi, coerente con quelle parole:

È la musica, la musica ribelle 
Che ti vibra nelle ossa 
Che ti entra nella pelle 
Che ti dice di uscire 
Che ti urla di cambiare 
Di mollare le menate 
E di metterti a lottare

“I tuoi anni importanti” sono questi cantava Finardi,  costruisci la tua identità cercando di non cadere in trappole che non ti rappresentino, cerca di non tradire te stesso, sii coerente con la tua visione anche se non riuscirai a cambiare il sistema. Se non puoi cambiare il mondo cambia te stesso ma resta radicato a quello in cui credi.

Questo superati i cinquant’anni è il messaggio nella bottiglia che Musica Ribelle mi ha lasciato dentro.

I “tuoi anni importanti”, anche se è sempre più difficile crederci man mano che invecchi, non finiscono mai.

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