Litfiba – Dimmi Il Nome, Davide Morresi

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La puntina in diamante

1993. Prima liceo.
Un Booster sotto il culo.
E dodici chilometri dal paese alla città, tutti i sabati pomeriggio, qualsiasi tempo facesse.
Dovevo andare al Discorso. A quei tempi mi sembrava un nome fenomenale per un negozio di dischi piazzato in mezzo al corso. Ora per fortuna ho cambiato idea, ma mi viene sempre il sorriso quando lo nomino.
Con il titolare c’era un reciproco e riservato rispetto. Entravo, salutavo, lui alzava lo sguardo, accompagnava la smorfia di saluto con un mugugno, e tornava sulla pila di fogli appoggiata sul bancone, che sembrava contenere il segreto sulla morte di Elvis Presley e di Jim Morrison, ma che in realtà era un elenco di cifre, date, titoli, e documenti amministrativi vari.
Kurt Cobain schitarrava ancora e Smellslike teen spirit faceva esplodere la pista della discoteca la domenica pomeriggio. Anche Jeff Buckley era vivo ma non lo conoscevo ancora: Grace sarebbe uscito l’anno seguente. I Pearl Jam avevano già pubblicato Ten ma io me ne sarei innamorato qualche anno più tardi.

Ingurgitavo musica come un neonato con il latte dalla tetta della madre.
Leggevo libri come un Leopardi qualsiasi buttato a forza tra la gente.

Il titolare mi voleva bene. Credo.
Arrivavo con una lista di canzoni scritta su un foglio strappato da un quaderno. Lui mi lasciava ascoltare quello che volevo: apriva con un taglierino il cellophane, estraeva il vinile e lo poggiava su un giradischi Technics. “Ha la puntina in diamante” era solito dirmi ogni volta. E io li bevevo. Anche due o tre in un pomeriggio. Poi ne portavo a casa uno o due. E spesso non erano quelli ascoltati.
Decine di canzoni nuove ogni sabato. Segnavo i brani durante la settimana. Li scoprivo nelle riviste musicali o nelle citazioni di qualche romanzo. Ricordo di aver scoperto Bruce tramite L’ombra dello scorpione di Stephen King. Iniziai quel libro e, prima ancora dell’incipit, subito dopo la dedica alla moglieTabby, c’era una citazione da Junglelanddi Bruce Springsteen, l’ultima strofa per intero.

Anni dopo avrei rivisto quell’uomo, di cui non ho mai conosciuto il nome, in Rob Fleming. Nick Hornby deve aver scritto quel libro dopo essere stato a Jesi e aver messo piede dentro al Discorso. Poi se n’è tornato sornione a Londra e ha pensato: “Eh no però se ambiento un romanzo a Jesi non mi si fila nessuno, meglio ambientarlo a Londra”.
Sì, certo, deve essere andata così.

Un giorno il Rob Fleming di Jesi mi fa: “È uscito il nuovo che dicevi”.
“Quale?”
Tira fuori da sotto il bancone un vinile che mi incanta. Il nome della band troneggia, con caratteri che ricordano il logo dei Metallica, sopra un pugno di magma che freme dalla voglia di sfondare il cartoncino e spaccare il naso a qualcuno. E sotto, il titolo: Terremoto.
Era l’album dei Litfiba dedicato alla terra. Prima di questo, El Diablo era stato offerto al fuoco. Dopo sarebbero arrivati Spirito per l’aria e Mondi sommersi per l’acqua.
La copertina incandescente ricordava ancora il fuoco, era forse un collegamento al precedente disco. Quel pugno infuocato poteva anche partire dal centro della Terra e farne tremare la superficie. La Teoria della Tettonica delle placche era una cazzata gigantesca e i Litfiba avevano capito tutto. Poteva pure essere, no? In fondo anche la Terra era piatta prima di Galileo. E, a dire il vero, c’è chi la ritiene ancora tale, ma questo è tutto un altro discorso.
Nella copertina di Spirito ci sarà Piero Pelù fotografato da sotto e le piante dei suoi piedi sono appoggiate su una lastra di vetro. Bella spessa. L’idea che mi piace tenermi è che sia piazzato sulla terra, che però non si vede per qualche magia grafica.
La cover di Mondi sommersi raffigura un bambino avvolto da un saio tibetano rosso, che gli copre bocca e naso, come a proteggerlo dall’aria inquinata, e sullo sfondo un ponte su un fiume.

“Ha la puntina in diamante” scandisce il mio Rob prima di abbassare la leva.
Il colpo del contatto con il disco.
Il fruscio.
Uno scacciapensieri siciliano a introdurre Dimmi il nome, e una serie di parole che sembrano buttate lì a caso.
Poi un grido che la canzone italiana dell’epoca è un growl.
“O’ terremooooooto”.
E io spalanco occhi, bocca, orecchie, cuore.

Davide Morresi è una delle anime di Read and play – le colonne sonore dei romanzi, un progetto che vi consigliamo di visitare e che, come Ambulance Songs, abbina musica e parole.

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