Sun Kill Moon – Duk Koo Kim, Anonimo

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Sono disteso sul letto in camera mia nella piccola casa che condivido con altri due studenti a Perugia. Sono le due del pomeriggio, ma potrebbero essere le sei del mattino per come l’aria umida è gelida e tagliente. Riesco a percepirla semplicemente guardando fuori dalla finestra, perché per fortuna la mia stanza è ben riscaldata. Come ogni volta che do un esame, passerò il resto della giornata a far nulla se non ascoltare musica. Ormai è una pratica ritualizzata: mi presento davanti al professore, dico quello che devo dire, mi faccio segnare il voto sul libretto e poi via di corsa a comprare un disco per la giornata. Ho dato Storia dell’Esegesi Patristica, un esame che avevo inserito nel piano di studi come materia a libera scelta e che mi ha stranamente appassionato. Tutto il corso ha riguardato le interpretazioni di Marco 10:17-22, nel quale si racconta di un tizio che va da Gesù Cristo a chiedergli cosa deve fare per avere la vita eterna. “Cosa devo fare, Signore?” gli chiede quello, e Gesù gli risponde che deve seguire i comandamenti. “Ma io già lo faccio” si lamenta il tizio, e allora Gesù quasi infastidito gli intima di vendere tutti i suoi beni, dare il ricavato ai poveri e poi tornare per seguirlo. Una provocazione? L’affermazione che la ricchezza è incompatibile con la vita eterna? – Boh, so soltanto che non riesco a smettere di pensarci. Oggi ho comprato Ghosts of the Great Highway, l’ultimo di Sun Kil Moon, ed è questo il disco che sto ascoltando mentre me ne sto sul letto. Penso al tizio del Vangelo, però, e così i primi pezzi mi scivolano addosso senza che riesca ad ascoltarli veramente. C’è qualcosa che non va, qualcosa che mi disturba, come se una presenza fuori dal mio campo visivo, inafferrabile, gettasse un’ombra lunga su una giornata in teoria perfetta – senza sole, un trenta e lode sul libretto, un nuovo disco da consumare. Il pezzo che sto ascoltando in questo momento finisce. Prendo la custodia del cd: siamo alla traccia numero otto, Duk Koo Kim. Conosco la storia: una storia di morte e passione, passione e morte. Non ho più voglia di pensare a Gesù Cristo e allo stupido tizio che gli chiede come si fa ad avere la vita eterna. Chiudo gli occhi.

Ho cominciato a suonare il sassofono che avevo undici anni. Dopo un anno e mezzo di teoria e solfeggio mi avevano appeso al collo questo sax tenore troppo grande e pesante per il mio fisico da insetto stecco ma io non potevo essere più felice. Nel giro di qualche mese fui in grado di suonare con la banda del paese e all’inizio fu uno spasso. Passai l’estate in giro a fare processioni in mezzo a gente allegra e vestita a festa. La maggior parte degli altri musicisti aveva la mia età e così tutti ci salutavano con simpatia e ammirazione: eravamo ragazzi che non stavano buttando via la loro vita. Per due mesi andò così, poi arrivarono l’autunno e l’inverno. In questi periodi, le uniche occasioni che una banda di paese ha di suonare sono i funerali. A me le marce funebri piacevano: mi dedicavo con scrupolo a studiarle, mettendo tutta l’enfasi possibile sui vibrato, sui glissando, sui crescendo. Alla prima occasione, mi dicevo ingenuamente, farò sciogliere tutti in lacrime. In realtà non fu necessario: al mio primo funerale il dolore che traboccò dalla casa del morto mi fece letteralmente rimanere senza fiato. Quando suoni ai funerali ti è richiesto di essere professionale – niente cazzate, niente esagerazioni, devi solo stare lì e suonare – e ancora oggi questa mi sembra una cosa incredibile da chiedere a un bambino di dodici anni che con la morte non ci ha mai avuto a che fare, se non di sfuggita. Di funerale in funerale, tutto quel dolore mi sembrava insopportabile. Smisi di fare i vibrato, i glissando e i crescendo; suonavo in maniera piatta, tenevo gli occhi fissi sullo spartito, mi rifiutavo di sottolineare ed enfatizzare un dolore che già di per sé mi sembrava mostruoso. Nel giro di qualche anno tutto mi divenne insostenibile; le estati in processione non mi consolavano più, l’allegria dei paesani mi infastidiva, e perciò alla fine mollai. Riposi il sax nella sua custodia e non ne volli più sapere: solo a pensare di provare a riprenderlo mi sentivo pietrificato. Passarono altri anni e come tutti anche io ebbi i miei lutti – persone care, persone che amavo – ma non riuscivo a piangerli: ogni morte mi riportava a quei funerali, e come allora non sapevo fare altro che puntare gli occhi su qualcosa e aspettare che tutto fosse finito.

Riapro gli occhi. Sento qualcosa. È una lacrima. Me ne vergogno. Mi rigiro sul letto per nascondermi, come se ci fosse qualcuno a osservarmi.

come to me once more my love
show me love I’ve never known
sing to me once more my love
words from your younger years
sing to me once more my love
songs that i love to hear

La voce di Kozelek è quella di qualcuno che mi parla con tranquillità, e in quegli accordi che si ripetono come onde del mare io sento “piangi, piangi.” Mi rigiro, mi metto supino, cerco di ingoiare le lacrime, ma davvero non ce la faccio. Mi sento stupido, sto piangendo. Non so neanche il perché, fino a quando non richiudo gli occhi. Quando tutte le immagini dei funerali ai quali ho suonato cominciano a passarmi davanti, allora capisco. Sono per loro quelle lacrime. Mi sto rimettendo in pari. E allora mi lascio andare. Singhiozzo, addirittura. Sono patetico, ma non m’importa. È qualcosa che devo fare. Il pezzo finisce e io mi alzo per mettere repeat mentre mi asciugo gli occhi. Mi rimetto sul letto.

looking out on my roof last night
woken up from a dream
i saw a typhoon coming in close
bringing the clouds down to the sea
making the world look gray and alone
taking all light from my view
keeping everyone in
and keeping me here with you

E così passa la giornata. A piangere come un bimbo ascoltando sempre la stessa canzone. A richiamare i fantasmi di persone che neanche conoscevo. Avrei voluto chiamarle tutte, quel giorno, una per una, per dir loro che mi ero insensatamente portato addosso il loro dolore e che ora me ne stavo liberando. Quando cala il buio mi sento ormai pronto. Spengo lo stereo e rimetto il cd nella sua custodia. Prendo il telefono, chiamo mia madre. “Ma’,” le dico, “devi spedirmi il sax.”

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