Lu Colombo – Maracaibo, Filippo Ricci

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Odio la discoteca. Preferirei andare a messa piuttosto che a ballare. Ci sono situazioni in cui non posso tirarmi indietro e, per evitare conflitti peggiori di quello arabo palestinese, decido di assecondare il volere del gruppo, ritrovandomi spaesato dietro le linee nemiche a combattere per difendere la mia integrità musicale. Il finale delle battaglie affrontate segue più o meno lo stesso canovaccio: uscita in avanscoperta con tentativo abbozzato di adeguarmi alla serata e di scendere in pista, tempo un cocktail stomachevole e imbevibile, e si torna in trincea aspettando la fine dei bombardamenti.

Sabato scorso è stata una di quelle serate e, fra un sonnellino su divanetti comodi come il filo spinato e una boccata d’aria fresca per evitare lo sgancio di alcune armi di distruzione di massa, ho osservato il nemico. Una volta in battaglia distingui meglio i lineamenti di chi stai affrontando ed è proprio vero che la guerra non fa prigionieri. Sono tutti lì, davanti a me: una bottiglia da 100 € ordinata al tavolo e il sorriso timido di chi aspetta solamente che l’alcol sciolga i freni inibitori per dimenticare le frustrazioni che ogni giorno ci autoinfliggiamo. Poi tutti a ballare, o meglio a muoversi sulle note dell’antifurto di un camion posteggiato davanti a un cantiere in costruzione.

In discoteca puoi trovare le stesse identiche persone in tutte le parti del mondo, da Shangai a Roseto, da Toronto a Napoli. Non dovrebbe sorprendermi che, oltre alle persone, anche la musica che si ascolta è la stessa. Magari cambia la marca del camion ma insomma il suono dell’antifurto è più o meno quello. Mi fa male come una mina esplosa mentre stai al riparo dietro le linee constatare che la musica ha perso il senso di aggregazione che probabilmente aveva tempo fa. Non avendo vissuto la guerra in Vietnam non posso testimoniare quale fosse il suono dei camion dei vietcong. Ma, come sintetizzava perfettamente il sergente Francesco Farabegoli, oggi non siamo sicuri che una persona che ascolti Steve Reich sia per forza nostra amica. E anche se a me Steve Reich non piace, potrei sostituire il suo nome con uno dei tanti gruppi che ascolto quotidianamente. La musica non ha più il potere di farti sentire parte di un gruppo ma piuttosto può servire da scudo di protezione. Si è passati dal considerare la musica come un’arma potentissima a disposizione delle persone ad uno strumento di difesa personale. E così anche il mio atteggiamento si è evoluto di conseguenza: prima, quando ero in macchina con altre persone e in radio passava un pezzo che mi piaceva, cercavo di condividerlo coinvolgendo gli altri che non lo conoscevano. Ora spero che i pezzi che piacciono a me, gli altri non li conoscano e me li tengo ben stretti al riparo dal nemico.

Maracaibo la conoscono tutti. Credo davvero tutti. Se mi fermassi a chiedere per strada a tutte le persone fra i 15 e i 35 anni se conoscono Maracaibo probabilmente otterrei una risposta unanime. Pochi di loro conoscono la storia dietro Maracaibo e probabilmente associano la canzone alle feste con Jerry Calà e alla voglia di rimorchiare. Credo in pochi sappiano che uno dei protagonisti principali della canzone è Fidel Castro, ma questo poco conta. L’importante è il rum e la cocaina. Ogni volta che sono andato in discoteca Maracaibo c’era sempre, ovviamente, e puntualmente sul mio viso è comparso un ghigno soddisfatto. La canzone è fantastica, con la giusta dose di ritmi esotici e narrazione malinconica (“fuggire si ma dove?”). Mi porta alla mente le avventure tropicali di Corto Maltese e la nostalgia del sud America. In pista partono con il trenino mentre io mi imbarco su un gommone per il Venezuela. Per molti un semplice sparo in una notte di bagordi, per me un viaggio verso la libertà.

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