Scritti Politti – Wood Beez (Pray Like Aretha Franklin), Michele Benetello

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“There’s nothing I wouldn’t do including doing nothing”

Ho amato tutte le vite degli Scritti Politti, anche quelle patinate e glassate da Arif Mardin (che poi, aver avuto Mardin in cabina di regia, cristosignoriddio…). Mi intrigava Green Gartside come personaggio, dai suoi inizi ‘squattosi’ in quel di St. Pancras (parentesi: c’è mai stato un nome più bello e pregno per l’etica del DIY?) al pseudo hip hop diafano e dietetico di Anomie e Bonhomie. Mi intrigava perchè non lo capivo, e forse non si capiva nemmeno lui. Che voleva fare, realmente? L’Al Green del post punk che cita Derrida o il Terence Trent d’Arby agghindato come un personaggio del Dottor Zivago a Top Of The Pops? Nel mio piccolo, in quei mediani anni ottanta, mi riconoscevo appieno in quelle bulimiche indecisioni. Credeva alle scosse punk – veramente punk: Skank Bloc Bologna è oltre ogni sovversiva e appuntita scogliera di suono, sono dadi gettati sul letto di un fachiro – o aspirava alla perfezione pop di Wood Beez, pezzo nel quale i musicisti erano talmente precisi nelle intersezioni ritmiche da infastidire?

Ecco, Wood Beez, vacca boia. Un singolo che scuote le chiappette tra un’assenza di suono e l’altra, dove par d’avvertire persino il risucchio d’aria all’interno degli strumenti, camere di decompressione sensoriale dalla geometrica marzialità. La stessa assenza che tarlava l’animo di Green. Voleva sparire – stritolato da paturnie – o diventare il più grande soulman bianco? Mai capito, appunto. Per quello mi attirava, con la sua vocina da Robert Wyatt che sprofonda in un mare di globuli bianchi e quel girovagare tra i suoni. Cupid & Psyche fu un discreto botto per me, che pure avevo letteralmente consumato Songs To Remember e passare dalla Sweetest Girl alla Word Girl sulla carta non sembrava questo gran disagio armonico.

Aspettai a prendere l’album, prima dovevo studiarmi bene i singoli estratti, ma per farlo necessitavano settimane di risparmio scolastico coatto perchè i singoli – in quel 1984 e secondo le mie latitudini emotive – andavano approfonditi nel manufatto su 12″. Quello che generalmente poteva vantare l’extended o la dub version, ovvero una sorta di scheletrica Sacra Sindone dove i suoni e gli arrangiamenti riuscivano, almeno parzialmente, ad essere eviscerati. E… potete immaginare la gioia mista ad una sorta di incredulità quando – alla personale eucaristia davanti al mio Technics ormai morente – approcciai quei suoni da soul gelido virato dance? Non un’epifania ma una quaresima sì. Quaresima costatami 11.500 lire e – giusto per osservarne le preci – almeno un mese di digiuno scolastico prima di poter ingurgitare l’ostia consacrata su maxi single. Lo acquistai dall’ormai defunto Compact Disc, negozio che stava soppiantando il rantolante Ricordi cittadino. Non il mio preferito dacchè Fusco (se siete trevigiani e veleggianti sul mezzo secolo capirete COSA voleva dire entrare da Fusco. Patrimonio cittadino come e quanto il tiramisù o il prosecco) era imbattibile, però quest’ultimo ancora non lo esponeva in vetrina e quell’altro invece sì. Tanto bastava.

Come che sia, Wood Beez (Pray Like Aretha Franklin) lo acquistai un giorno di primavera, uno di quelli un po’ così, da fine quadrimestre e finta euforia. Di quelli che ti sfrucugli i soldi in tasca ponderandoli con l’aria trasognata di chi ci immagina meraviglie. Uno di quei giorni di tarda adolescenza tutto chiacchiere e ormoni. E dischi mix, ovvio. Il nuovo Scritti Politti era arrivato e io sapevo con tutto me stesso che sarebbero state ancora ‘canzoni da ricordare’. Ancora. E ancora e ancora e ancora. Padellone a 12″ che fantasticavo provvisto di un break pazzesco da mixare. Di quel giorno ricordo la corsa forsennata per prendere l’autobus e un ancor più veloce ritorno a casa; nessuno doveva intromettersi tra me e Green. Io che amavo tutte le sue vitequandoforseavrei dovuto cominciare dalla mia. Partii dalla ‘version’, con la vocetta efebica ricamata tra i canali del mixer prima che un potente tambureggiare – preciso come una latta d’olio che si fa strada tra molecole soniche – arrivi a tessere origami ritmici piegati in assenza di gravità. All’arrivo della strofa ero pressochè convinto di trovarmi davanti alla testa di ponte di uno dei dischi dell’anno. Non fu così, perchè con Green gli ottovolanti sentimentali erano all’ordine del giorno, e la sua manualità nello scrivere singoli non ha quasi mai avuto altrettanta perizia nel vergare album. Mai trovato altrettanto bipolare sonico in questo porco mondo, io. Ma non dispero.

Mi serviva Wood Beez, mi serviva eccome; ero certo che quella canzone avrebbe fatto capitolare la compagna di classe, impresa improba che stava diventando un faticoso piano quinquennale. Lunghi anni a rincorrerne i boccoli e lo sguardo malizioso con una sfilza infinita di canzoni. Avevo caparbietà, pur se sprovvisto di scatto e zampata sulla lunga distanza potevo diventare un etiope, L’Abebe Bikila del pop al radicchio rosso. La cosa si stava trascinando per le lunghe, quel piano quinquennale aveva sforato, essendomi eroicamente immolato per rimanere in quell’istituto un po’ di più, giusto per farmi raggiungere seco. Non avevo più tanto tempo, ma di canzoni ero ancora provvisto assai. C’avevo provato con i Lotus Eaters andandoci appresso di un’inezia, ma era Green l’uomo sul quale ora riponevo tutte le mie speranze in quel 1984 infestato da Radio Ga Ga.

Non poteva tradirmi il David Sylvian del funk bianco, e sebbene avvertissi più Psyche che Amore in quella pietra pomice di suoni calibrati e danzerecci, ero convinto che quel singolo fosse stato vergato e composto per me, per me e la mia ossessione boccolosa. Fece altro Wood Beez, molto altro, mi sdoganò la danza ‘intelligente’ (che non è quell’onanismo IDM di oggi, sia chiaro), mi aiutò a capire che la materia sulla quale si forgiava il pop era ‘anche’ quella strana osmosi di gente e suoni che provenivano da ‘altrove’ e andavano in lidi affascinanti e sconosciuti, ma mi soffermavo pure ad ascoltare come stracazzo suonassero quei tre, con Gamson e Maher (quest’ultimo proveniente da quella strana congrega chiamata Material, è bene sottolinearlo) inchiodati su un tram chiamato precisione. Parevano dei sculettanti jazzisti matematici sotto MDMA, con Miles Davis a vidimarne le intercapedini di suono di lì a poco. Ma che pedigrèe d’uomini e donne potevano vantare quei pochi minuti: Steve Ferrone, Fonzi Thornton, Robbie Buchanan, Tawatha Agee. Gente che dello scrupolo armonicoe dell’accuratezza ne aveva fatto omelia. E poi Paul Jackson Jr. chitarrista extraordinaire e uomo sul quale vorrei spendere due paroline due. Uno dal palmarès così impressionante che i terrapiattisti vi troverebbero il diametro. Ella Fitzgerald, Chicago, Elton John e – voilà, ci credereste? – Aretha Franklin. Pray Like Aretha Franklin, appunto.

Comprai anche Absolute, nell’edizione compresa di poster in cui Green cercava di assomigliare ad una aristocratica crasi tra Huckleberry Finn e Fitzwilliam Darcy (Where the words are vodka clear forgetfulness has brought us near) cercando di arrampicarmi sul gioco di sottrazioni sonore che il nostro aveva edificato scientemente. All’arrivo di Provisiongettai la spugna.ToltaBoom! There She Was e quella sorgente d’amore sulfureo titolataOh Patti (Don’t Feel Sorry for Loverboy) c’era ben poco lì dentro che riuscisse ancora a sorprendermi davvero. Lo abbandonai e lui decise di fare altrettanto con tutti noi, incastonato come un rubino nei suoi terrori, molto simili a quelli di Andy Partridge. Fece bene, le cose stavano cambiando e nemmeno lui era riuscito a condurmi verso la mia missione. Così come fece bene a rimanere nel’ombra, con rarissime e timide rinascite.

E’ ancora un bell’uomo Green Gartside; avrebbe potuto diventare un sex symbol, un vittoriano James Chance improvvisamente rinsavito. Invece preferì rimanere al palo come tutti gli eterni incompiuti, con lo sguardo smarrito e l’anima a buchi dalla quale far colare il talento. Ci ha soltanto lasciato una manciata di canzoni da ricordare, ma mi piace ancora immaginarlo inginocchiato davanti alla copertina di “Live at the Harlem Square Club 1963”, a pregare come Aretha Franklin solo per me affinchè la biondina cedesse. Ci vorranno – di lì a poco – i Go Betweens di Bachelor Kisses per questo, ma è tutta un’altra storia. E un’altra canzone.

 

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