Manu Chao – Bongo Bong, Daniele Pergamo

open-uri20190613-32051-1x2j6rm

“Ritrovo a Vimercate, P.za Marconi, ore 8” diceva il volantino di non so più quale associazione. Per noi del piccolo centro sociale di Caponago le otto non erano esattamente quelle della mattina: la notizia era di quelle pesanti, il primo morto ammazzato in manifestazione dopo tanti anni e c’era voglia di discuterne, di cercare di capire che succedeva, o più probabilmente solo di stare insieme, passare la nottata per così dire “al sicuro”. In casa di amici. Tra amici. Come se tutti insieme si potessero esorcizzare le pallottole e quella ancora un poco misteriosa “globalizzazione” che per noi vissuti nella gommapiuma degli anni ’90 significava sfruttamento e crisi, si, ma rigorosamente in posti esotici e lontani da casa. Quelli, i faccioni dentro la TV, parlavano di grandi opportunità, di un mondo dove tutto cresceva: pil, redditi, commercio, occasioni. E pazienza se c’era un pò di polvere sotto il tappeto. Sapevamo, sentivamo confusamente come per gioco che le cose non stavano esattamente così. Ecco, noi ci sentivamo la polvere sotto il tappeto. Polvere contro manganelli e pallottole. Non c’era gara.
Il viaggio è breve in termini di spazio, lungo in termini di tempo con i numerosi anziani che “le manganellate di Scelba”, “il governo Tambroni”, “il ’77” e via così. Storie vecchie raccontate da vecchi. Solo storie di altri movimenti che avevano fallito. Polvere sotto il tappeto pure questa. Figuratevi quanto potessero interessarci, ci guardavamo e li guardavamo come alla gita delle medie. Gli anni settanta erano finiti da un pezzo. Si ok hanno ammazzato uno, ma mica possono fare la macelleria messicana. Invece potevano.
Polizia molta, sia sull’autostrada sia al casello. Controlli fortunatamente niente. Quindi scampiamo il gabbio prima del tempo e ci ritroviamo a Genova. La dannata Genova. Genova sporca di sangue. Tarda mattinata del 21 luglio 2001. Scaraventati dalla Brianza in mezzo a tutto il mondo o per lo meno a tutta quella parte di mondo che ci pareva “dalla parte giusta”. I “nostri”. Guarda quanti sono, quanti siamo. Bella sensazione. Pelle d’oca.
Tanta gente, milioni di persone ci parevano (e lo erano). Tutti ingenuamente “buoni”. Gente che parlava di indios, di tupamaros, di “cancella il debito” (con tanto di endorsement di Bono e Jovanotti) di quanto era brutto e cattivo il Fondo Monetario Internazionale. Storie vecchie. Storie che uscivano dagli anni ’90 e si mischiavano ai Nirvana, Manu Chao e le Posse, che si vestivano come celerini con la carta da pacchi. Quelle erano le rivendicazioni e, cazzo, erano sacrosante. Dovevano ascoltarci! In fin dei conti eravamo lì per cambiare il mondo, e poi eravamo in Europa, mica a Seattle, gli americani si sa che fanno John Wayne ma qua no, qua al limite prendi due schiaffoni dal Monnezza. Tutta salute.
Nessuno aveva capito un tubo di Seattle. Della strategia dietro a Seattle. L’argomento era come le storie dei vecchi, non ci interessava.
Stavolta non sarebbe andata così, non poteva andare così, eravamo troppi e con troppe buone intenzioni e, cazzo, avevamo ragione. Per strada tra la varia umanità potevi, se particolarmente fortunato come il sottoscritto, fare due chiacchiere con Josè Bové, quello che era entrato in un Mc Donald’s. Niente di eccezionale, ok, lo fanno tutti, si ma lui ci era entrato con un trattore. o Sandro “prezzemolino” Curzi o vedere da lontano Casarini.
Casarini, non so se mi spiego: il Che Guevara di noantri, bardato come quelli che smaltiscono l’amianto, già all’epoca il ragazzo era impegnato nell’incessante attività di trovare una collocazione politica possibilmente retribuita, ma le “tute bianche” erano comunque un bel movimento. Avercene oggi. Oppure potevi farti regalare focacce dal garzone comunista del panettiere che ti saluta col pugno alzato e ti dice “tranquillo compagno, tutto gratis”.
E il corteo? il corteo non esisteva. Tutta la città era “il corteo”.
Servizio d’ordine neanche a parlarne. due passi in giro per rendersi subito conto che l’aria di festa era solo una patina superficiale e che dietro l’angolo – dietro ogni cazzo di angolo- cancellate e forze “dell’ordine” visibilmente nervose (eufemismo). Pisciata di rito sulle barricate della “zona rossa” (quella che solo Casarini poteva violare per finta previo accordo con la questura) sotto lo sguardo da duro del celerino che interrompe la sua di pisciata per assumere la posa da duro e finalmente si parte.
Retroguardia di una fiumana mai vista. Non esattamente il posto migliore in un corteo ad alto tasso di rischio. Per strada cose belle: gente che stende panni (in spregio all’ordinanza che lo vietava) cori e controcori, secchiate d’acqua dalle finestre e atmosfera rilassata; pare che “ce la caviamo”. Oggi non succede niente, mica saranno tanto stupidi da. Forse per un giorno la legge di Murphy non vale, per cui mamma stai tranquilla e non farti menate.
Non so se avete presente quando si scatena il panico alle manifestazioni: ti giri e un muro di gente corre verso di te, ma non per farti le feste. Ti ignorano e schizzano via come alla festa di San Firmino, e tu realizzi che c’è qualcosa che non va.
Perché dietro di loro non c’è il toro ma un sacco di agenti in tenuta antisommossa i più dei quali sono carne da macello esattamente come te. Sono stanchi e incazzati, il loro turno è già durato troppo, non hanno ordini e non sanno che fare per cui menano alla cieca e a te non resta che provare a restituirle con gli interessi -pessima idea- o metterti al lato della strada con le mani alzate. Altra pessima idea a meno che non siate masochisti- Oppure menare le tolle alla velocità della luce cercando di non farti spaccare la testa dagli sbirri o dalla calca.
Quando sei impegnato a salvarti i connotati e magari ad aiutare a salvarli anche a qualcuno intorno troppo vecchio vuoi poco sveglio il tempo scorre piuttosto veloce. Nella testa quando non senti i petardi (diciamo così) senti “bulls on parade” e non gli Stormy Six e ti ritrovi a percorrere una città bella ma piena di dannatissime salite cercando di capire a spanne dove sta andando il milione di persone intorno a te e per quale motivo (sarà chiaro dopo) ti stanno caricando se non stai facendo un cazzo.
Carica dopo carica, manganellata dopo manganellata, petardo dopo petardo, ci ammassano peggio di vacche in texas nella zona dello stadio Marassi, dov’era il ritrovo degli autobus. Il problema è che sono le quattro del pomeriggio, e non è un problema da poco dato che la partenza era prevista ore dopo per cui di autobus nemmeno l’ombra, solo tantissima gente “leggermente” incazzata, un muro di poliziotti tipo legioni romane contro Asterix e dietro la città letteralmente deserta. E meno male che il mio gruppo c’è ancora più o meno tutto e, ammaccature a parte, stanno tutti bene.
E qui viene la parte “curiosa”, quella che poi provi a spiegarti e ti dici “ma no dai, non è possibile, mica siamo in Messico o in qualche altro paese del cazzo”: un paio d’ore surreali durante le quali gli amici in divisa fanno di tutto per tenere decine di migliaia di persone chiuse in un parcheggio avvalendosi dell’ausilio di lacrimogeni e urticanti variamente vietati che poi ti fanno sputare sangue per i successivi due mesi mentre lasciano -sbadati- completamente sguarnito il resto della città.
Che non è più una città, è il luna park dei famosi e pure parecchio fantomatici “black bloc”. Che ringraziano e devastano a piacimento trasformando il panorama in un divertente spettacolo di pinnacoli di fumo neri. Mentre guardi in lontananza ti domandi perché a te botte e lacrimogeni e a loro il giro di giostra gratis. Ma come, non erano gli stronzi dei quali da giorni ci avvertivano le veline dei servizi segreti? E allora perché picchiate me? Misteri dell’ordine pubblico. Si ma a me brucia la faccia e ho una montagna di lividi. Fanculo.
Verso sera riusciamo finalmente a lasciare la città, voglia di parlare zero, voglia di una stramaledetta fontanella per tentare di lavarti via quella roba che ti hanno tirato addosso e che brucia sulla pelle, moltissima. Poi cominciano ad arrivare le notizie. Arrivano per radio, allora i cellulari non si connettevano a internet. Chi è rimasto, migliaia e migliaia ospitati in scuole, campeggi, aree improvvisate se la sta vedendo brutta. E vorresti dirottare l’autobus e tornare indietro e muoia sansone con tutti i filistei perché realizzi che, semplicemente, quelli che dovevano limitarsi a levarti di torno i rompicoglioni durante la tua, si cazzo la tua manifestazione, invece volevano sgombrare il campo per consumare una vendetta. Una vendetta alla cieca. Niente manifestazione, niente tupamaros, niente cancella il debito. Solo botte. Prendi e porta a casa. Cambiare il mondo la prossima volta, adesso un bel corso accelerato di realtà.
Notte fonda. Casa. Divano. Televisione. Vuoi leccarti in pace le ferite e tornare a guardare le cose col tranquillizzante filtro del tubo catodico. Non vuoi ragionare. Vuoi staccarti la testa dal collo per impedirti di ragionare. Non vuoi ragionare su quello che pensavi di essere andato a fare e su quello che invece ti hanno fatto. Non vuoi recepire la lezione. Pessimo allievo.
E invece ti tocca imparare. Impari che c’è un posto in quella città che hai appena visitato che si chiama “Scuola Diaz” dove non ci sono alunni, maestri e bidelli ma un sacco di gente che magari hai pure visto in faccia poche ore prima che è stata non picchiata ma proprio massacrata. E dopo anche arrestata. Trattenuta per giorni senza validi motivi. Seviziata a piacimento e senza certificazione europea di qualità. Privata di ognuna di quelle garanzie che, cazzo, in Europa nel 2001 e bla bla.. 1,2,3 viva Pinochet.
La sera dopo migliaia di persone si trovarono spontaneamente in piazza Duomo, a Milano. A casa. Passammo davanti alla Prefettura, non volò un sanpietrino. Fu un momento molto triste ma nello stesso tempo bellissimo. Era la fine di un’epoca per chi c’era. Un altro fallimento da raccontare su un altro autobus. Chi pensava ci fosse “un movimento”, leggi alla voce “fuffa”, e in quel momento lo pensavamo tutti, abbandonò ogni residua speranza comizio dopo comizio di Agnoletto. L’altro “grande leader”. L’altro Che Guevara. Che anziché provare a dirci che dovevamo fare parlava al vento della sua attività di medico proiettato verso il parlamento.
Il “movimento”, questa strana bestia che alcuni avevano vissuto, altri snobbato, altri solo sfiorato era passato in due giorni dalla verginità alla fine. L’11 settembre era dietro l’angolo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...