Tool – Aenima, Stefano Gallone

maxresdefault

I

Un circo a tre piste

Quando l’hai sentito per l’ultima volta deve essere stato in qualcosa tipo I Robinson, o forse Friends se sei un po’ più giovincello. O magari sei un cinefilo amante sfegatato di David Lynch e non hai dormito per una settimana intera dopo aver visto qualche episodio di Rabbits su Youtube, dove era usato in modo significativamente bizzarro.

Un applauso: di questo stiamo parlando. Proprio quello che ti arriva alle orecchie dagli altoparlanti di questo vecchio Mivar sedici pollici a tubo catodico a cui hai diligentemente attaccato un decoder per il digitale terrestre. O forse sei uno di quelli che si è fatto la smart tv in 4k al primo sconto utile da Euronics. Non importa, sta di fatto che ora anche tu stai guardando questo stupido programma attraverso uno schermo. Proprio non c’era niente di meglio da fare, alle tre del pomeriggio?

“Oh, vedi di farla finita, eh!”

Ti presento Maria. Bionda, occhi verdi, capelli lunghi e liscissimi, minigonna inguinale nera su top bianco. Calze color carne anche se siamo in piena estate ma, qui dentro, l’aria condizionata non conosce pietà. Seno rifatto, naturalmente. Voce da cornacchia.

“Ti ho detto smettila di prendermi in giro!”

“Tu proprio ce l’hai su con me, oh”.

Questo invece è Leonardo, detto Leo. Il gradasso latin lover del programma, scaraventato all’attenzione delle zitelle per via del particolare charme da zaurdo imborghesito che gli conferisce la t-shirt rosa che aderisce a bicipiti e addominali scolpiti, assieme a un paio di orrendi jeans a zampa d’elefante che – dì la verità – non vedevi da chissà quanti anni e ti stai chiedendo come mai sono lì proprio ora, in questa occasione. È che Leo, sai, è uno che vuole far parlare di sé, in un modo o nell’altro.

Ma ecco che l’oca contrattacca.

“Se ce l’ho con te un motivo ci sarà pure, no?!”

“E sarebbe?”. Mi piace come sbuffa Leo alzando gli occhi verso le luci troppo forti dello studio.

“Nomini sempre quelle due baldracche, qualsiasi cosa facciano!”

E qua il pubblico presente non può che emettere un solo grande “ooohhh…”. Sta gente dovrà pur fare qualcosa per guadagnarsi quei due soldi di gettone obbedendo a quell’omino che si agita così convinto al loro cospetto. Ti pare?

“Però…il gioco si fa duro…”

Questa specie di speaker da trasmissione radiofonica lounge notturna, invece, è il presentatore. Non ricordo il suo nome anche se lavoro qui già da diversi mesi, ormai. Onestamente, neanche mi importa saperlo. E comunque non fa niente, può anche non servirci.

“Osa, la ragazza. Osa”.

Sì, lo pagano per tappare i momenti quasi morti di sceneggiatura e un po’ anche quelli delle nostre fragili esistenze, visto che la produzione ha messo mano anche su bar, pub e locali vari dove i protagonisti fanno finta di darsi l’ultima occasione di amore eterno in un incontro privato fuori dallo studio. E questo signorino se ne sta pure in disparte in cabina di regia quando il gioco si fa veramente duro secondo copione. I due burattini di turno, nelle scene madri, pare siano sguinzagliati alle loro pulsioni davanti alle fauci affamate del pubblico finto e di quello che, dall’altra parte dello schermo, minuto dopo minuto, rischia di diventare quello vero. Anzi, forse è già troppo tardi. Ma a lui non frega niente.

“Sarà, ma le congiunzioni astrali parlano chiaro: affinità di cuore nel tardo pomeriggio e…oh, che ore sono?”

Ecco, ogni volta che Leo si rivolge così al pubblico, questo si rasserena come se stesse per ricevere una benedizione sul conto corrente.

“Svegliati, pezzo di cretino! Possibile che non ti accorgi mai di niente?!” Brava Maria, diglielo.

“È vero, hai i collant sfilati ad altezza coscia”.

Beh, in effetti la risata, quando è retribuita, potrebbe pure provare a sembrare un filino più autentica, eh. Ma non importa. Cos’è che importa, in fondo?

“Ah, allora qualcosa che ti piace di me l’abbiamo trovata…”

Grazie per la generosità, Maria, ma il capitolo accavallo/scoscio lo dobbiamo un poripassare. Ma che succede a Leo? Tutto ad un tratto sembra quasi serio. È rara, questa cosa.

“Senti, Maria. Io non ho mai detto che tu non mi piaci. Ho semplicemente accennato a un possibile affiatamento con Simona. Dico ‘possibile’. Lo sai che io e lei…”

“Basta!”

Ripassare anche un po’ di espressioni rabbiose, grazie.

“Basta! Tanto lo so che ti vedi con quella battona di Paola! Sei falso e ipocrita, bastardo!”

“Ma se abbiamo solo preso un caffè!”

“Sì, corretto a pasticca blu delle meraviglie!”

Prima o poi mi devo decidere a prendere a calci in culo quei cani di sceneggiatori bimbiminkia. E a suggerire all’aizzatore di sala che non serve applaudire a questo manto di sterco.

Il problema è che ora non riesco a muovere un dito. E non penso sia colpa mia.

II

Spazzare via tutto

Ai tavoli interni del Bar Italia di Avellino, sotto un’ipotesi di viale alberato fatto di platani ufficialmente morti da decenni, stanno spazzando via le foglie secche soffiate dentro dall’insopportabile vento caldo di luglio. Per la gente di una città che è sempre stata solo un grande paese, ospitare un’esterna tra due protagonisti di quel celebre programma tv pomeridiano vuol dire dare spazio ad un evento che radunerà attorno al luogo prescelto una folla sterminata di persone non interessate alla pallacanestro (eppure hanno la Serie A) e con la squadra di pallone precipitata in Serie D per colpa di un mentecatto come presidente. Il suddetto luogo, ovviamente, gioverà di un cospicuo quoziente di pubblicità a fronte di diverse decine di migliaia di euro sborsate dalla famiglia napoletana di turno che ne ha rilevato la gestione. Pare che tutti, qui, si siano detti favorevoli alla causa per via del fatto che uno dei due protagonisti, tale Leonardo dello Leo, sia originario proprio di Avellino.

Il Bar Italia si sta organizzando assieme a tecnici e altri addetti ai lavori per architettare tutto al meglio e fare in modo che tutto vada per il verso giusto. La scena che verrà girata qui dovrebbe strutturarsi sull’idea che lei sia corsa da lui per dimostrargli che il suo è amore vero eccetera eccetera. O qualcosa del genere.

Sulla porta d’ingresso del bar, che lascia scorgere qualche tavolino all’interno prima di direzionare l’eventuale avventore verso il lungo e lussuoso bancone situato sulla parete giù in fondo – strapieno di sfogliatelle, babà, pastiere di grano disponibili tutto l’anno e pasticceria mignon a volontà – due tecnici della produzione stanno sistemando cavi e cavetti sotto il tetto della veranda che si estende dall’ingresso fino a quasi metà marciapiede e che, in linea pratica, dovrebbe ospitare tutto un armamentario di sedie, tazze, tazzine, bicchieri e roba simile, giudicata inutile da scenografi e autori che definire professionisti falliti rischierebbe di diventare un complimento.

I due stanno parlando di qualcosa riferendosi a qualcuno presente all’interno del bar con sfuggenti sguardi saltuari.

“Oh, ma li senti quelli?”

“E come no. Che arte, eh?”

“Cristo, se non avessi due figli da sfamare e una moglie da soddisfare, col cazzo che ci resterei, qua. Ancora me lo sogno il mio bel bancone in Jamaica a botta di mojito, erba e chiappe sode. Altro che Bar Italia”.

“Meh, dai, non fare il fregnone. Ma perché non provi mai a vedere il bicchiere mezzo pieno? Eh? Con lo stipendio che gli fottiamo passando per deficienti di mese in mese, ne potremmo importare un po’ di quella buona e fare il prezzo che vogliamo davanti alle scuole di sta massa di cretini. Sai che affari. Conosco pure certi angioletti al magistrale…”

“Ma finiscila…”

Uno dei due, d’un tratto, pone freno alle sue mani esperte. Sembra più pensieroso del solito.

“Io, però, non mi sono laureato in Cinema per fare il coglione con quattro fili in mano, cazzo…Dio, ti supplico: se esisti, fulminali”.

All’interno del Bar Italia, sono impegnati in una discussione alquanto accesa tre persone: uno che, stando a quello che si dice qui intorno, dovrebbe essere il presentatore del celebre programma tv e, di fronte a lui, l’uno accanto all’altra, Leo e Maria, i due chiacchierati protagonisti del fenomeno di share del momento. Mentre la discussione si accende gradualmente, attorno a loro cresce il numero di addetti ai lavori che fanno il loro ingresso per provare a dare l’ennesima parvenza di utilità ai propri doveri.

Il presentatore non sembra essere dell’umore adatto ad un tranquillo e sereno pomeriggio di lavoro, a giudicare dagli scossoni che riserva al copione di giornata.

“Ci vedete, voi due, sì? Eh, e allora venite un po’ qua”.

Leo e Maria si avvicinano a lui cercando di mettere meglio a fuoco ciò che c’è scritto sui fogli di carta maltrattati dalle sue mani tozze.

“Che c’è scritto, qua? Sapete leggere o no? C’è scritto ‘Maria dice: se non ti metti con me io ti ammazzo!’ Poi Leo dice ‘brava, brava, te lo meriti proprio un bell’applauso’. Maria dice ‘non ci credi?’. Leo dice ‘sei vera quanto è vero che Pasqua viene di sabato’. ‘Maria apre la giacca e fa come per tirare fuori un coltello, la troupe interviene e la trasmissione si ferma’. È tutto chiaro, mò? Sta scritto qua! Qual è il problema?!”

Leo prova a spiegarsi.

“Ma dobbiamo farlo per forza? Voglio dire…non sarà un po’ troppo?”

Il presentatore è paonazzo. Maria viene incontro al suo partner mediatico, o almeno ci prova.

“Ci sarà pure qualche bambino che capiterà sul canale…cioè…non è proprio il massimo, così, dai…cioè…”

Il presentatore li fulmina entrambi con lo sguardo.

“Per lo share questo e altro. La settimana scorsa stavamo quasi per essere cancellati dal palinsesto. Non ci tengo proprio a finire nella merda per due deficienti che non vogliono fare il loro fottutissimo lavoro. Mi sono spiegato? È abbastanza chiaro?”

Lo sguardo che incrociano Leo e Maria lascerebbe intuire sconforto e sottomissione anche al più vuoto individuo con la grande muraglia cinese al posto dei paraocchi.

“Allora forza. Via!” Il presentatore li scaccia entrambi come fossero mosche a ora di pranzo. La sua mano sprezzante riesce comunque a indicare un tavolino all’interno del bar verso il quale i due attori cominciano a dirigersi per poi sedersi intimoriti ma con aria solidale.

In un appartamento situato non molto lontano dalla location dell’esterna, in un grosso palazzo che affaccia sulla grande piazza della città – ormai sede di una sovrappopolazione di autobus dovuta alla decisione comunale di rendere la ferrovia un sinonimo di amarcord per quelli che seguivano l’Avellino in trasferta col famigerato “treno biancoverde” ai tempi della Serie A – un vecchio televisore a tubo catodico, con annesso decoder per il digitale terrestre, sta trasmettendo la puntata preregistrata in programma per oggi sul palinsesto della rete che ospita il celebre programma tv pomeridiano. Il televisore si trova in in un’ampia stanza adibita a studio dove Enzo Guarino conserva gelosamente, su apposita mobilia, una vasta collezione di libri di narrativa, videocassette, monografie di autori cinematografici e sontuose pile di fogli A4 rilegati a spirale in grossi volumi. Completano l’arredamento un vecchio Acer portatile e una stampante Epson su una scrivania di legno smozzicata ai bordi, pacchetti di sigarette e bottiglie di Aglianico sia vuote che pronte da stappare.

Sono quasi cinque anni che non riesce a trovare uno straccio di finanziamento per il cortometraggio che – lui ne è convinto – gli permetterà di accumulare il punteggio necessario ad ottenere un giusto finanziamento dalla Commissione per la cinematografica della Direzione Generale per il Cinema in vista del suo esordio sul grande schermo. Della sua parallela carriera da giornalista, neanche a parlarne. Mandare al diavolo il direttore del quotidiano locale per l’ennesimo articolo rifiutato sul degrado civico e politico della sua città, secondo lui specchio di un marciume nazionalpopolare, gli è costato la gogna delle istituzioni provinciali.

Ha quasi quarant’anni. Sente sfumare lentamente la sua ultima opportunità.

Mentre Leo fa un appunto a Maria su una smagliatura che intravede sulle sue calze color carne, provocando l’ilarità del pubblico presente in studio, Enzo cerca di imporre le sue ragioni nel momento topico di una telefonata al cellulare.

 “Ho capito, ma che significa?! Ma quale…no, è che voi siete tutti quanti una manica di stronzi, ecco qual è il problema! Che cazzo vuol dire ‘non è ancora definitivo’?! No, non è un bar come tutti gli altri! Mi serve quello! Ma quale morale e morale, proprio tu parli. L’opinione pubblica l’avete squartata tu e i tuoi compari stroiando soldi addosso a ste quattro perete a brodo. Eh, ‘dobbiamo vedere’. Viri ‘e nun ci romper’ ‘o cazzo e fammi partì ste riprese, na vota tanto ch’aggio trovato ddoe soldi e quatto sciemi ca fanno finta ‘e recità! Eh, sì, la pazienza. L’unica pazienza che ho è quella di vederti crepare dissanguato goccia dopo goccia. Stronzo!”

Una volta scaraventato il vecchio Nokia contro il muro di fronte, Enzo gronda sudore mentre cerca di ritrovare una calma ormai dispersa tra le viscere di un sogno che altrove, pensa, equivarrebbe ad una normale e rispettata professione. Riesce solo ad abbandonarsi sulla poltroncina che ha davanti, fra la scrivania e il televisore. Cala la testa all’indietro, sospira. Prova a piangere strozzando un rauco urlo ma può solo lasciare che le orecchie assorbano il guado di una battuta inefficace, scritta male.

III

Ti vedo affondare

Un mese prima, Maria se ne stava comodamente seduta dietro la moderna scrivania del suo ufficio quando si ricordò di dover accavallare le gambe all’ingresso dell’avvocato. Minigonna, camicetta e occhialini rossi sempre all’ordine del giorno. Le carte le avrebbe sistemate poco dopo perché ora aveva da sorridere e civettare.

“Buongiorno dottore”.

“Maria…disturbo?”

“Si figuri…”

Chiudendo la porta dell’ufficio, l’avvocato sembrava rilassarsi da un momento di tensione. Avvicinandosi a lei non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Gli piacevano da morire quegli occhialini rossi, anche se Maria aveva dieci decimi.

“Non vorrei gravare più di tanto sulla mole di lavoro arretrato ma, ecco, ci sarebbero questi due fogliettini da sistemare in archivio e…”.

L’avvocato le porse due fogli A4 completamente bianchi, che Maria si preoccupò di visionare con un retribuito interesse, sporgendosi vistosamente sulla scrivania e lasciando schiudere la camicetta quel po’ che bastava per fare del suo datore di lavoro una sorta di febbricitante appassionato di anatomia umana.

Maria accennò un sorriso che puntava dritto dritto ad un aumento. L’avvocato ebbe finalmente il coraggio di avanzare la richiesta a modo suo, avanzando verso di lei fino ad accarezzarle i capelli.

“Si potrebbe…si potrebbe pensare alla possibilità di quella fusione per il nostro cliente, dato che…insomma…sembra alquanto esigente…”

La mattina di quello stesso giorno, Leo passeggiava tranquillamente per Corso Vittorio Emanuele tenendo il figlioletto per mano. Guardava con una certa attenzione le coppie e le famigliole che gli passavano accanto cercando di intuire il probabile motivo della loro felicità. Poi si rivolse al piccolo.

“Ma la mamma ti ha detto veramente così?”

“Sì sì”.

Non era facilissimo, per il piccolo, tenere la mano al papà e, con l’altra, gustarsi il cono al cioccolato.

“L’altra volta siamo andati tutti quanti sulle giostre. Mamma aveva paura delle cascate ma poi rideva tanto tanto quando abbiamo fatto la guerra dell’acqua!”

“Ah sì?”, provava ad interessarsi Leo.

“Luca mi ha pure preso un orsacchiotto al tiro a segno!”

Leo stroncò il mezzo sorriso che aveva cercato di liberare considerando la possibile felicità del figlio. Poi notò che il piccolo aveva la bocca sporca di cioccolato, quindi prese un fazzoletto dalla tasca dei jeans senza zampa d’elefante e si chinò per pulirgliela. Il passaggio del fazzoletto sul faccino doveva in qualche modo fargli un po’ di solletico, se il piccolo non riuscì a trattenere un accenno di risata. O forse doveva essere la mano del padre che, sincera, concluse in una carezza un rapido pizzicotto al nasino.

Enzo Guarino tentò per l’ennesima volta di farsi dare retta da una sottospecie di troupe in uno scantinato fatiscente che tutti chiamavano set, quando decise di maledire chiunque per l’ultima volta prima di recarsi all’appuntamento con il proprietario del Bar Italia di Avellino.

“Ma allora sei deficiente?”, avanzò il proprietario polverizzando ogni tentativo di argomentazione da parte dell’interlocutore seduto di fronte a lui. “Ti ho detto di no! No e basta! Ma tu ce l’hai una vaga idea di che casino succederebbe se te lo lasciassi fare?”

Enzo non ce la faceva davvero più ma provò ad appoggiarsi un attimo allo schienale della sedia.

“E come no: io faccio vedere a tutti quello che sono veramente e tu ti distingui come sostenitore dell’unica idea sensata che avete avuto da venticinque anni a questa parte”.

“Finirei a farmi il caffè da solo, cretino”.

Enzo provò a placare gli animi.

“Giovà, concedimi solo una possibilità. Fammi almeno inquadrare quell’insegna là. Durerà si e no tre secondi”. Mi serve quel nome, è fondamentale. Tutto il resto lo giro da un’altra parte, dai”.

 “No. Basta. Chiuso”.

Enzo lo fissò per un po’ ma l’uomo non cambiò idea, anzi si affrettò ad uscire perché aveva un appuntamento con gli autori di un celebre programma tv pomeridiano.

IV

Impara a nuotare

Come ti dicevo, non riesco a muovere un dito. Eppure, anche se ho gli occhi chiusi, mi sembra di vedere chiaramente tutto.

Eravamo riusciti a tenere la folla di curiosi e amanti della trasmissione dall’altra parte del viale. Avevo sistemato cavi e cavetti con quel pazzo di Pasquale, il collega che mi ha insegnato il mestiere, quando qualcuno, dentro al bar, ha detto “Azione!” e quella capra di presentatore, che finalmente potevo ammirare davanti alla telecamera, ha cominciato a recitare con, alle spalle, una specie di telo verde.

“Signore e signori, benvenuti. Questa settima puntata, come sapete, sarà molto importante per capire se tra Leo e Maria c’è davvero qualcosa di profondo nonostante gli scontri delle volte precedenti. Si dice che chi disprezza vuol comprare, ma noi vogliamo vederci chiaro. Ecco perché oggi proveremo a stabilire, una volta per tutte, se tra i due è vero amore. Colleghiamoci in diretta, allora, col Bar Italia di Avellino, dove Leo ha accettato di incontrare Maria.

Poi quel qualcuno ha dato lo stop e mi sono ricordato il motivo per cui eravamo tutti qua: bisogna far finta di aver piazzato telecamere nascoste e stare a guardare la pantomima organizzata.

Con la sua consueta irritazione, il presentatore ha cercato i due sventurati che, nel frattempo, stavano parlando di qualcosa fuori dal bar con facce che mi parevano diverse da quelle che hanno di solito. Poi li ha letteralmente scaraventati dentro urlandogli addosso qualcosa che non capivo ma intuivo. Poco dopo, hanno detto di nuovo “Azione!”.

“Te lo ripeto per l’ultima volta”, faceva lei. “Se non ti metti con me…io ti ammazzo!”

“Sì, sì, come no. Bella, sta scena, vero? Brava!”, ribatteva lui, sornione come da contratto. “E sì, perché è così, no? È tutta scena. Tu sei pazza. Pazza! Ma non ti preoccupare, conosco uno bravo che ti può aiutare”.

Dovevano aver cambiato il copione in corsa. Fatto sta che lei eseguiva gli ordini alzandosi improvvisamente dal tavolino dove erano seduti e aprendo la giacchetta per infilare la mano ed estrarre il finto coltello a serramanico.

In cabina di regia erano già pronti col cartello di interruzione delle trasmissioni quando qualcosa mi ha trapassato la schiena e il torace mentre ammiravo la loro performance.

E ora eccomi qua, faccia a terra in un lago di sangue mentre lui avanza. Non fa quasi più male, ormai. Gli occhi mi si chiudono, il respiro mi abbandona piano piano. Ma riesco a vedere e sentire tutto.

Ecco, è lui quello che mi ha sparato. Non ho idea di chi sia ma è l’unico con una pistola in mano, qua dentro. Ha un aspetto da film dell’orrore e sta puntando l’arma su Pasquale.

Faccia a terra”. Pasquale obbedisce tremando incredulo. Poi l’ordine viene esteso al resto della troupe ad eccezione di regista, presentatore, addetto al mixer audio-video, Leo e Maria. Loro devono restare seduti con le mani alzate, lì dove si trovano.

L’uomo avanza verso di loro barcollando febbricitante. Li tiene sotto tiro mentre si rivolge ad uno dei finti specchi che nascondono le telecamere. Chissà se qualcuno si è accorto che la registrazione sta andando avanti.

“Signore e signori, buonasera. Benvenuti alla settima e ultima puntata”.

“Guarino, che cazzo vuoi?”, avanza il presentatore in un impeto di rabbia difficilmente controllata.

“Come, non lo sai? Al telefono non eri così disorientato. Ah ah! Alza ste mani!”.

“Senti…manteniamo la calma,  va bene? Ne abbiamo parlato, giusto? Ti è stata data una risposta ed era definitiva. Cosa vuoi ancora, adesso?!”.

Il tizio si gratta un attimo la fronte con la canna della pistola.

“Mah, vediamo. Possiamo provare con un carico di zoccole a casa mia, tanto tu ce ne hai quante ne vuoi”.

Il braccio scatta. La pistola spara. Maria precipita dalla sedia. Leo la segue con un precisissimo foro nell’occhio sinistro. Il tono del presentatore è più forte delle urla che riempiono il circondario. 

“Cristo santo…pezzo di merda! Ti rendi conto di quello che stai facendo, cazzone?! Butta a terra quella fottuta pistola! Coglione!”

“Nz nz…fai il bravo bimbo”, dice il pazzoide mentre fa roteare lentamente la pistola chiudendo un occhio e puntando la fronte del presentatore, che non esita a sputare in terra tutte le sue ragioni.

“Merda. Sei solo merda! Non sei nessuno! Vuoi fare la parte del pazzo da compatire, eh? Merda! Schiuma! Scarico di cesso!”

Con un fulmineo cambio di traiettoria, anche l’addetto al mixer si ritrova con un buco in fronte. Ma il suo superiore è bravo a riguadagnarsi l’attenzione del mirino.

“La pagherai a tutti quanti. Stronzo!”

“Vatti a prendere l’acconto”.

L’ultima cosa che esce dalla professionale bocca del presentatore è un urlo belluino ad occhi sgranati interrotto da uno sparo che riecheggia in tutto il quartiere ormai preda del panico.

I pochi addetti ai lavori rimasti faccia a terra restano in silenzio solo perché non riescono ad emettere mezzo respiro. Il tizio li guarda sprezzante ma resta immobile e pensieroso. Poi guarda i finti specchi così ben montati sulle pareti circostanti, ne sceglie uno e vi si avvicina a un palmo. All’inizio scruta il suo volto eccessivamente sudato e paonazzo, poi resta a fissarsi negli occhi.

Il gesto che completa la sua opera d’arte definitiva è un ghigno terrificante accompagnato da una risata spifferata prima di apprezzare il sapore del metallo.

Questa sì che è classe.

Beato chi riuscirà ad accaparrarsi l’RVM.

 

 

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...