Dion – Make The Woman Love Me, Salvatore Setola

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Ammiro il diavolo perché lascia le cose incompiute.

Ammiro Dio perché tutte le completa
Emanuel Carnevali

Immagina di essere innamorato della donna sbagliata. Immagina di immaginarla, di pensarla tanto intensamente da materializzarla lì sotto ai tuoi occhi, a portata di tatto. Sei con lei, in macchina, magari di rientro da una serata perfetta. Sulla strada noti un bar, quei luoghi per solitari sniffatori della notte che esistono solamente nei film noir, nelle installazioni di George Segal e, ovviamente, nella tua testa. Decidi di fermarti. Più che vuoto, è desolato. Il luogo ideale. Gli innamorati si danno appuntamento dove alberga la desolazione. I tavolini sono squallidi. Vi accomodate comunque perché il sottofondo musicale è ottimo e – si sa – quando c’è la musica giusta, tutto il resto è accessorio. La voce che proviene dagli altiparlanti geme seducente: “Little girl I wasbornbornborn to be with you”. Il sottofondo d’archi è un torrente di carezze, il sax effonde guaiti sensuali. È il momento: le sorridi, le prendi la mano e la inviti a ballare quel lento superbo. Mentre siete petto contro petto, il pezzo – “Born To Be With You” di Dion, traccia d’apertura dell’omonimo album del 1975 – inizia a scemare. Attacca uno struggente scampanellio di chitarre a introdurre il brano successivo: “Make The Woman Love Me”. Ti svegli, scoprendoti a ballare da solo davanti allo stereo. E a pregare, perché lei è altrove.
“Make The Woman Love Me” è, con ogni probabilità, la più grande canzone di amore non corrisposto mai incisa (Dion la interpreta magistralmente ma a scriverla sono stati Barry Mann e Cynthia Weil). È dolce, talmente dolce da rasentare il sentimentalismo. Ma quel tipo di sentimentalismo che ammicca al debosciato, al decadente, e ti salva la faccia quando uno dei tuoi amici metallari ti becca ad ascoltarla. È melodrammatica, scenografica, finanche hollywoodiana. Perché la disperazione – per rimanere impressa – deve conclamarsi in grandeur, essere esibita spudoratamente. Lo insegna la pittura barocca. È autenticamente romantica, giacché ogni romantico sa benissimo che non otterrà mai quello che desidera, e – pure se lo otterrà – non sarà per sempre, ciononostante persiste. Malgrado tutto è anche ironica visto che alla fine – aveva ragione Shakespeare – nessuno è mai morto per amore. Una verità inaccettabile per chi pretende che certi sentimenti ci strazino, lasciandoci moribondi sul ciglio di un divano. Invece, per fortuna, ogni volta ne usciamo vivi, anche se con un pezzo in meno che nessuno ci restituirà più.
Se gli affari di cuore stanno così – e stanno così, dal momento che ci siamo passati tutti – allora si può pure concedere al patetismo di ergersi a ultimo baluardo di purezza. Che è esattamente ciò che “Make The Woman Love Me” fa. Il protagonista della canzone si rivolge all’Altissimo, cercando di intavolare una trattativa tutto sommato onesta. Non gli è andato mai a rompere le scatole prima di allora (eccezion fatta per quella volta che da bambino gli chiese un paio di scarpe alla moda), dunque per una volta si sente di poter avanzare una richiesta. Non vuole arrecargli disturbo, sa benissimo che portare avanti questo baraccone sgangherato chiamato mondo costa seccature ben più faticose, però, per uno che ha il dono dell’ubiquità che cosa sarà mai qualche minuto di attenzione?
“Dio non ti ho chiesto nulla per molto tempo / Niente da quella volta che a otto o nove anni / ti chiesi un paio di Levi’s nuove/… Lo so che hai molto da fare / Ma se dovessi trovare due minuti / Ti prego, fa che quella donna mi ami”. Parte il crescendo vocale, seguito da un unisono orchestrale marchio di fabbrica del wall of sound di Phil Spector, produttore del disco. Le lacrime cadono sul viso come a una quindicenne alla fine di uno di quei film melensi di merda con Richard Gere. Dovresti vergognartene ma non ti sfiora lontanamente il pensiero: i cori magniloquenti ricordano un inno sacro, il crescendo orchestrale recluta un’armata di ormoni e la manda al massacro, il canto di Dion si alza in un gospel accorato e maestoso. È il martirio che sconfina nell’estasi. Sono le Valchirie di Wagner che depongono le lance per imbracciare l’arco di Cupido, dimenticandosi di caricare le frecce. L’amore non scocca ma resta pur sempre la gloria eterna della musica. Quella di Dion Di Mucci è un beneficio che gli anni Settanta hanno revocato l’attimo dopo averlo concesso.
Nel 1975 il trentaseienne Dion appariva già un reduce. Fino a quel momento la sua carriera era stata un mix di adrenalina, successi, cadute rovinose, vita raminga e una pazzesca botta di culo che gli aveva salvato la pelle. Il 3 febbraio del 1959 avrebbe dovuto essere sullo stesso sciagurato aereo che stroncò la vita a Buddy Holly: i Belmonts, la sua prima band, erano stati scelti come gruppo di supporto per il WinterDancy Party Tour dei Crickets ma Dion, non avendo i soldi per pagarsi il volo, decise di ripiegare su un più economico e quanto mai salvifico autobus. Elusa la tragedia, assurse allo star system come talentuoso interprete di brani doo-wop e soul, al punto da essere messo sotto contratto dalla Columbia e piazzato sulla copertina del Sgt. Peppers dai Beatles (al fianco di Tony Curtis e dietro Oscar Wilde). Nel 1968 si ripulì dall’eroina – che aveva cominciato ad assumere a quattordici anni frequentando i malfamati sobborghi del natio Bronx – avvicinandosi alle Sacre Scritture. Le parole dell’Evangelista Giovanni infusero nei suoi registri vocali un rinnovato ardore spirituale, prontamente captato dal produttore Phil Gernhard che gli assegnò l’interpretazione di “Abraham, Martin & John”, la canzone – scritta da Dick Holler per commemorare Bob Kennedy all’indomani del suo omicidio – resa poi immortale due anni più tardi da Marvin Gaye.
Disintossicato e redento, tra il 1970 e il 1974 Dion incise quattro dischi per la Warner Bros, dei fiaschi commerciali colossali a cui si aggiunse presto “Born To Be With You”: uno dei più meravigliosi fallimenti che la storia del pop ricordi. Lo stesso titolare lo ripudierà, accusando Phil Spector di aver reso coi suoi arrangiamenti massimalisti (pare che durante le registrazioni fossero presenti in studio due vibrafoni, due batterie e ben dieci chitarre) quelle otto canzoni “musica da funerale”. In realtà la produzione sovraccarica si adatta perfettamente alle dinamiche interpretative di Dion, pervase da un senso di resa pacifico, da un pathos lasciato a se stesso fino a raggiungere lo sfinimento, un placido abbandono. Sarà per questo, forse, che molti lo considerano l’album ideale per farsi di eroina. Sarà per questo che Pete Townshend, Jason Pierce e Bobby Gillespie lo annoverano tra i loro dischi della vita. Sarà per questo che “Make The Woman Love Me” ci avvolge mentre ci trafigge, ci riscalda mentre ci denuda, ci protegge anche se ci fa male. È uno dei brani più clamorosi e misconosciuti degli anni Settanta. Un miracolo di cui nessuno si è accorto, perciò incompiuto. Come ogni grande amore.

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