Keene Brothers – Death Of The Party, Carlo Bordone

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Arrivati a una certa età (non diremo quale per non impressionare i nostri piccoli lettori) smetti di pensare che una canzone possa salvarti la vita. Al massimo, ti puoi accontentare del fatto che una canzone te la renda appena appena più tollerabile, la vita. Non è cinismo, giuro. Chi è appassionato di musica, per quanto possa atteggiarsi, non è mai veramente cinico. Alla fin fine è sempre lì che aspetta la bonus track in coda alla scaletta capace di risollevare anche il disco (o il periodo esistenziale) meno ispirato. La mia bonus track salvifica dell’ultimo anno e mezzo si chiama Death of the Party, e ovviamente il titolo appaga la mia inclinazione all’humour nero e al paradosso. È una canzone dell’album Blues & Boogie Shoes del 2006, unica collaborazione di Tommy Keene e Robert Pollard a nome The Keene Brothers. L’album non è male, anche se l’avrò ascoltato per intero due o tre volte. Death of the Party invece l’ho ascoltata due o trecento volte. O forse due o tremila. Il mio counter interiore mi dice che è di gran lunga la canzone che ho ascoltato di più dal 2 novembre 2017 a oggi. C’è una ragione per cui posso datare con questa precisione da Rainman la nostra frequentazione: è la sera in cui lessi la notizia della morte di Keene. Una di quelle sere in cui sei attanagliato da una malinconia a combustione lenta, da scena finale di Amici miei, ma invece di andare a prendere a schiaffi qualcuno alla stazione (con i Freccia Rossa non si può più, purtroppo)  te ne stai stravaccato sul divano a scrollare la pagina di Facebook con la speranza che in quel mare di gattini, stronzate e odio liofilizzato appaia una notizia carina, una battuta arguta, una bella canzone, una foto che ti commuova, insomma qualcosa che per un attimo ti faccia pensare che in fondo il mondo non è poi questa discarica abusiva di rifiuti tossici che è diventato. Com’era ampiamente prevedibile, il primo post in cui mi imbatto parla di un morto. È il post di un musicista americano che dà la notizia della scomparsa di Keene, a soli 59 anni. Ma che cazzo. Un altro. Di lui avevo una conoscenza poco più che superficiale, possiedo un paio di dischi suoi ma l’ho sempre colpevolmente sottovalutato, dicendomi che tanto ci sarebbe stato tempo per approfondire. Lo associavo a figure come Mitch Easter o Scott Miller dei Game Theory, quel genere di songwriter pop (o power pop). Uno di quelli costretti eternamente alla dimensione riduttiva del culto, ma con una carriera lunga, parecchi dischi al suo attivo e la stima unanime dei colleghi musicisti. Era uno bravo, come si dice. Invece di mettere su uno dei due dischi che ho sugli scaffali, come faccio spesso in questi casi comincio a girovagare su YouTube saltando da un video all’altro. A un certo punto mi imbatto in quello di Death of the Party. Non sapevo neanche che Keene avesse fatto un disco con Robert Pollard, addirittura undici anni prima. Com’è possibile che fosse sfuggito al mio radar? Forse perché non ce l’ho, un radar. Non ho neanche un cazzo di binocolo, altro che radar. Va bene, dai, sentiamola. Obnubilato dall’inerzia, clicco play. Ecco, ora non voglio dire che è come la prima volta che ho ascoltato Thirteen, o Waterloo Sunset, o We Can Work It Out, o Freak Scene o Range Life o una delle migliaia di canzoni che mi hanno salv…sì, ok, ci siamo capiti. Non è quel genere di canzone, e io non sono più quel genere di persona. Eppure, eppure. Eppure. Scorrono i primi dieci secondi del pezzo e rimango letteralmente mesmerizzato (nota a margine: nel 1988 scrissi una lettera a Rockerilla lamentandomi del fatto che i recensori a volte usassero termini ridicoli come “mesmerizzato”…dicevamo dell’invecchiare?). Una pennata jangle che si dirama in mille filamenti elettrici che mi si attorcigliano addosso, e poi la voce di Pollard che entra subito con uno dei suoi meravigliosi nonsense: “She used to be an american airline…”. Ora, come può una canzone che inizia con una frase come “she used to be an american airline” non diventare uno dei tuoi pezzi preferiti? Non so che accidenti voglia dire, e non mi interessa. È Robert Pollard al 101%. Quel mix magistrale – perché devi essere un maestro, per riuscire a gestire una tecnica lirica del genere in duemilacinquecento dischi dei Guided By Voices – di non sequitur, neologismi che si inerpicano elegantemente menefreghisti ai confini della metrica, immagini surreali. Che ne dite di passaggi come “Still being watched by the pipe smoke contingent, form  creamerie extremeries” o “Clay ralls melting like an earthman equator”? Parole pescate a caso in un bussolotto da una bambina cieca, ma funzionano. Funzionano sempre, maledetto Bob. Se il testo è inequivocabilmente suo, la linea melodica e le frasi di chitarra sono altrettanto inequivocabilmente di Keene. Combinazione perfetta. Dicevamo: dieci secondi e sei già dentro alla canzone, pronto a farti portare ovunque voglia andare. Tommy e Bob, in quel preciso momento, sono i miei due mr. tambourine in una jingle jingle evening che non mi aspettavo. (Altra nota a margine: forse l’unico luogo della biosfera social su internet dal quale non emanano miasmi di fogna è lo spazio commenti sui video di YouTube. Rarissimo che appaiano hater, troll o altri mostriciattoli, al contrario spesso si possono leggere commenti teneri, buffi, commoventi. Invariabilmente ci sarà qualcuno che scrive “best song ever written” . su qualunque canzone – oppure qualcun altro che racconta di come quel pezzo lo leghi a momenti importanti della sua vita. Se è un brano degli anni 60 è matematico che ci sarà un “I listened to it when I was in Vietnam” o “when I was protesting against Vietnam”. Però ecco, sono sempre piccoli tranches de vie che paiono sinceri. Voglio pensare che sia perché la musica è qualcosa che ci unisce e ci permette di avere una conversazione, wishful thinking peraltro smentito da qualunque discussione al riguardo su facebook. Comunque sia, tra i commenti a Death of The Party c’è quello di un tizio che racconta di come qualche giorno prima fosse andato a farsi un giro in moto nel Grand Canyon, si fosse seduto sul bordo di un precipizio e avesse ascoltato la canzone “over and over and over”. Ecco: a parte l’invidia per questo fortunato bastardo, rende perfettamente l’idea). Quando entra il ritornello, sei già accalappiato dalla magia di questa storia che in modo sfocato e vaghissimo parla (non ci giurerei) di una “lei” in fuga da qualcosa o qualcuno. Oppure di una lei che non ha il coraggio di fare il primo passo per scappare da una situazione di paralisi emotiva, ma forse se ci crede davvero…Mi ricorda vagamente Achin’ to Be dei Replacements, oppure She di Gran Parsons. Canzoni che salvavano la vita, tanti anni fa. Già. Forse si salverà la vita anche la “she” di Death of the Party, Alice nella città che “drives like an exodus, slow to the steeple, and her touch is sad” (dio che immagine stupenda). “She is alone never off to the races, she is pulled by lumbering dogs being chased by beasts”. Poi c’è quel verso che dice “and it’s distant from people” e anche qui non so a cosa si riferisca ma è un verso che risuona dentro, perché quella distanza tra le persone, o tra le persone e il mondo, è qualcosa che tutti conosciamo. A metà il pezzo raggiunge la vetta, il suo ottomila emotivo dove piantare la bandierina: è quando Bob canta quel “rippled from spiral ceilings” con un abbandono sentimentale che è l’ultima cosa che ti aspetti da ‘sto vecchio ceffo dell’Ohio, seguito da un “there is no place to climb” e dopo un attimo di sospensione, la conferma “not a place”. E incredibilmente non lo senti come qualcosa di pessimistico o di definitivo, perché pensi che uno dei compiti di una canzone pop sia anche aiutare a colmare quella maledetta distanza tra le persone. E ti senti in pace per un attimo, cullato dalle chitarre. Poi la canzone sfuma, e qui c’è l’ennesimo colpo da maestri. Perché succede qualcosa che non mi era ancora capitato in decenni di ascolti: sentire la voce che canta descrivere esattamente quello che ti succede in quel momento proprio a causa della canzone. “And I cry so suddendly, and I laugh so loud”. Piangere e ridere di felicità nello stesso momento. Questo può farti una canzone pop che non conoscevi, ascoltata a quasi cinquant’anni in una sera di malinconie accovacciate sul divano. Come quando piove con il sole. Che se ci si pensa è una delle cose più belle del mondo.

 

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