Laish – Vague, Jeremiah Dixon

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C’è un uomo solo in una stanza.

La stanza è una cucina.

La cucina è un casino. Ha sparecchiato in fretta e senza grande cura.

Probabilmente sono mesi che sparecchia in fretta e senza grande cura.

Intorno a lui le compagnie di una vita: libri, musica, poesia.

Ma stasera però non servono a lenire l’inquietudine che attanaglia l’uomo.

E’ vicino alla mezza età. E’ tempo di bilanci e la solitudine pesa sempre più, mentre si ritrova solo nel proprio appartamento.

Eppure…

Eppure solo in casa si sente al sicuro.

Questa è la storia che racconta “Vague”, brano che apre il terzo disco dei Laish intitolato “Pendulum Swing”. Cercatelo: è uno dei tanti tesori nascosti che nascono nel sottobosco inglese.

Il brano parla del tempo che fugge e lascia segni sulla pelle di chi, per difendersi, non ha più l’arma della giovinezza o il ventaglio immacolato delle possibilità.

Tutto il peso della cultura che ci ha abbeverato per anni adesso appare inutile e per la prima volta ci si ritrova a pensare che, se ci fossimo dedicati ad altro, forse oggi non saremmo così inutilmente “vague and full of pathos”, sovrastati da grigie statue di pietra e dalle parole di uomini morti.

Da Morrissey in poi (musicalmente siamo da quelle parti, così come da quelle di Neil Hannon o Stuart Murdock), diverse generazioni di artisti si sono rifugiati nella propria cameretta con indosso quel maglione sformato che ancora non si era trasformato nella divisa ufficiale di certi hipster.

Quella cameretta ha dato rifugio ai dolori dell’adolescenza e ai dubbi della giovinezza, ma l’età matura, quella, non lascia scampo: adesso crogiolarsi nella tristezza comincia a perdere la propria dose di piacevolezza e lasciare solo la parte del dolore. Dalla camera ci siamo spostati in cucina, dove abbiamo consumato una cena solitaria. Quell’adolescente che si auto-confinava nel proprio spazio – ben delimitato dal mondo dei grandi – si è poi guadagnato l’intera casa, ma l’ha pagata al costo dell’età adulta.

Quella cameretta da riparo dal mondo è diventato il mondo.

L’unica cosa che abbiamo.

La prigione, ma anche il rifugio.

La melodia è bellissima e sfuggente. Procede per piccoli scarti melodici: grappoli di note che si inerpicano su una struttura aperta; un flusso dove non c’è un vero ritornello cantabile, ma piuttosto delle frasi che ritornano a ribadire il concetto.

La voce è gentile, raffinata e semplice al tempo stesso. Evita svolazzi e sovrastrutture, in modo che tutto resti in superficie, leggero e lieve.

Un arpeggio di chitarra segue il brano, puntellandolo dapprima con note di acustica, in seguito saturandosi appena nei toni di una elettrica che, a metà del brano, si prende per un attimo la scena. Ma lo fa con dolcezza e un lirismo dimesso che non dà spettacolo di sé: serve solo per gonfiare il brano e giungere nuovamente alle ultime frasi della canzone.

All’accettazione, in qualche modo serena, del sentirsi al sicuro a casa propria.

brano tratto dal blog La linea Mason & Dixon,
due amici che Ambulance Songs vi consiglia di leggere

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