Pearl Jam – Last Exit, Claudio Lancia

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Millenovecentonovantaquattro.
Non esattamente uno dei migliori momenti della mia vita.
Tutto filava liscio, più o meno, per carità, ma era un momento di drammatica transizione per un ragazzo di ventiquattro anni.
Per noi della Generazione X, quella che perse tutti i punti di riferimento, ventiquattro anni era come dire incertezza imperante.
A luglio l’ultimo esame all’Università, quel Diritto Industriale poco impegnativo che avevo lasciato di proposito come ultimo, nella consapevolezza che la voglia di studiare stava oramai svanendo.
Qualsiasi voto andava bene, non volevo trascinarmi i libri oltre, perché il 16 agosto dovevano schiudersi le porte sul servizio militare, fino allora rimandatonella speranzadell’abolizione.
Lo avrebbero abolito pochi anni più tardi…

Destinazione Chieti Scalo, Caserma Rebeggiani, tre mesi da recluso, iniziando a scrivere la tesi fra una guardia e un’adunata notturna, per poi avere una destinazione, chissà per dove.
E poì?
Cos’avrei fatto poi?
Un anno distante dalla fidanzatina dell’epoca non aiutava nemmeno la sfera sentimentale.
Non avendo ancora un telefono cellulare, i miei unici contatti con l’esterno era forniti dalla radio, e dalle poche cassettine che portai con me, musica.

Adoravo i Pearl Jam: in quegli anni avrei potuto uccidere per Eddie Vedder.
Lo ascoltavo, traducevo i suoi testi e trovavo conforto nella sua disperazione.
Era il fratello maggiore che desideravo enon avevo mai avuto, quello che ti protegge le spalle, che ti dà la dritta giusta per aiutarti a superare l’ostacolo.
Adoravo i Pearl Jam dal giorno in cui Lucia mi duplicò una cassettina, una C90, a sua volta ricevuta dal fratello maggiore.
Dentro ci trovai sul lato B una selezione dai primi album dei Soundgarden.
Sul lato A c’era “Ten”, il primo album inciso dai Pearl Jam.
Mi era capitato di vedereil videoclip di “Jeremy” su Videomusic, ma il resto mi era sconosciuto.

Quella cassetta cambiò i miei gusti musicali per sempre:fino allora ero affezionato amusiche e stili che non erano miei, musicisti di altre epoche, più grandi di me, in alcuni casi persino defunti prima che nascessi.
Ora scoprivo dei coetanei che parlavano la mia stessa lingua, che raccontavano i loro problemi, nei quali potevo ritrovarmi, i medesimi problemi miei e dei ragazzi della mia età.
Lo stesso motivo che fece affezionarmi a tutte le nuove rock band italiane dell’epoca, composte all’incirca da coetanei.
Quella cassetta, assieme, più avanti,alla scomparsa di un altro idolo del grunge, Kurt Cobain, mi fecero comprendere quanto sia importante riconoscere il valore degli artisti quando sono ancora in vita, e non omaggiarli soltanto a seguito della loro dipartita.

Dopo “Ten” arrivò la conferma ancor più veemente di“Vs”, e in quel Millenovecentonovantaquattrrofremevamo tutti per il terzo disco dei Pearl Jam, che sembrava non arrivava mai.
Nel dicembre del 1994 avevo fra le mani quel cartoncino apribile, con dentro un libretto che divenne un cult, e un cd che divorai per mesi, tuttora il mio prediletto fra tutte le meravigliose uscite di quel decennio.
Il disco era “Vitalogy”: un terzo di quel selvaggio rock’n’roll che ancora amavamo chiamare “grunge”, un terzo didolenti ballate, un terzo di esperimenti per me molto intriganti.
“Last Exit” era la prima traccia, tre minuti di furore elettrico con dentro tutto ciò che potevo desiderare musicalmente, l’ansia di quei suoni sudici, fissati con tutta la rabbia possibile, una di quelle canzoni che ti facevano sentire al centro del mondo.
Se avessi mai volute scrivere una canzone di successo in quel momento, sarebbe stata “Last Exit”.

Dentro c’erano evidenti riferimenti agli ultimi giorni di Kurt, l’amico-nemico di Eddie.
Il resto del disco era un concept che affrontava tutti gli aspetti della vita di una persona: la religione, il sesso, la musica, le fobie, la solitudine, la morte.
Un disco cupo, ma confortevole, che esprimeva in maniera forte un desiderio di rinascita.
E in quei solchi ritrovai lo slancio anch’io.
I mesi di leva fluirono più svelti, scanditi da quelle canzoni.
Anche la tesi andò bene.
Oggi continuo ad amare quella canzone, e ogni volta che la ascolto dal vivo è quella che mi emoziona di più, che mi rimanda a quei giorni.
Oggi i Pearl Jam sono la band non italiana che ho visto più volte dal vivo.
Un attaccamento che non potrà mai essere reciso.

Lives opened and trashed
Look, Ma, watch me crash
No time to question
Why’d nothing last?
Grasp and hold on
We’re dying fast
Soon be over and I will relent.

Let the ocean swell, dissolve ‘way my past
Three days and maybe longer
Won’t even know I’ve left

Under your tongue,
I’m like a tab
I will give you what you’re not supposed to have
Under my breath
I swear by sin
For better or worse
A best we began.

Let the sun climb, oh, burn ‘way my mask
Three days and maybe longer
Shed my skin at last… shed… shed

Let the sun shine, burn ‘way my mask
Three days and maybe longer
Won’t ever find me here

Let the ocean dissolve ‘way my past
Four days and not much longer…

Let my spirit pass…
This is, this is…
Thisis, thisis…
Thisis, thisis…
This is, this is… my…Last Exit

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