Sigur Ros – Valtari, Ettore Craca

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Abbiamo ormai deciso da un paio di mesi ma ce ne sono voluti otto per rendersi conto che non c’è più nulla che ci possa riunire, siamo troppo lontani ormai.
Abbiamo deciso, si è organizzata per andare via da casa a fine mese. Siamo tutti e due meno tesi ormai dopo mesi da incubo. Resta una cosa sola da fare ancora. La peggiore: dirlo a nostra figlia di cinque anni
Tergiversiamo, prendiamo tempo, nessuno dei due se la sente, è qualcosa di troppo pesante, come trasportare in salita un macigno sulla schiena.
In questi mesi ho passato tanto tempo con lei, piu’ di quanto ne abbia trascorso complessivamente negli anni precedenti, avevo bisogno di sentirla vicina, sentirla mia, avevo bisogno, io adulto, di aggrapparmi a lei bambina. Siamo stati insieme ogni weekend, l’ho portata ovunque ci fosse qualche occasione per farla divertire, parchi gioco, teatro per bambini, laboratori, ludoteche, le ho letto libri, abbiamo visto cartoni animati insieme, abbiamo giocato in casa con qualsiasi cosa. Lei ed io, io e lei. Ci siamo ritrovati dopo esserci persi.
Siamo a casa tutti e tre, lei sta giocando, all’improvviso mentre gioca dice:

“vi ricordate Benedetta ?” ….
“quale Benedetta ? una compagna di scuola?”
“no la figlia di Lele quella che c’era alla festa, quella che ha il papà e la mamma che non vivono più insieme”
“….”
“voi mi promettete che non vi separate vero ?”

Il velo è squarciato, ingenui noi a pensare che 10 mesi di tensione controllata avrebbero potuto passare inosservati agli occhi di una bimba di cinque anni. Ha capito tutto. Chissà da quanto.
Mi sento fragile come cristallo, non so come riesco a controllare le ghiandole lacrimali.
Le parliamo insieme, cerchiamo di spiegarle, di tranquilizzarla, le solite frasi che si dicono in queste circostanze: “non ti devi preoccupare, tu non c’entri nulla, il papà e la mamma non possono più vivere insieme ma ti vogliono entrambi più bene di ogni cosa al mondo e continuerai a vederli quando vuoi”.
Già certo…non c’è altro modo di rassicurare un bambino, non c’è altro modo per cercare di annullare ogni suo possibile senso di colpa, ogni sua paura del futuro.
Lei non riesce a guardarci negli occhi, guarda in basso, non piange, non si lascia andare, cerca di controllarsi come se sapesse, a soli cinque anni, che se uno di noi iniziasse a lacrimare non ci sarebbe nessuna possibilità per gli altri di trattenersi.
Provo vergogna a trovarmi di fronte ad una bimba che, non piangendo, si fa carico di una cosa così grande come la separazione dei genitori, provo vergogna per aver atteso, per mancanza di coraggio, che lei prendesse l’iniziativa per sapere cosa stava accadendo, cosa sarebbe accaduto.
Siamo qui, l’abbraccio forte, le do un bacio e le dico che le voglio un bene immenso. Lei va a letto accompagnata dalla madre.
Resto in sala, svuotato, privo di ogni forza.

Spengo le luci.

“Faccio partire il lettore, dentro c’è un cd dalla sera prima. E’ “Valtari” l’ultimo album dei Sigur Ros uscito da qualche mese.
Mi sdraio sul divano al buio
Lascio sciogliere il nodo di dolore dentro il petto
Chiudo gli occhi
Lascio fluire tutte le lacrime che ho.

“Valtari” e’ il termine islandese per “rullo compressore” ma questo lo scoprirò solo qualche tempo dopo.

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