Lou Reed – Sweet Jane, Luca Martini

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Tra le domande esistenziali che chiunque può porsi la mattina sotto la doccia, ce n’è una piuttosto petulante: ma il nostro destino – ecco la domanda da ripetenti in filosofia morale – è già scritto nei minimi particolari o abbiamo la possibilità di cambiare qualcosa entro le coordinate in cui ci muoviamo intontiti dalla prosaicità quotidiana e dall’insignificanza?

Può accadere – dico io – per esempio, che si arrivi per caso un po’ prima o un po’ dopo sul luogo che è teatro di un incidente? Possiamo conoscere colei che diventerà la compagna della nostra vita se, venendole incontro, invece di mancarla per sempre, troviamo d’improvviso uno spunto per rivolgerle la parola?

Io credo abbastanza, al netto della superstizione, all’evenienza di un futuro certo e chiuso, e da anni la musica mi aiuta a sopportarne l’attesa. Fornendo un punto di illusoria sospensione durante il quale tutto appare ancora fattibile, in discussione, la musica – anche attraverso i silenzi – mi offre una metaforica porta aperta sulla sorpresa.

Per esempio: ho spesso trovato rifugio nel tempo, nel lampo, che precede le performance di Lou Reed e dei Velvet Underground prima che si accenda il prodigioso riff di SWEET JANE, la canzone starter dei concerti. Sui dischi, ritrovo quella pausa nel cerino sfregato e nelle parole smozzicate del live Take No Prisoners, e nello stacco di breve stupore tra intro e riff nelle versioni di Loaded o del Max’s Kansas City, mentre è impercettibile ma quasi stordente il passaggio tra il virtuosismo fine a se stesso dell’incipit e la scoperta dell’elettricità pura in Rock’n’Roll Animal.

Quello è l’attimo, l’incarnazione dell’idea che tutto può semplicemente succedere. E che sarà come vogliamo noi, sarà una gioia. È meno di una manciata di… frazioni di secondo, ma quella silenziosa attesa di SWEET JANE è così essenziale per me che, poi, non ho mai ascoltato bene le parole della canzone. Un testo più volte mutato e rimontato che – ve lo dico a spanne – contiene qualcosa di oscuramente sapienziale nella sua mancanza di linearità, cosa questa quasi inconsueta per il poeta Reed.

Nella versione matura, posteriore alla SWEET JANE a partenza strascicata del doppio live ufficiale dei VU (1969), Lou parla di qualcuno seduto in un angolo che ha una valigia in mano, di Jane che ha su un vestito e di John che fa il bancario, e di un ‘io’ che suona in una rock’n’roll band. Non è evidente che cosa ci sia nella valigia – chissà perché si pensa a chissà che droga, forse per la suggestione di un altro pezzo chiave nella carriera di performer di Reed, Waiting For The Man – ma immagino che nella valigia ci sia qualcosa che, come la quiete prima del riff, possa cambiare la nostra esistenza. Lou che sta nella rock’n’roll band qui non è solo l’anarchico per antonomasia, finisce pure per fare funzioni di un irridente coro greco.

Be’, vi parrò stupido ma l’ho sempre cercata con avidità, neanche fosse un risarcimento di tante felicità negate dal fato, quella briciola di teso silenzio ogni volta che ho visto Lou Reed dal vivo – e intanto collezionavo versioni di SWEET JANE in ogni formato, dal vinile all’mp3, nei dischi legali e nei bootlegs.

L’ultima volta che ho ascoltato SWEET JANE in concerto, nel 1996 al Teatro Smeraldo di Milano, tre anni dopo all’insipido e violento tour dei riuniti VU, ho sentito tutta l’importanza di quella sospensione. Il pubblico nella sala che ora ospita le supponenti delizie gastronomiche di Eataly rimase immobilizzato in un silenzio integrale per un pugno di lunghissimi secondi, prima che Lou Reed attaccasse il riff più semplice e bello della storia del rock, facendo rimbalzare tutti uno contro l’altro e contro lo schienale delle sedie di legno come se fossimo manichini attraversati improvvisamente da una prepotente corrente. È il ricordo di questo momento di felicità che mi impedisce di capire che cosa davvero dice Lou Reed quando canta SWEET JANE e il suo testo più volte aggiornato. Forse, molto semplicemente, non voglio sapere prima come va a finire tutto. And that, y’know, children are the only ones who blush! And that, life is, just die!

Un proto concerto: SWEET JANE e i SITUAZIONISTI

La reale realtà è che da ragazzetti, io e Marco, mio storico amico, un giorno salimmo sul bus per andare a vedere il concerto di Lou Reed, di cui avevamo in tasca da mesi i biglietti, data: 12 febbraio 1975. Non è una storia on the road, non attraversammo il Nebraska o il Colorado, semplicemente ritornammo a Milano su un pullman di linea interrompendo una settimana bianca in Val d’Aosta.

Amavamo Lou Reed per motivi ignoti a noi stessi e forse diversi, Lou era per noi il profeta dei rumoristici VU, il diamante oscuro del glam, forse una via di mezzo tra Dracula e Rimbaud – e il pensiero di vedere incarnato sul palco l’uomo di R’n’roll Animal (l’album che ce lo definì come il rock medesimo in persona) era già per noi un’emozione quasi insostenibile. Tenevamo i biglietti in tasca come fossero reliquie e ogni tanto gli davano una sbirciata per vedere se fosse tutto in regola con il nostro culto privato.

Ai tempi non avevano notizie precise su quale Reed si sarebbe presentato sul palco e con che scaletta: girarono però su Melody Maker, che preferivamo al NME, le foto di Lou coi capelli biondi corti e io e Marco rimanemmo shockati – si era un po’ prima del punk e noi eravamo ancora ‘piccoli’. Si trattava del periodo di SallyCan’t Dance, sulla cui copertina c’erano solo disegni del nuovo look; io e Marco lo comperammo in comproprietà con qualche esitazione. Ma i dubbi erano comunque nuvolette in un giorno di solleone. Pioggerella durante la tempesta. Uno spicchio di luna in un cosmo di buchi neri. La nostra fede era forte.

E cominciò una di quelle orribili serate al famigerato Palalido, tra schiere di polizia, Padroni della Musica sotto violento attacco (David Zard nel caso), coi sassi e i sacchetti d’acqua tirati da dietro il palco sulle rockstar. I lanciatori? Fautori della musica gratis e proletaria. Quella sera a Milano era in azione un gruppetto sconosciuto, di cui ricordo solo quell’impresa (distruggere la serata mia e di Marco): si disse che erano i Situazionisti Creativi, che facevano gruppo attorno alla rivista di controcultura Puz (possibile?). Probabilmente si trova tutto scritto in un librino di Stampa alternativa (a trovarlo), incentrato però sulla ancor più disastrosa data romana del tour. Ma forse – sospetto oggi – i neo Situazionisti vennero inventati dai giornali borghesi per gettare merda ulteriore nel ventilatore e di conseguenza rendere più grottesco pure il nostro maledetto dio glam e il suo rito rock.

Le spalle del concerto. Gli opening acts. Angelo Branduardi, menestrello coraggioso, si esibì nella tensione con la voce che tremava, faticò persino ad accordare la chitarra tra un pezzo e l’altro. Gli String Driven Thing (chissà chi erano) entrarono gridando ‘Buonasera Milano!’, e il batterista si accasciò subito colpito da un oggetto contundente. Primo stop al concerto. Zard trattò con lo spicchio di stadio in rivolta, assiepato dietro il palco – il resto del Palalido era diventato apolitico e apartitico e avrebbe venduto l’anima al Capitalismo più liberista pur di ascoltare e vedere Reed. Reed poté uscire, anche se la tregua non durò più di due pezzi. Aveva i capelli neri, il giubbotto nero, era smilzo e agile, quasi un esile folletto; in fondo, scoprimmo io e Marco, era un ragazzetto pure lui! Ci tramortì con SWEET JANE, e poi ci regalò un lungo pezzo straziante nello strazio in cui ci trovavamo: non riconoscemmo né musica né parole. Sembrava una SWEET JANE oppiacea… Piovve ancora acqua sul palco. Lou fece puntare una luce sul parterre dei ribelli, li maledisse e se ne andò per sempre. Noi rimanemmo sugli spalti per altre due ore. Speranzosi. Illusi. Scornati. Scopriremo che la seconda canzone era Coney Island Baby, addirittura!, e quando uscì il disco che la conteneva io e Marco lo comperammo al volo come magro risarcimento di quella serata peraltro indimenticabile. And that, y’know, children are the only ones who blush! And that, life is, just die!

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