The Triffids – Stolen Property, Mario Colella

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Quando un giorno che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra fin dall’inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va.
Ebbi questa impressione fin dal primo momento, svegliandomi.

(John Wyndham, “The days of the trifids”, trad. di Marina Bulgheroni, Introduzione di Fruttero e Lucentini, A.Mondadori, 1952)

Ma esistono davvero le canzoni che salvano la vita? O non è il contrario, che cioè ci sono vite che sono canzoni? Vite che salvano le canzoni, pure, perché no? Borges diceva che il mondo è un sogno che facciamo e che comincia a sfaldarsi quando diminuiscono le persone che fanno quel sogno. Ma anche in quel caso, ci sarà sempre un poeta, un nottambulo a sognare, a tenere viva la memoria di quel mondo, dunque la pietas. In fondo a tutto, perciò, c’è sempre un sogno, delle immagini. Il poeta vive di quelle. A me, in questi strani giorni che non sono giorni, vengono in mente immagini di poche settimane fa. Oh, sembra esser passato un lustro almeno. Ecco, mi domando, quando tutti usciremo dall’incubo di queste ore, torneremo ad abbracciare gli amici come prima? O saremo ancora così impauriti? Andremo tutti normalmente in pizzeria o prevarrà la diffidenza che ci farà dire “grazie, preferisco restare a casa”, per non stare troppo vicini, per non incontrare un amico a cui dover stringere la mano? Ci sarà un mondo da ricostruire, ci dicono tutti, ma io dico che il primo mondo da ricostruire sarà quello che riguarda la nostra relazione con gli altri: ci sarà da vincere la paura, l’ossessione sicuritaria e comportamenti, tic, che avremo nel frattempo introiettato. Non sarà facile.

Torno al tema, che non voglio eludere. Dicevo: le vite fanno le canzoni, le salvano dall’oblio, le danno spessore e capacità di sopravvivere ai tempi, durata. Quanta vita c’è nel protopunk di “SubterraneanHomesick blues”? E quanta pelle e strada e puzzo di piscio vomito all’alba sveltina con un trans vene sbrindellate, dietro “I’mwaiting for the man”? Quanta solitudine in “Mistery Train” e invece rabbia in “I wanna be your dog”, ribellione vera, vissuta, orgoglio, in “Redemptionsong”? Gioia e cielo, in “Volare”? Dolore, in “Hurt”? Quanta vita e quanta morte nelle nostre canzoni? E quante e quali canzoni produrrà la solitudine di questi giorni infetti di reclusione, senza la vita stradaiola, senza notti brave e vagabondaggi e abbracci, senza il lavoro che uccide, senza suicidi che valga la pena tentare, senza urla dei bambini all’uscita dalla scuola, senza la città e senza piazze e motori e ragazze e mare e nemmeno blues, ché quello ha bisogno del patto col diavolo all’incrocio tra strade, e qui non vediamo la strada se non per buttare la munnezza alla sera o portare il cane a pisciare, e se c’è qualche povero diavolo che fa lo stesso, non possiamo neppure scambiarci due chiacchiere. Ma forse ne partorirà di eccellenti il giorno dopo, quello in cui non sarà più attesa ma urlo liberatorio e di nuovo futuro e rumba, corse e cuori all’aria per uno sguardo o un contatto, follia e lusso, champagne da cospargersi il capo come a ribattezzarsi, spreco. Forse.

Ad ogni buon conto, nei giorni in cui scrivo, ho ripescato dalla mia collezione, un tempo cospicua – prima che impazzissi anni fa e regalassi dischi a chicchessia salvo poi pentirmene e tentare il suicidio -, un album che avevo perfino dimenticato di avere, o meglio, credevo di aver regalato e mi ripromettevo di riacquistare in cd. Ho messo il vinile ben conservato sul vecchio piatto Marantz comprato nel 1984, ancora a casa dei miei, e l’ho ascoltato tutto d’un fiato. Alla fine, ho riportato la puntina indietro, al primo solco del lato A, e ho ripetuto l’esperienza, e così per altre tre, quattro volte.

“Born Sandy Devotional” usciva nel marzo del 1986 e io ero un liceale che si era perso da un po’ nell’infatuazione per tutto ciò che fosse psichedelia e neopsichedelia. I Triffids erano però una faccenda diversa, figlia dell’amore per iTelevisione i Velvet Underground come per Dylan e forse Van Morrison. E per me – esagero? si, esagero – stavano all’Australia come The Band eranostati all’America. Loro misero in tre, quattro album, quella desolazione dei paesaggi, quel tipo di solitudine e un sentimento di perdita che ha a che fare con quel mondo ma sono anche, è vero, cose universali, che parlano a noi tutti. Nelle canzoni di “Born Sandy Devotional”, più che in ogni altro capolavoro di quegli anni partorito in quelle lande, da “Free Dirt” dei DiedPretty a “Before Hollywood” dei Go Betweens, c’era tutto ciò che richiedeva lo spleen di un diciottenne passato già per Blake/Morrison e Leopardi/Morrisey. Chiudo gli occhi e ascoltandone le tracce mi passano davanti i fotogrammi di “Picnic ad Hanging Rock”e di “Gallipoli” (con un giovanissimo Mel Gibson) di quel Peter Weir che poi si smarrì con “L’attimo fuggente” (qualcuno invocherà pene corporali per il povero scribacchino, lo metto in conto), ma anche, forse per la vena malinconica, il nostro Sordi in “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” e la Cardinale, splendida in quel film, specie quando giungo all’ultimo brano, “Tender is the night”, country songcon la dolce voce di Jill Birt – una Maureen Tucker d’Australia, ha scritto Eddy Cilìa – cui poi si aggiunge quella del compianto David McComb, notevoleautore dalla presenza scenica morrisoniana, come si disse all’epoca.

Ma bando alle ciance, io devo parlarvi di una canzone una. E allora, eccola. Il capolavoro di McComb. Non dico nulla perché le canzoni non si raccontano (non è vero, è che non sono bravo io, con tutte quelle etichette che vi eccitano, post-punk, alt-country, country-blues, boh?, le tirerei in ballo a cazzo per questa meraviglia svilendola). Non ne dico nulla. Solo il titolo: “Stolen Property”. Null’altro. Perché ora la riascolto con voi e, come ogni volta, chiudo gli occhi e… ecco, sto prendendo il volo, non credo che le disposizioni restrittive della nostra libertà personale varate da governo e regioni impediscano anche il volo. Vado.

Dunque, sono fuori dalla finestra. Mi allontano dalla mia abitazione. Mi sollevo senza autocertificazione in tasca. Guardo tutto dall’alto e tra i piedi dei Camaldoli e gli Astroni mi sembra l’Australia.

“Maybe lost possessions, maybe stolen property”. La voce di David mi innalza, mi accompagna in un volo inizialmentecalmo.

“You are not seeing any visions. You are notfreeinganypeople from prison”. Ora mi squarta il petto, mi strappa il cuore con una mano, me lo mostra: siamo dalle parti di Jacopone da Todi al posto di Harry Dean Stantonnel deserto di “Paris Texas”, del Rosso Fiorentino che mette a punto la sua Deposizione mentre in sottofondo scorre il Dylan di “Blood on the tracks”, di Antonello da Messina che dipinge il suo San Sebastiano ascoltando i JoyDivision, ma forse sto esagerando di nuovo, è solo una canzonetta.

“Let her run, let her run away. She can’t hurt you now, can’t hurt you now. She don’t belong any more, learn the hard way”.Me lo rimette al suo posto, il cuore.

Tornerà a battere? Il corso delle cose riprenderà, con una nuova consapevolezza certo, come dopo un distacco traumatico ma necessario da una donna (era ciò di cui raccontava David nella canzone)? Saremo davvero migliori? Lo speriamo tutti, in queste ore.

Intanto io ho ritrovato il disco. Come si dice? I “dischi da portarsi nell’isola deserta”. Ecco, questo qui ce lo portiamo nella nuova vita, non ci salveràforse ma ci aiuterà a non farne un deserto.

“Pick yourself up! Hold yourself up to the light! Duck your head! Watch for the blade!Can’t hurt you now, can’t hurt you now. This is stolen property…”

P.S. Il cuore malandato di David non ce l’ha fatta, complice probabilmente l’abuso di eroina, non ha visto il nuovo millennio. I dischi dei Triffids da avere assolutamente sono “TreelessPain” (1983), “In the pines” (1986), il suddetto “Born Sandy Devotional”. McComb dopo i Triffids, invece, è stato per il sottoscritto una riscoperta, con alcuni dischi (un solo album e alcuni EP) che se non reggono il confronto con quelli succitati, sono pur sempre collezioni di belle canzoni parto di un talento troppo presto obliato, un Graham Parsons (o un Leonard Cohen, fate voi) cresciuto a Perth tra chiese anglicane e romanzi di fantascienza (il nome Triffids è preso daThe Day of the Triffids dello scrittore John Wyndham, un romanzo con epidemie, ricostruzioni di comunità, biologi, guerre contro nemici che stanno al mondo vegetale come i pipistrelli ai mammiferi:il sogno di un apocalittico, nulla a che vedere con la realtà, insomma).

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