Tom Waits – Jockey Full Of Bourbon, Valentina Edna Mazzanti

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Era il 99, avevo 21 anni, lavoravo in una libreria, vivevo con M. ma le cose non andavano benissimo.
Le notizie non viaggiavano ancora così veloci su internet, un giorno torno a casa a pranzo e trovo la mia vicina sul pianerottolo che sta ascoltando Tom Waits. Le dico Ma dai? mi dice Lo sai che viene in concerto? 3 date, un weekend intero, a Firenze.
BOOM. Bisogna organizzare, non importa come, non importa il costo.
Compro i biglietti per la domenica sera con carta di credito, settima fila centrale in platea. mi compro un vestito lungo nero, si va a teatro, c’è Tom.
A teatro siamo distanti dal palco, in platea ma verso le file centrali. Io e M. veniamo avvicinati da una tipa che dice di avere due biglietti per la seconda fila, mentre i suoi amici sono in settima, quindi chiede di fare cambio con noi, così mi ritrovo a un metro e mezzo circa da Tom Waits.
Sale sul palco sul giro di contrabbasso di Jockey Full of Bourbon, e le prime parole che dice sono Edna Million. Mi battezza.
il concerto più bello di sempre, perfetto, assoluto, meraviglioso.
Dopo il concerto, gira la voce che Tom sia già in albergo, ma la band sta uscendo dal retro del teatro. C’erano Marc Ribot e Greg Cohen, a me non è mai interessato avvicinare i musicisti, ma quella sera era diverso, era speciale, ero eccitata. Chiedo a M di andarci, lui mi dice di no, che ha sete, che vuole solo andare a bere una birra, di andarci io se proprio lo desidero, ma lui sarebbe andato nel primo pub aperto.
Penso: siamo in una città che non conosco, di notte, e io sono troppo su di giri. Vado con lui, augurandogli un karma che lo ripaghi della sua stronzaggine. Il karma ci aspetta, per l’appunto, dentro al pub.
Entriamo, e subito lo saluta un suo vecchio conoscente appoggiato al bancone, ci avviciniamo e parliamo del concerto. Viene dal lago di garda, con lui c’è un tizio misterioso, silenzioso, che indossa una maglietta con una foto di tom waits con scritto sotto “I never talk to strangers”. E infatti non mi parla, mi guarda. Ci guardiamo, spero che dica qualcosa per farmi capire chi è, o almeno da dove arriva (poteva essere di qualsiasi posto, in effetti: firenze fu l’unica tappa italiana), ma non succede. Beviamo, salutiamo, andiamo.
8 mesi dopo, io lavoro al cinema di sera, e a pranzo in un pub a brescia. Un giorno mi attardo un po’ di più, e mentre sono fuori dal locale a slegare il motorino, vedo entrare il conoscente di M.,quello che era al bancone del pub di Firenze. Non ci penso due volte, è l’unica occasione che ho per rintracciare l’altro: mi fiondo dentro, mi siedo al suo tavolo gli chiedo se si ricorda di me, la ragazza di M, lui mi dice di sì. Improvviso pur di parlare con lui: chiedo se ha la registrazione del concerto, mi dice di no, ma che forse ce l’ha il suo amico B., quello che era con lui.
Gli chiedo il numero, me lo dà.
Esco dal locale, chiamo subito B. E’ passato quasi un anno, gli dico: ci siamo incontrati dopo il concerto, nel pub, ti ricordi? Mi dice: sì, sei la ragazza dal vestito lungo.
A quel tempo non c’erano smartphone, non c’era whatsapp, B abitava sul lago di garda, e si stava accingendo a passare una settimana di ferie in sardegna. Una settimana di sms con me. E’ un collezionista di dischi, suona la chitarra, adora la musica dal vivo.
Finalmente dopo una settimana torna dalle ferie, è lunedì, ci siamo già scritti che ci saremmo visti, dobbiamo solo stabilire come e quando.
E’ l’ultimo giorno che in italia si può andare in giro in motorino senza casco, pioviggina ma decido comunque di onorare quest’ultima libertà. L’ultima cosa che leggo è un messaggio che dice I’m waiting for an invitation…to the blues. Poi un vecchio mi attraversa la strada correndo, io inchiodo per evitarlo, e mi ritrovo a terra, sotto la pioggia, con un passante che mi dice Non ti girare, sta arrivando l’ambulanza.
Io mi giro e la mia testa è in una pozza di sangue, sull’ambulanza muoio di paura. Chiedo il cellulare, mi dicono che hanno già chiamato Casa (“non c’era nessuno, solo una buffa segreteria telefonica” ) e il numero di cellulare di M, ovviamente spento. Arrivo in ospedale, mi fanno la tac, non ho niente, chiamo B. Gli dico che sono in ospedale. mi dice: Arrivo.
Arriva, in anticipo di mezza giornata su M. Ho la faccia gonfia, ma lui mi dice Appena esci di qui, andiamo a berci qualcosa.
E di lì a tre giorni infatti succede. Iniziamo ad uscire io e lui, in giro per locali, per concerti. mi viene a prendere, mi porta fuori, ci baciamo tutta la sera come i ragazzini, e mi riporta a casa. è allegro e scanzonato, non ha nessuna voglia di avere delle storie serie, ma io sono stufa di raccontare balle a casa, e stufa di M
Dopo un paio di mesi prendo coraggio e chiedo ad un amico se ha una casa da affittarmi, lascio M e finisco a vivere in una mansarda senza abitabilità, con un terrazzo enorme, in pieno centro a Brescia. Ovviamente B sparì per anni, ma questa è un’altra storia e poco importa, adesso.

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