Giorgio Gaber – Quello Che Perde I Pezzi, Giacomo Lucchesi

2LPCLP2301516_01

Nella stesura del racconto ho (deliberatamente) inserito stralci (più o meno travisati) delle seguenti canzoni: “Vivere”, “Siamo soli”, “Gli Angeli” e “Colpa di Alfredo” di Vasco Rossi; “Mangiafuoco”, “La fata”, “Tu grillo parlante”, “Dotti, medici e sapienti e “Il professor Cono” di Edoardo Bennato; “Il cancro” e “Quello che perde i pezzi” di Giorgio Gaber; “Sterili” e “Baratto” di Renato Zero; “Bocca di Rosa” e “Mègu megùn” di Fabrizio De André; “Rien ne va plus” di Enrico Ruggeri; “Come salvarsi la vita” di Roberto Vecchioni; “Cogli la prima mela” di Angelo Branduardi; “Il frate” di Francesco Guccini; “Se stiamo insieme” di Riccardo Cocciante; Autobiografia industriale” di Claudio Lolli, “interludio” di Claudio Baglioni; “Autogrill” di Francesco Guccinie “C’è da spostare una macchina” di Francesco Salvi.

PERDERE PEZZI(Autobiografia musicale)

“È passato tanto tempo. Vivere!
È un ricordo senza tempo.Vivere…”

In ospedale le sciagure hanno un peso diverso. Una sera arrivò nella mia stanzaun ragazzo ligure poco più grande di me. Era un giovane operaio che si era tagliato le prime falangi delle tre dita centrali della mano sinistra.
Quando sul posto di lavorosi viene a conoscenza di una notizia del genere l’incidente può assumere proporzioni talvolta persino esagerate rispetto a quanto veramente accaduto. In ospedale invece, più abituati alle disgrazie, si tende a minimizzare: “Le prime falangi mozzate? E’ andata bene. Poteva restare sotto alla macchina operatrice con l’intera mano. Sarebbe stato molto più grave.”
E’ vero: non c’è limite al peggio. Eppureavere l’impressione di essere scampati ad un rischio maggiore fa spesso mettere il cuore in pace. Inoltre la consapevolezza che ci sia qualcuno in condizioni peggiori della propria toglie il diritto a lamentarsi. Talvolta rinfranca pure. Forse è questo il motivo per cui si dice: “Mal comune, mezzo gaudio”.
In effetti i dottori erano tutti d’accordo sul ridimensionare le conseguenze del tragico accaduto: “Oggi le falangi le riattacchiamo in men che non si dica. Basta agire per tempo. Quelle del ragazzo sono arrivate qui in buono stato. Andrà tutto bene”.
A fine dell’intervento chirurgico la notizia del buon esito passa dal chirurgo ai parenti, dai parenti agli amici, dagli amici ai compagni di stanza alla velocità della luce. Come una freccia dall’arco scocca e corre veloce di bocca in bocca:
“Tutto a posto. Le dita sono di nuovo complete e le unghie riprenderanno a crescere. L’ha detto il dottore.”
“L’ha detto il dottore”: frase mantra in corsia. Se lo dice il dottore persino l’incredibile diventa quotidianità. Che sia un miracolo?
A volte, stando in corsia, vien fatta di pensare che siamo tutti dei sopravvissuti. Siamo li: questo è il vero miracolo. Altro non è dato pretendere. Siamo lì e siamo vivi, anche se tutto può ancora succedere. Guariremo? Chi lo sa? Usciremo? Chi può dirlo? Si pensa solo a salvarsi la vita. Salvarsela con il rimorso di arrivare quando la nave è già partita oppure giurando il falso incrociando le dita. Però salvarsela, la vita.
Anche nel mio caso, a dar retta allo “specialista”, le cose andavano alla grande. L’unico problema era rappresentato dall’identificazione del punto del corpo da cui togliere osso. Perone o anca? Se le ossa, all’interno del nostro corpo, in qualche modo stanno insieme, ci sarà un perché. Volevo scoprirlo alla svelta così da smettere di logorarmi in congetture sterili.
Ma il dottore la pensava in altro modo. Per lui un osso qua poteva metterlo là, disobbedendo a certe regole “divine”. Per forza. Il vero dio, almeno lì dentro, era lui: il dottorone. Io invece avrei voluto dirgli: “uh, medico mio, medicone. Uh, scendi giù dal seggiolone”.Ma sarebbe stato inutile. Il professore aveva tanto studiato e questo lo faceva apparire un po’ distratto ma, quando parlava, sapeva quel che diceva.
Captando certe frasi, avulse dal contesto, non sembrava nemmeno di stare in ospedale: “Se da un costola è nata Eva volete che noi (plurale maiestatis), da una fibula, non ridiamo l’uso di una mano per agguantare una mela? E’ giovane, bello e fiero e deve poter cogliere la mela”.
Ecco dov’ero! Stavo in una sorta di paradiso in terra, frequentato solo da dotti, medici e pazienti sapienti ma intanto, viziato dal linguaggio medico-etico, fraintendevo molto di quello che ascoltavo in giro.
Sull’episodio del giovane ligure, a forza di origliare qua e là, mi feci un film tutto mio, un assurdo “sbombone” (come chiamavo i sogni ad occhi aperti).
Al momento dell’incidente un collega del mutilato aveva visto schizzar via dita come se piovesse. Per niente impressionato dell’accaduto si era tolto la maschera, mostrandosi finalmente per quello che era: l’angelo custode. Angelo ovviamente camuffato da persona ordinaria. Me lo figuravo mentre si levava la bluastra casacca da operaio restando con indosso la sola biancheria intima.
Sul retro della camiciola c’erano disegnate due alucce stilizzate. Davanti c’era stampata la scritta “ESISTO”, tanto per togliere ogni dubbio agli scettici. Eppoi bastava vederlo all’opera per rendersi conto della sua vera natura. Un angelo custode arriva con le lucciole e le cicale, ti insegna la strada buonae soprattutto sa bene quello che bisogna fare.
Difatti egli aveva raccolto i mozziconi di dita alfine di riporli in un idoneo contenitore, ovvero una busta di plastica trasparente, di quelle usate per conservare il cibo nel congelatore. Le falangi venivano così trasportate con urgenza a Pisa, in elicottero. Nessuno sapeva chi avesse guidato quell’aeromobile. C’era persino chi era disposto a giurare che fosse telecomandato.
Io ero l’unico ad aver capito il trucco. Non era affatto un caso che l’elicottero fosse atterrato sopra al tetto a terrazza del reparto ortopedico.
Gli angeli possono diventare invisibili. Oppure possono entrare nel corpo di altri. Allora mi immaginai un dottore in camice bianco scendere da quel mezzo volante.
Gli angeli sono di una precisione… “chirurgica”.
L’uomo teneva con sé la busta di plastica trasparente al cui interno galleggiavano nel sangue i frammenti di dita. Quelle falangi, staccate dal resto della mano, potevano ancora muoversi per loro conto come fossero palline della roulette. Niente di strano, questo succede anche alla coda mozzata di una lucertola. L’intervento fu super-rapido. Bastarono 3 minuti di anestesia locale, un minuto a dito. Et voilà, ed il medico se ne va. Rien ne va plus e l’angelo non c’è più. Nessuna incognita apparente di uno zero fra il rosso del sangue edun ematoma nero. Il fato ha suturato le ferite, il ragazzo è pronto per nuove partite.
Lo “sbombone” terminò così, con l’immancabile lieto fine. Dopo questa visione affibbiai al compagno di stanza il nomignolo di “Lucertolino”.
Il bello è che in testa mi partivano queste visioni idilliache sulle vicende circostantinonostante la mia reale condizione. Ero chiuso in quell’ospedale ormai da mesi ed una intera equipe di “professoroni” stava ancora studiando come porre rimedio ad una prima operazione andata a “puttane”. Per me si vociferava di un intervento in anestesia totale dalla durata a dir poco imprecisata. Per me si aspettavaaddirittura l’arrivo di un team di esperti in microchirurgia plastica. Mi venne il dubbio che lo sfigato fossi soltanto io:

“…Ma non ho ancora capito,
fra risa per donne e per Dio,
se fosse lui il disperato o il disperato son io…
Ma non ho ancora capito con la mia cultura fasulla
chi avesse capito la vita,
chi non capisse ancor nulla…”

Ah, se avessi conosciuto “Il frate” di Francesco Guccini! Quella canzone si adattava perfettamente alla situazione. Lucertolino, rispetto a me, era veramente fortunato. Fino a qualche giorno prima ero l’unico che poteva camminare e muoversi da una camera all’altra in cerca, durante l’ora dei pasti, di qualche baratto favorevole. Un bicchiere di vino a te, la tua bistecca di maiale a me (si trattava di paziente vegetariano). Giravo come un pazzo e gridavo: “Se ti do il fegato tu che mi dai? Ehì, ti do la ciccia, tu che mi dai?”. Smerciavo cibarie ed allegria.
Una volta scambiai una scatola di fagioli della mia dispensa personale con quattro piatti di lasagne. Accettai il baratto con un veterano del reparto, uno di quelli con scarse speranze di uscire presto da lì. Le lasagne erano portata fissa una sola volta alla settimana. Per avere indietro quanto mi spettava attesi un mese intero. Tempo ne avevamo entrambi. Capacità di spostamento, soltanto io.
Adesso, invece, pure il “piccolo sauro” ligure andava in giro per le corsie che sembrava un indiavolato. Eppoi non si chetava neanche un secondo, sparando cazzate a raffica. In pratica, rompeva i coglioni. Lui non ci badava ed insisteva.
Per dirla con un termine delle sue parti, era un vero “belin”. Quando mi raccontò per l’ennesima volta, con dovizia di particolari “splatter”, il misfatto che l’aveva portato lì, avrei voluto mozzargli la lingua.
Chissà se pure quella si riattaccava subito? Morivo dalla voglia di scoprirlo.
Non lo sopportavo. Era uno di quelli a cui sembrava figo scrivere sul diario sentenze del tipo: “Per te mi ucciderei con un coltello… di burro” oppure “Per te mi butterei giù… dal marciapiede”. Lui diceva che le frasi d’amore classiche non funzionavano più. Alle ragazze bisognava dire qualcosa di ironico, leggero, disimpegnato. A me sembravano solo scemenze, invece lui ci rideva sopra. Rideva di niente o almeno così appariva ai miei occhi un po’ invidiosi. Eppure c’era qualcosa che lo turbava nel profondo ed ogni due per tre andava in crisi. Guardava la sua mano sinistra e si augurava di poter tornare a poggiare i polpastrelli sulle corde della chitarra elettrica.
La sua chitarra elettrica di qua, la sua chitarra elettrica di là, l’amplificatore, il distorsore, il wah-wah. L’elenco proseguiva con altre impronunciabili quanto irrinunciabili diavolerie.
Una mattina si mise a sedere sul mio letto mentre cercavo di convincere Morfeo ad offrirmi una seconda possibilità. La notte precedente, tanto per cambiare, avevo tenuto compagnia ai ragazzi con problemi di scoliosi. Mi ero infilato nel letto che era già mattino. Mi sentivo più cotto del solito ed avevo fatto una gran fatica ad addormentarmi. Poi, dopo poche ore di sonno, era suonata la sveglia “umana”, rappresentata dagli infermieri muniti di bacinella ed asciugamano per la giornaliera lavata di faccia di gruppo. Rito mattutino che avevo scrupolosamente evitato rifugiandomi sotto le coperte. Speravo così di riaddormentarmi in tempi brevi.
Purtroppo non avevo tenuto conto di Lucertolino.Lui si era accomodato vicino a me chiedendomi se ero sveglio. Non ottenne risposta alcuna. Lui cominciò ugualmente a parlare. Sarà stato il tono di voce piuttosto alto, sarà stato l’accento ligure, sarà stato che reggevo poco il soggetto, fatto sta che ero in allarme. Potevo abbandonare qualsiasi velleità di concedermi una seppur minima pennichella.
“Stai a vedere che ora riparte daccapo e si mette nuovamente a raccontare come la sua povera mano gli sia rimasta nella pressa da taglio” – questo pensavo fra me e me – “se lo fa giuro che gli allungo un cazzotto sul naso”.
Non fu necessario sferrare alcun pugno. L’argomento era totalmente nuovo: “Conosci il grillo parlante?” – mi chiese. Ormai avevo gli occhi aperti e non potevo certo continuare a fare scena muta ma mi pareva che la domanda fosse a trabocchetto in quanto eravamo entrambi cresciutelli per la favola di Pinocchio. Per non dargli corda non feci motto. Annuii con un cenno della testa.La seconda domanda arrivò rapidissima: “Mangiafuoco?”.
E’ uno scherzo, questo? E’ forse un gioco? Quali fili voleva muovere quel compagno di sventure? Urgeva un tentativo di ragionamento minimamente sensato. Fenomeno non semplice nel mio stato di trans da insonnia indesiderata. Dunque, i quesiti vertevano entrambi sulla favola scritta da Carlo Lorenzini. Fino a lì non ci pioveva. Siccome ci trovavamo in quel del presidio ospedaliero di Santa Chiara – Pisa – Toscana – Italia, questioni del genere mi sembravano del tutto inutili. Inoltre, al momento in cui eravamo diventati “colleghi”, mi ero presentato come da etichetta. Nome, cognome, residenza e via dicendo. Possibile che egli ignorasse che provenivo, più o meno, dalle parti di Collodi? Chi nasce nei dintorni di tale località difficilmente può evitare di cadere, prima o poi, nel pozzo profondo dei racconti che hanno al centro il burattino di legno. Io c’ero schizzato dentro da piccino piccino ed ancora ne portavo le conseguenze.
Come Obelix, che per essere finito da bambino dentro il pentolone della pozione magica non può più berne anch’io, in fatto di insegnamenti dettati dalla morale cattolica ottocentesca, potevo ritenermi saturo. Ero cresciuto con il patema che le bugie avessero le gambe corte o facessero crescere il naso.
“Ti verrà un naso così”, mi veniva detto a mani aperte. Fra una mano ed un’altra c’era, senza esagerare, almeno mezzo metro. Orrore. Con un’appendice del genere mi sarei certo vergognato ad uscir di casa.
Comunque, non credo che pensai a tutto questo prima di rispondere.Con lui tagliai corto e sbottai: “Ho presente Geppetto, Mangiafuoco e so pure chi è la fata Turchina!”. Nel frattempo avevo alzato la voce: “Turchinaaa. Hai presente?”. Ero lì lì per perdere la pazienza. Mi veniva di continuare con una vociaccia piena di ragni, di granchi, di rane ed altre cose un po’ strane: “Io so bene chi è la fata Turchina e pure quel disgraziato di un granchio che grida chetati al vento”.
Poi mi frenai e chiusi il discorso in calando, quasi rassegnato: “Tu che ne saidella fata Turchina?”.
Mentre ponevo quella domanda la mia mente, stile registratore a cassetta, era andata avanti con “>>” ed in modalità automatica aveva fatto partire un brano: “tu che ne sai come sto ioche provo a ri…”.
La voce di Lucertolinofunzionò da tasto “stop” dei miei pensierimusicali.
“Tu volevi dire LA FATA” – mi corresse così. Era veloce a replicare e son convinto che, nel frattempo, dentro la sua testa, ripassassepure qualche verso:

“C’è solo un fiore in quella stanza
e tu ti muovi con pazienza
la medicina è amara ma
tu già lo sai che la berrà…”

Ecco qual era lo scopo di quei suoi discorsi seri e inopportuni. L’album “Burattino senza fili” di Edoardo Bennato era uscito da qualche annoe lui aveva imparato i branirock presenti in quel concept album.Era entusiastae ci tenevafarmelo sapere. Addirittura,voleva a mostrarmi la sua abilità tecnica e, mentre muoveva le dita “monche” della mano sinistra su di un manico fantasma, sorrideva contento. Suonare Bennato su di una chitarra invisibilebastava a farlo divertire. Purtroppo, l’effetto benefico di quella musica “silenziosa” durò pocoed in un attimo (ma come accade spesso) cambiò il voltodi ogni cosa. La sua faccia si fece alquanto triste e dalla sua bocca ripartì, come da un disco rotto, il racconto “pulp” di come avesse perso parte delle sue preziose mani.
Sperai che si sarebbe stancato presto ma mi illudevo. Ci sarebbe voluta una fata vera, capace di farlo sparire. Invece niente. Le magie, in quell’ambiente, erano riservate ai medici.
Medici veri e non corvi o civette.
Così bevvi, ancora una volta, l’amara medicinadei suoi racconti dell’orrore ma poi trovai un’insperata via di uscita.
“Non ti preoccupare per poche falangi” – lo rassicurai caustico – “a furia di operazionia me è rimasto solo un gran testone ed un testicolo per la riproduzione”.
Controbattere alle sue lagne con“Quello che perde i pezzi” di Giorgio Gaber si rivelò mossa vincente. Evidentemente “Lucertolino” non conosceva il repertorio del “cantattore”milanese, così resto di sasso e si chetò.
Quella volta fui io a ridere di gusto.
Ridemmo ancora (quella volta assieme) il giorno che mi fece ascoltare la parte per chitarra elettrica di “Tu grillo parlante”, grazie alle dita risanate dai “professoroni” pisani ed una amicizia nata da uno“scontro”…musicale.

“…vivere!
È un po’ come perder tempo
Vivere e sorridere…”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...