American Football – Stay Home, Michele Palozzo

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Non ce lo dicono, da bambini, che c’è una forma di conforto e di consolazione nella solitudine. Forse saprà dirlo un bravo psicanalista, pur dopo aver ribadito che l’uomo è per sua natura un animale sociale, e che l’intera nostra esistenza si basa necessariamente sulla relazione con l’altro, ancor prima di uscire dal ventre materno. Ma negli anni della formazione non esiste, per quel che mi risulta, un’educazione all’autonomia emotiva, un’ABC del distanziamento che permetta di scongiurare – almeno in parte – le future sindromi dell’abbandono.

Stare da soli, insomma, può anche essere una scelta incondizionata, in risposta a un’estrema necessità di ascoltarsi, di entrare in contatto con tutta quella sfera – invero facilmente eludibile – di pensieri e sentimenti prettamente privati, per così dire “inderogabili”. Ed è un dato di fatto, poiché sono in tanti a riferirlo, che una delle più autentiche e vittoriose conquiste che un individuo possa fare in termini di benessere sia quella di trovare un proprio spazio fisico e mentale, la cellula primaria di una comfort zone dalla quale tutte le esperienze di vita possano irradiarsi.

In seguito a una pre-adolescenza tendenzialmente antistante alle cerchie dei compagni di classe – troppo poco sveglio per stare al passo con gli sconvolgimenti puberali, o per farmi valere su qualsiasi campo sportivo -, gradualmente l’emarginazione si è trasformata in uno stile di vita, e nella penombra della mia stanza si sono aperti mondi ignoti ai miei coetanei, persino ai miei familiari. La mia introversione si è specchiata nell’oceano senza legge né confini dell’Arte: pagine, immagini, tracce nelle quali affondare affinché nessuno potesse più trovarmi.

“That’s life, it’s so social / so physical / so emotional”. Nel precoce capolavoro degli American Football il sapore agrodolce di un’eterna adolescenza emana dagli arpeggi delle chitarre elettriche in clean, con una limpidezza tale per cui gli scarni versi delle liriche divengono quasi accessori. È tutto condensato in pochi motivi ripetuti come mantra rassicuranti, l’innocua auto-suggestione che non ci sia nulla di grave o di strano nel sentirsi soli. “Don’t leave home again / If empathy takes energy / ‘cause everyone feels just like you.”

Non è certo una strada senza sacrifici: il prezzo di conoscere davvero se stessi, in prima istanza, espone al rischio di una profonda incomprensione reciproca, e ogni allargamento del cerchio rappresenta una potenziale minaccia a quell’equilibrio così faticosamente perseguito. Ma una volta che le vostre fondamenta saranno abbastanza solide, aprire la porta di casa non farà più paura e l’incontro diverrà un’esperienza quantomai rigenerante. Salvo poi scoprire che forse, in fondo, chi ha sempre scelto la socialità era persino più solo di voi.

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