Bruce Springsteen – The River & Lucio 48 – Viaggiando Verso Jesolo, Michele Benetello

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Stamattina volevo vedere il mare, all’alba. Prima del chiarore, quando tutti dormono (o si apprestano a farlo) e quella vecchia strada è sgombra. Che a scriverla così sembra anche una cosa romantica, mentre invece il mio fine ultimo era quello di tenermi alla larga per qualche ora dal genere umano, entità sopravvalutata e ormai obsoleta. ‘Il Buio e Tu’ cantava Ciro Sebastianelli, ma mi verrebbe da rispondergli con ‘Il Vecchio e il Mare’ che qui gli anni passano, le onde si ritirano e il tempo rimane la merce più preziosa rimastami. Assieme alle canzoni, certo.

Già, prendo sempre la vecchia strada per andare al mare, un budello stretto e arzigogolato che costeggia paesi defunti, case abbandonate e piantagioni che nemmeno in Arkansas; una striata anaconda di cemento imprigionata tra un fiume che succhia sornione la laguna e la vista delle montagne. Destra e sinistra, stritolato tra due fuochi umidi e nomi di frazioni semi inesistenti. Quasi sputi geografici incapaci di adagiarsi su mappe degne di questo nome. Il lunghissimo rettilineo – che gli indigeni chiamano ‘il drissagno’ – e le prime avvisaglie del mare sono un tutt’uno con questa strana densità abitativa, un corpo estraneo, qualcosa che scalcia per liberarsi dalle prigionìe di mille piani regolatori da pena capitale prima di tuffarsi a mare. Un fiume placido, melmoso, radicato nella quotidianità di noi campagnoli e così ben cantato anche da Dante con una terzina che – pur essendo tatuata su una stele in centro città – è ormai dimenticata.

Vengo da giù, dal fondo delle valle. Lì, signore, quando sei giovane, ti tirano su per insegnarti a fare proprio ciò che faceva tuo padre.

Il mare è un concetto sbiadito per noi cresciuti tra i vincoli e il filo spinato emotivo della provincia, tutt’alpiù abituati a viverlo di notte con l’approssimarsi dell’adolescenza, per poi di affrontarlo come un insofferente monologo familiare. Un concetto bizzarro, avulso dalle umide paturnie degli stanziali. Noi lo sentiamo dall’odore quando siamo ancora immersi in mezzo ai campi e agli svincoli tristi e nebbiosi della A4. Non mi piace la strada nuova, costruita ad uso e consumo degli accidiosi cittadini, c’è solo asfalto inanimato e una serie di rotatorie da dervisci. Non attraversi un bel nulla, a parte due semafori che sembrano abbeveratoi abbandonati al loro destino. No, sono cresciuto con quella vecchia e continuerò a farla, sbirciando le vecchie case coloniche in abbandono, residuati di un’epoca fascista che anche qui attecchì mica male. Dovreste vederle, scorgerne i ruderi e i paradossi di quelle insegne post apocalittiche incassate tra il nulla e invase dai rovi: Ca’ Speranza, Ca’ Feconda, Ca’ Favorita, Ca’ Fertile. Che nomi del ca’zzo.

Sei chilometri di melmosa e asfittica fanghiglia stretta e dritta come una affilata spina dorsale, pronta a tagliare in due qualcosa che somiglia ad una parvenza di entroterra appoggiato lì solo per preannunciare la laguna. Sei chilometri da percorrere con estrema attenzione essendo da sempre altissimo il pedaggio annuale del ‘drissagno’ in termine di vite umane. Piccole lapidi costeggiano questa Waterloo, a ricordo, monito e futura memoria. Eppure si smania, in quei sei chilometri, spronati a correre. E a morire. Born To Run, come in una canzone di Bruce. Proprio io che sono sempre andato piano, ‘con juicio’, sia che andassi a ballare sia che dovessi fare una semplice ‘vasca’ in Via Bafile; che il ritorno è bello proprio perchè ha sempre un sacco di storie da raccontare, portarsele appresso on the other side sarebbe stupido assai. Break on through on the other assai.

Si corre, si è sempre stupidamente corso, che fossero state nottate frenetiche o albe glassate di hangover, perchè se la montagna è l’elogio della lentezza il mare è una cosa veloce, da strappare a morsi. Non io, forgiato con un’andatura e un passo da salita del Pordoi, che i paradossi a me sono sempre piaciuti e ne ho fatto virtute. Lento, con una faticosa velocità di crociera che permetta di inalarla tutta, quell’aria salmastra. Me la godo anche stamattina, osservando attentamente arbusti e insetti, piccole imbarcazioni nascoste tra le canne, abbronzati pescatori e vaghe stelle dell’orsa che stanno per coricarsi. C’è un pertugio in questi squarci di luce, ed è lì che puoi scorgere l’anima, se riesci a metterci l’occhio. Come questa canzone, che sono due perché ad ogni imboccatura del ‘drissagno’ non può non tornarmi alla mente ‘Viaggiando verso Jesolo’ di Lucio Quarantotto. Lui che è ancora un concetto avulso dagli stilemi del pop italiano, nascosto ai più per quel suo voler smaterializzarsi da tutto e da sempre, fino a quell’ultimo salto. Io penso che finito questo me ne cadrò nel vuoto me ne cadrò in silenzio. Ho i brividi, certamente non ascrivibili al torrido agosto.

Uomo difficile e spinoso Lucio, immerso in un mondo tutto suo al quale sovente non avemmo accesso se non nei suoi dischi, che sono solo tre e giacciono da qualche parte, celati al pubblico in attesa di una luce (e una ristampa) che forse non arriverà mai. L’ultima nuvola sui cieli d’Italia ce l’ho proprio qui sopra, si sta svegliando assieme all’alba e mi sovrasta con un colore che è la trasposizione della purezza. Impalpabile, eterea, persino dolorosaeppure necessaria.

E la pioggia cadeva il mondo faceva il bagno viaggiando verso Jesolo dove la gente fa i bagni di mare.

Macino chilometri con la grazia del giusto per arrivare in prossimità dell’ex divertimentificio prima che il risveglio lo inondi di ciabatte e polpacci tatuati trascinati in spiaggia con appresso le loro chiacchiere inutili, la delusione di un’attesa e la stanchezza congenita di chi deve spassarsela ad ogni costo. Ho tutti i miei punti di riferimento all’approccio: il Bar Bianco, l’Osteria con il braciere a cielo aperto, la trattoria sul curvone dove un Filini lo trovavi sempre e per questo non mi fermavo mai. O la bizzarra rivendita di cuscini che si staglia in mezzo al nulla, ferma immobile dagli anni settanta, uno dei misteri gaudiosi della mia esistenza che spero rimanga tale. E ancora la mescita vino, i cartelloni sbiaditi di vecchie pubblicità, i vendesi e gli affittasi, gli aridi messaggi di benvenuto e le insegne luminose in un font vetusto. I rumori che cominciano lentamente ad infittirsi, i go kart, le attrazioni imperdibili e itineranti (lo squalo bianco, i cervelli dei serial killer, le sculture di sabbia), i centri commerciali che negli ultimi anni sono sorti come gramigna solo per offuscare il cielo. Ultimi posti, venghino venghino. Sono venuti i russi – invece – a rub(l)arci i sogni e a ogni discoteca pronta a chiudere i battenti la Pravda avanzava per riprendersi questa Stalingrado bagnata. Sapore di Salem.

Quando intravedo in lontananza la ruota panoramica ho un guizzo, qualcosa che viene da un lontano passato; una madeleine di rum&cola, disagio, due di picche e ormoni. Ci siamo, mi dico. Poi costeggio il centrocome un killer alcolico e conto i bar aperti, tanto le mani mi bastano. Una volta erano mille e ti vendevano lo Stock 84 alle sei del mattino con un sorriso che nascondeva tutte le stanchezze notturne e i casi umani arrivati a tiro; oggi croissant alla quinoa e macchiato d’orzo in tazza grande. Macchiato con latte di soya, grazie. Muori. Lucio e Bruce mi hanno accompagnato facendomi scudo, non mi andava di percorrere da solo tutta quella strada; proprio no. Che c’ho sempre ricordi contrastanti quando si parla di spiagge, che fossero state di cocco o di granite, di muscoli e bikini, di stranieri e di bagnini. Ricordi che stabilizzano lutti, traumi, dolori. Ed è un paradosso visto che il mare da sempre – soprattutto per gli adolescenti – dovrebbe ricreare ‘Good Vibrations’ più che ‘Dancing With Myself’.

Ora tutti questi ricordi tornano indietro a perseguitarmi: mi perseguitano come una maledizione. Un sogno che non si realizza è solo una menzogna? O forse è qualcosa di peggio.

Così quelle piantagioni mi hanno distratto, facendomi immaginare quello che non ho mai potuto scorgere nelle canzoni di questi due poeti talmente lontani da essere simili. Bruce non prenderebbe il macchiato in tazza grande. Avrebbe tra le mani una brodaglia color pece, catturata con un immaginario lazo impolverato quanto i suoi stivali. Lui. Lucio non so e non posso nemmeno più chiederglielo. Arrivo fino all’ultima propaggine del Lido, lì dove il faro si staglia possente come una ciclopica Iliade di luci notturne. Il mio fallico Scilla & Cariddi. Due cani felici e unamassa di fissati a fare jogging, vestiti di tutto brand. Ma i cani corrono meglio. Mi tuffo perplesso in momenti vissuti di già.

Era davvero verso primavera c’era un sole, c’era un sole sopra le cose della terra quale non avevo mai visto, forse quand’ero bambino. Ma era diverso.

E’ allora che mi siedo sulla sabbia rimasta umida dai sospiri notturni, respiro quell’aria così diversa – acre e pungente – gustandomi il momento che anticipa un caffè. Un semplice caffè, come quello di Bruce ma senza lazo. Poi si palesa Zaccaria, urlante e arrabbiato (verso i genitori per la scelta del nome, probabilmente); infine un Tupolev di ex sovietici sovrappeso affetti da logorrea e boria. E’ tutto cielo e si zittiscono di chiesastico timore, a dimostrazione che anche mentre conquisti Stalingrado puoi avere un’anima. Li guardo, chiedendomi cosa è rimasto di tutte le Olga Korbut che abbiamo creduto di amare da giovani.

Poi mialzo e ammicco verso i due sodali armonicidel mattino per un celere ritorno a casa, qui non c’è più tempo né posto per me. Ho due canzoni da accarezzare e me le tengo strette. L’ultima nuvola sui cieli d’Italia è stata fatta sgombrare da un ciarlare battente e da un persistente effluvio di creme solari. I fiumi si gettano a mare per inerzia geografica, o forse solo perché non hanno più storie da raccontare.

E ora tutte quelle cose che sembravano così importanti beh, signore, adesso sono svanite nell’aria.

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