Jesus and Mary Chain – Upside Down, Marco Rovelli

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IL ROVESCIAMENTO (o L’ESPLOSIONE DELLE FORME)

C’era il condominio, la statale col suo traffico davanti al portone del condominio, il negozio della corniciaia accanto al portone del condominio. Il culto delle apparenze, salvare le forme. La messa della domenica mattina, il buongiorno buonasera, il dottore del quarto piano che ti guardava come un avvoltoio col Giudizio sempre nel taschino. Un piccolo mondo antico, una bolla dove non senti mancare l’aria finché resti al posto assegnato, nella forma stabilita.
Poi tutto si rovesciò. E a compiere il rovescio fu la musica, che prese quel mondo e lo mise a testa in giù. Le forme si rovesciarono. Quella mediocrità, dove ogni picco di intensità sociale era bandito, esplose. Fu la musica a far esplodere le forme. Forme che saltano in aria e ricadono a pioggia, come più tardi avrei visto in Zabriskie point. Forme che si dispiegano, si squadernano, si mescolano in un continuum che chiama a trasformare la vita. Changer la vie, scriveva il poeta che più degli altri accompagnò quel rovesciamento, Rimbaud. (Il rovesciamento delle forme, lo sregolamento dei sensi).
Furono tanti a operare quello scardinamento. I Cure, i Joy Division, i Sisters of Mercy… punti di intensità dove il “nero” di un ripiegamento su un’interiorità da esplorare si combinava con un battito potente, con quel pulsare del sangue che finalmente si trattava di sentire, e col quale scorrere. Scorrere, esplodere, rovesciare. Tutto quel fiume impetuoso che mi travolse si concentra in un punto (in fine occorre sempre dare un nome che faccia segno per quella vita che a un nome sfugge): ed è il primo 45 giri dei The Jesus and Mary Chain. Upside down.
Quando i dischi si compravano in vinile, ed eravamo senza rete, ci affidavamo alle riviste specializzate per farci un’idea. La mia rivista specializzata di riferimento era Rockerilla, che leggevo con passione e devozione. Fu lì che lessi una recensione sul primo 45 giri di questo gruppo scozzese. Vorrei recuperarla, se non fosse che quelle riviste sono sepolte in qualche scatola in cantina, e in ogni caso la memoria che conta è quella che resta senza supporti. Non so chi fosse stato a scriverne, né quanto fosse lunga; ma fu quanto bastava per consegnarmi all’evento Jesus and Mary Chain. Del resto c’era nel nome stesso una forza che mi chiamava, una forza di rovesciamento del mondo delle forme che mi circondavano, della messa domenicale, quella forza blasfema che sprigiona da un dislocamento percettivo che t’incatena. Così un giorno, con qualche compagno di scuola, andai a Firenze, al tempio della Contempo records, giusto dietro piazza della Signoria: quella era la nostra signoria musicale. E fu lì che misi mano a quel 45 giri, nella sua prima edizione originale, che arrivava direttamente di Glasgow, e di cui avevo letto che gli stampatori del vinile si erano rifiutati di stamparne altre copie per la blasfemia del nome della band.
Upside down: tutto esplose, e il sopra diventò il sotto, e il sotto il sopra, in una deflagrazione alchemica. Quella nenia che promanava da un’infanzia smarrita in una deserta periferia metropolitana, e intorno i rumori del ferro, di una fabbrica di avvenire, una fucina demoniaca di tagli sulla pelle e feritoie psichiche. Non capivo tutto il testo, coglievo alcuni versi (ed era così chiaro: another ringing sound; bad, sad, mad), ma sarebbe bastata la frase Inside I’m upside down, per sentire quel pezzo come il mio manifesto esistenziale.
Da lì fu una cascata, cominciai a comprare tutto quello che usciva da quella fabbrica, 45 giri, 10 pollici, 12 pollici, e l’epocale Psychocandy. Riuscii anche a andare a vedere il concerto di quel tour, al Tenax di Firenze, eludendo il veto alle uscite serali che i miei genitori avevano messo per il non brillante rendimento scolastico di quell’anno. Arrivammo nel pomeriggio, e incrociammo quei quattro ragazzetti brufolosi che uscivano dal check, conservo ancora gli autografi che mi fecero sul biglietto del regionale. La sera poi comparvero a mezzanotte, e suonarono quaranta minuti. Ma fu una potenza di fuoco smisurata. Il mio mondo non era più lo stesso. Upside down.

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