Mark Lanegan – Beggar’s Blues, Giulia Antelli

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Questa è una storia che parte da lontano, nell’inverno del 2001, quando ero soltanto una ragazzina di quattordici anni innamorata dei Nirvana.
Vagavo per le strade della mia città senza una meta particolare, in attesa che l’autobus mi riportasse a casa, nella mia cameretta, dove mi aspettava il lettore cd. Avrei ascoltato Nevermind, o magari l’Unplugged. Chi lo sa. Qualcuno, poco tempo fa, mi ha detto che è strano sapere che a quattordici anni ascoltassi proprio quella roba. È una persona a cui voglio molto bene, una persona che mi somiglia.
Mi fermai di colpo, di fronte ad un’edicola. Il mio sguardo fu colpito da un’immagine sgranata di Kurt Cobain. Era una bella foto, anche se mal stampata. Un’immagine del mio cantante preferito che non avevo mai visto prima.
Mi avvicinai. Cercherò di mostrarvi questa scena con gli stessi occhi famelici con cui la vidi io.
Inverno di quasi vent’anni fa, come ho detto.
Solo una ragazzina di terza media che non conosce ancora il mondo di internet. YouTube non esiste, né tantomeno Wikipedia. I cd non possono essere ancora masterizzati, per lo meno per me. La mia copia di Nevermind consiste in una cassetta bianca che mi ha copiato una mia amica. Lei possiede l’originale. Sono invidiosa. Non passa giorno in cui non le chieda di farmi vedere il libretto, quella cosa che solo dopo anni scoprirò chiamarsi booklet.
Ho bisogno di vedere. Voglio studiarmi le facce che compongono il mio gruppo preferito. Sono affamata. Voglio saperne di più. Imparo a memoria frammenti di testi, pochi versi impressi proprio su quel libretto. Voglio imparare l’inglese, per capire qualcosa di ciò che ascolto religiosamente ogni giorno.
Un’edicola, una foto di Kurt Cobain.
È un inserto pubblicato su Rumore. Controllo freneticamente quanto ho nel portafoglio.
I soldi mi bastano. Compro. Sono felice. Ho un tesoro tra le mani.
La Guida del grunge di Rumore è mia.
Apro. Sfoglio. Leggo subito la parte sui Nirvana. Me la bevo in pochi secondi.
Non mi interessa nient’altro. Ho ottenuto quello che volevo.
Per dieci anni sono stata un’assidua lettrice di riviste musicali. Grazie a quei giornali ho scoperto tanti gruppi. Tanta musica che è stata per me importante, spesso fondamentale. Leggendo quelle pagine ho sperimentato il piacere della scoperta.
La guida di Rumore non ce l’ho più. L’ho persa chissà dove, chissà come.
Per fortuna, non ne ho perso il ricordo.
Oltre ai Nirvana, c’era molto altro. Pearl Jam, Soundgarden, Alice In Chains, Temple Of The Dog, Mad Season.
Mi limito a citare quelli che più ho amato.
La guida conteneva poco più che trafiletti. Brevi biografie, recensioni degli album più celebri, addirittura alcuni testi, pubblicati – lo ricordo benissimo – alla fine. Anche istantanee dei frontman più iconici.
I nomi voi li sapete già. Io non ne conoscevo nessuno, oltre a Kurt Cobain.
Vidi la foto di un uomo (adesso so che era soltanto un ragazzo), con i capelli lunghi e lo sguardo serio. Pensai che somigliava ad un mio vicino di casa, un ventenne che vantava somiglianze importanti, Brandon Lee e addirittura Jim Morrison.
Pensai che l’uomo della foto gli somigliasse molto più di Morrison e dell’attore de Il corvo.
Incuriosita, continuai a guardare l’immagine. Era in bianco e nero, come del resto tutte le altre.
Lessi. Mi ricordo di due aggettivi usati per descriverlo. Un personaggio umorale e umbratile. Non mi ero mai imbattuta prima in queste due parole. Alle mie orecchie suonavano dense e cariche di significato.
Ad ogni modo, anche adesso, per me Mark Lanegan è rimasto così. Esattamente un personaggio umorale e umbratile.
È stato in questo modo del tutto casuale e pure un po’ provinciale che ho conosciuto il mio cantante preferito. Grazie a quella guida ho ascoltato per la prima volta Nearly Lost You.
Mi piacque abbastanza. Ascoltai anche Winter Song. Finì così. Lasciai gli Screaming Trees e la voce di Mark Lanegan, quella voce, relegati in un angolo del mio mondo musicale. Mi buttai su altra roba. Lo feci per i successivi tre anni, senza curarmi più di loro.
Poi è successa un’altra cosa. Un fatto ancora del tutto casuale.
Mio zio, laneganiano di vecchia memoria, mi invitò ad un suo concerto a Rimini. Era un bel viaggio, per me, e pure una bella occasione per vedere finalmente un vero live, in un locale di musica degno di questo nome (il Velvet), e poco importava che sul palco avrebbe suonato proprio la Mark Lanegan Band. Ero elettrizzata, certamente, ma più per la natura della serata che per il protagonista della stessa.
Era il 13 novembre del 2004. Avrei compiuto diciotto anni di lì a poco.
Bubblegum era uscito da una manciata di mesi. Non lo avevo ascoltato. Non avevo mai sentito nulla dei dischi solisti dell’uomo umorale e umbratile. Conoscevo solo quei due pezzi degli Screaming Trees.
Ma non importava.
Era il mio battesimo. Dovevo andare a quel concerto a tutti i costi.
Mi rendevo conto, nel modo tutto sgangherato e immaginifico tipico degli adolescenti, che quella serata sarebbe stata fondamentale per il mio percorso di appassionata di musica.
Ricordo ogni particolare. Il viaggio sulla Volvo blu station wagon di mio zio, il mal d’auto, l’impazienza e l’attesa.
Soprattutto, ricordo Wedding Dress e Metamphetamine Blues, due classici del suo repertorio. Ovviamente, meno di due settimane dopo, corsi a comprare Bubblegum. Mi innamorai all’istante.
Quel disco fu un’epifania. Ma non sapevo che il meglio doveva ancora arrivare.
Comprai anche Sweet Oblivion. Altro tassello immancabile. Non ero ancora giunta al punto di non ritorno.
Credo fermamente che la vita di un musicofilo sia fatta di tre o quattro momenti veramente importanti. Tre o quattro dischi che corrispondo ad altrettante pietre militari di vita e di identità.
Quando ascolti quella roba sai che è tua. Stava aspettando te, e nessun altro.
Whiskey For The Holy Ghost stava aspettando me, o forse ero io ad aver atteso per tutti i 18 anni della mia esistenza di conoscere quelle tredici canzoni. Cantautorato folk ammantato di old time blues e traditional americani. Non ero mai stata una cultrice di quel genere, prima di allora. Ascoltavo di tutto, senza distinzioni. Avevo una predilezione per le voci sporche e potenti, e Lanegan, prima di quel live, non era mai riuscito a catturare la mia curiosità.
Whiskey For The Holy Ghost, per me, ha creato un mondo. Interi paesaggi e scenari, intessuti di cultura americana fuori dal tempo, come non la si vede più neppure nei film. Non saprei come spiegarlo meglio. Mentre ascoltavo qui brani mi ritrovavo sospinta in un’altra dimensione. Ero dentro l’America che ho sempre desiderato conoscere. Non quella gigantesca e patinata delle grandi metropoli. No. Ero nelle piccole cittadine di provincia, nelle highways, in viaggio con me stessa, senza una meta, trasportata dalla potenza di quella voce
La voce di Lanegan. Sono passati 25 anni dall’uscita di Whiskey For The Holy Ghost.
Beggar’s Blues, l’ultima traccia dell’album, continua, più di tutte le altre, a farmi questo effetto. Mi rapisce, portandomi sempre in quei luoghi. Il mendicante del blues di cui recita il titolo è l’officiante di un rituale antico e profondo, dove il viaggio consiste anche nell’esplorazione dell’abisso personale raccontato dal cantante. Se dovessi pensare ad un’ambulance song, sceglierei questa. Beggar’s Blues. Mi ha salvato la vita, in qualche modo? Sì, decisamente. Lo ha fatto perché dopo quel disco, e dopo quella canzone, ho dovuto ripercorrere tutto quello che credevo non solo di sapere, ma anche di amare della musica. Ho conosciuto un cantante che mi accompagna ancora dopo quindici anni da quando l’ho ascoltato per la prima volta. Mi sono imbattuta di un genere, il folk/blues (o il cantautorato americano, più semplicemente) che forse, senza questa canzone, non avrei mai avvicinato. Mi ha plasmato. Ha costruito una miriade di ricordi, veri e immaginati. Altri dischi, altre canzoni, altre storie che adesso fanno parte di me, sono arrivati grazie a questa canzone.
Sono passati tanti anni. Quel Lanegan non esiste più. Adesso è immerso nella nebbia dell’elettronica e della new wave degli ultimi anni e, con una punta di malinconia, ammetto di non riconoscerlo più. Gli sarò sempre grata per tutto quello che ha rappresentato, da quella sera di novembre in qui la me diciassettenne scoprì che c’era un modo nuovo di ascoltare e amare la musica.
La persona che ha trovato strano che a quattordici anni ascoltassi i Nirvana è mio fratello. Ha diciotto anni. Sta scoprendo con meraviglia e piacere la stessa musica che io scoprii con la guida del grunge. È nato a marzo del 2001, esattamente un mese dopo in cui ebbi il mio primo, salvifico incontro con l’uomo umorale e umbratile. Gli terrò la mano in questo viaggio, come ha fatto con me il mendicante del Blues di cui Lanegan ha incarnato la voce e lo spirito.

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