Adriano Celentano – Azzurro, Gabriella Bernasconi

ACC-24080-f1
Quando si tratta di ricordare la prima musica che ha avuto un impatto sulla nostra vita bisogna scavare. Chi riesce a ricordare con immediatezza, chi non ricorda più. Io devo scavare a fondo, perché la musica è stata parte integrante della mia vita fin dalla nascita. Per scherzare racconto sempre che quando sono nata dall’utero di mia madre non ho pianto, ho invece intonato “Love me do”.
Versilia, 1968. Una spiaggia di sabbia finissima, io a quattro anni. È mezzogiorno e siamo tutti accaldati. Papà che brontola perché vuole andare al ristorante a mangiare il fritto misto. Nessuno lo sta a sentire. Nonna sonnecchia placida sotto l’ombrellone, sdraiata su un asciugamano del lido, blu bordato d’arancione. Mamma prende il sole sulla sdraio indossando un bikini sexy, rosa e celeste. Tra le mani ha un cartone riflettente per abbronzare il viso. Mamma è una rossa, una geografia di lentiggini. Mia sorellina è nella culla. Frigna. Io, discosta più in là, sto giocando con il secchiello e la paletta. Indosso un goffo pagliaccetto di cotone per prendere il sole, erano i tempi che non si mettevano le creme. Scottatura assicurata e conseguente spellatura a lenzuolate dalla schiena.
I miei genitori amavano il rock, il pop e il jazz. Sono cresciuta in una casa piena di vinili e la musica era una costante quotidiana. Mio padre ha speso un patrimonio in stereo, giradischi, cuffie, altoparlanti, dischi. Avevo l’onore di piazzare il vinile sul tappetino del giradischi. Avevo imparato a tenerlo per il bordo affilato con la punta dei polpastrelli. Ma la puntina sul primo solco del disco la poteva collocare solo lui. Con assoluta precisione e delicatezza. Era una religione. La sua maniera per dimostrarmi che la musica è una cosa molto seria.
Il mare, il cielo sono di un colore sconvolgente, quasi si confondono tra loro. L’accidia di un mezzogiorno al mare è dolce, l’ingrediente principale di quel momento languido. È un attimo di silenzio, tutto tace. Gioco con la sabbia che mi entra nel pagliaccetto, ma quasi non me ne accorgo. Penso solo a quando farò il bagno, dopo quelle due ore di attesa nel dopopranzo, le famose due interminabili ore di spasmodica attesa perché sennò affoghi.
Ho chiesto a mia madre quale fosse la prima canzone che mi hanno fatto ascoltare quando, da neonata, sono entrata per la prima volta in casa. Non se lo ricorda. Nemmeno io ovviamente. Mi sarebbe piaciuto saperlo. Così mi sono inventata la cosa del ‘Love me do’.
Il sole si fa veramente cocente. Ho fame e lo stomaco di bambina gorgoglia. Mi sto annoiando. Mia sorellina è troppo piccola per giocarci assieme, e il cuginetto oggi non c’è. I miei riccioli biondi sono attaccati alla fronte dal sudore, comincio a innervosirmi. Cerco qualcosa a cui rivolgere la mia attenzione. Guardo verso il mare che si fonde con il cielo. Ed improvvisamente sento. Sento una musica. Una canzone ad alto volume. È la prima volta che “ascolto”. Folgorata, rapita. Ascolto il juke box del baretto del lido, qualcuno ci ha messo una moneta.
È Azzurro, di Adriano Celentano.
Qualche vinile di mio padre e di mia madre li ho ora in casa mia. Quelli del mio vecchio sono dischi dai suoni elaborati, raffinati, tecnici. Pink Floyd, Mike Oldfield, Elp, Genesis. Dischi con cui faceva viaggiare a palla i suoi dispositivi Technics. Le sue cuffie d’ascolto erano proibite a noi bambine. Ma noi di nascosto ce le calavamo sulla testa. E si apriva un mondo. Mettere su la puntina del giradischi in sua assenza aveva un sapore di mela, quella proibita. Ci tremavano le mani a compiere quel peccato. E ci divertivamo a far uscire con uno scatto i supporti di plastica nera a tre punte dai buchi dei 45 giri. Flippando male poi, perché non riuscivamo mai a rinserirli. I dischi di mia madre invece sono pop e di cantautorato. Leonard Cohen, Bee Gees, Carpenters. Poi c’erano i suoi fratelli, gli zii, quelli andavano giù tosti di rock duro. Il primo concerto della mia vita è stato a otto anni, sulle spalle di uno zio, erano gli Uriah Heep. Li fecero suonare in un campetto vicino a Basilea, durante una sagra, salsicce e birra.
Affondo i piedi nella sabbia. Respiro profondamente lo iodio del mare. E ascolto la canzone con ingordigia, per la prima volta nella mia vita. Ascolto consapevolmente. Ho quattro anni e capisco ogni parola, mi bevo ogni nota. Sol do, sol do, sol do. Il pomeriggio è troppo azzurro per me. È un attimo perfetto. È la canzone giusta, al momento giusto, nel posto giusto. Non sento più il caldo, il sudore, la sabbia che prude. Non sento più noia. Per la prima volta percepisco la malinconia. Una struggente malinconia che non mi abbandonerà mai più. È un colpo di fulmine.
Non ringrazierò mai abbastanza i miei vecchi per la loro eredità culturale. Hanno fatto molti errori come genitori, ma erano così giovani, così impreparati. Ogni disco che ascolto è la mia maniera per dirgli grazie, per perdonarci, tutti noi. Ma quella canzone è solo mia. L’ho scoperta da sola. È stata la mia prima grande conquista.
È estate. Sono tanti, troppi anni che non vado al mare. Io quasi, quasi, prendo il treno.

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