Riccardo Sinigallia – Io sono Dio, Giuliano Delli Paoli

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Ci sono infiniti modi per salvarsi. La strada intrapresa per la salvezza offre spesso sentieri impensabili, talvolta assolutamente impervi e ostili. Una canzone che ti salva la vita può anche banalmente sottrarti qualcosa e accendere un fuoco bruciando una parte di te che mai più tornerà, prima di fuggire via sbattendo vivacemente la porta. Sono quelle canzoni che illuminano per schiettezza e coraggio. Tracce di musica fuori dal coro, magari senza un refrain avvincente o una strofa avvolgente. Canzoni nate per seppellire un tormento, e non per allietare l’umore del momento. Brani le cui parole si snodano il più delle volte senza troppi fronzoli, dando vita a una giravolta di sensazioni immediate tutt’altro che suadente. Ebbene, risulta difficile per me dimenticare la prima volta in cui una di queste canzoni scosse profondamente il mio io. Correva l’anno 2003,e quella cosa chiamata mondo non se la passava di certo bene. Le torri gemelle cadute solo due anni prima, lo sgomento planetario e tutto l’ambaradan post bellico di notizie sconvolgenti che arrivavano dagli States, così come dall’ex impero persiano, fluttuavano nell’aria come particelle radioattive. Invisibili e apparentemente lontanissime, eppure sostanzialmente letali.
Appena ventitreenne, in quei mesi di trambusto mediatico trascorrevo ore e ore davanti al televisore, alla ricerca della notizia migliore, del dettaglio (av)vincente. Ad alimentare la mia curiosità, era la similitudine con quanto accaduto circa dieci anni prima tra il rais di Tikrit e l’ex petroliere di Milton divenuto presidente. Questa volta, però, i fatti suggerivano un intreccio ben più complesso. E gli sterili quattro lustri vissuti fino a quel momento dal sottoscritto erano davvero troppo pochi per arrivare a cogliere il senso profondo della tragedia alle porte. I Bellini e i Cocciolone, messi in mostra come trofei e poi rilasciati senza troppe storie,diventarono ben presto un pallido ricordo dinanzi agli sgozzamenti in diretta per mano degli estremisti islamici. Improvvisamente, il petrolio trovava finalmente il suo vero nome: Dio. La religione tornava dunque ipoteticamente al centro di un conflitto destinato sulla carta a risolversi in pochissimo tempo, come accaduto nel ’91 con il sopravvalutato esercito iracheno – a conti fatti ridotto allo stremo dopo anni di guerra contro i cugini iraniani – spazzato via dalla Nato in fretta e furia, a suon di bombe e morti innocenti. E così, il Dio assente divenne nel giro di alcuni mesi cuore pulsante di una contesa ideologica tra Occidente e Medio Oriente, spinto da estenuanti dibattiti mediatici e improvvisate teorie del complotto all’orizzonte. Una narrazione snervante per lo scrivente, nel frattempo sempre più attratto dal sound elettronico dei corrieri cosmici tedeschi. Figli, questi ultimi, di una generazione che il mondo l’aveva quasi messo alle corde cinquant’anni prima, e senza alcun Dio da sventolare, avvalendosi “soltanto” della malefica potenza della follia. Intanto, nell’amato e odiato Belpaese c’era ben poco a distrarmi sul piano musicale. Di interessante nulla o quasi. Tutto ridotto a Mario(ne) Merola che si alza in piedi per applaudire Bono Vox all’Ariston davanti a più di dieci milioni di connazionali incollati allo schermo,assopiti come polli dal primo devastante lustro berlusconiano, e un Apicella che se la ride ad Arcore.Certo, all’epoca mai avrei creduto di potermi imbattere nell’ascolto di una canzone che riuscisse a racchiudere in sé qualità che credevo perdute della nostra fottuta italianità. Una presa di coscienza messa sul piatto con pungente spiritualismo, inserita in un primo disco omonimo condito da impercettibili svolazzi al synth da fare invidia ai più navigati producer teutonici. Già, le mie orecchie proprio non riuscivano a capacitarsi. Quel ragazzo timido, capofila della cosiddetta nuova scuola romana composta daivari Gazzè, Fabi, Zampaglione e Silvestri, che aveva avuto l’involontaria intuizione di scansare il successo, emanava di sana pianta una luce accecante dall’alto di un’evidente superiorità artistica. Un alieno gentile, le cui parole sembravano uscite da un incontro finito male tra Nietzsche e Spinoza. Una canzone, “Io sono Dio”, capace di scaraventare nel cesso ogni pseudo certezza del sottoscritto, liberandolo come un platonico cavernicolo che apre gli occhi prima di tirare con forza lo sciacquone e fuggire via, il più lontano possibile.

Io sono Dio ed io so che tanto questo basta
E vi ho seguito ed imitato e adesso basta
È il turno mio
Son buono anch’io anzi più bravo io
Io sono Dio e non mi lamento per questo
Almeno posso entrare gratis nei locali

Esternazioni che sembrano scritte dal pronipote di Zarathustra. Il tutto mentre strofa e ritornello scazzottano, sussurrandosi pensieri sparsi sul ritrovato (D)io.

Io sono Dio, io sono Dio
E gli assomiglio perché sono io
E non mi nascondo
Io mi concedo a tutti senza condizioni
Anche a chi non ha gusto e inclinazioni
E i miei amici sono contenti
E mi fanno i complimenti

Parole che manderebbero in “frantumi” sia un esercito di yankee imbottito di steroidi che di incappucciati dalla barba lunga incazzati come iene a digiuno. Parole che hanno il dono di sollevarti da terra come un Krishna che ha capito tutto al quinto cicchetto di vodka e si trasforma in un Pavese qualunque seduto al bancone del bar. E’ la forza dirompente di una canzone che non vuole saperne di specchiarsi come gli opinionisti alla Tv costretti a sentenziare su tutto e il suo contrario, e che tutto travolge, al netto di una timidezza recondita che si converte di scatto in energia atomica, assumendo la forza distruttrice di un Enola Gay che sorvola libero sui cieli di un cantautorato italiano sempre più auto-citazionista, ipocrita e piacione. Non è più il 2003. E’ l’anno zero di una rivoluzione cantautorale silente che soltanto tre lustri dopo tornerà a chiedere il conto per mano di una flotta di imitatori incoscienti dalle converse bucate e dai capelli sconvolti. La stessa folta chioma spettinata di quel cantautore il cui cognome rimanda per alcuni versi al nome della città cara a Cesare Borgia. Quel (non)luogo apparentemente accogliente in cui attuare la più inaudita delle battaglie. Una “strage” dello spirito che muta in qualcosa di epico e sfuggente al tempo stesso. Ma soprattutto qualcosa di unico nel suo genere, proprio come quel Dio citato a più riprese e sbattuto in faccia con la voglia di salvarsi dal niente e dal sé, dall’inesorabile scorrere delle lancette e dal brusioper nulla salvifico e conciliante dell’uomo.

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